sabato 17 ottobre 2015

Famiglie dimenticate, sposi assenti. Un rimedio possibile e doveroso

di Basilio Petrà

La XIV assemblea ordinaria del Sinodo dei vescovi, come ben sappiamo, ha per oggetto la vocazione e la missione della famiglia cristiana nella Chiesa e nel mondo contemporanei. Tutta la Chiesa, si dice, è stata coinvolta nella preparazione; si è fatto di tutto, si dice ancora, per coinvolgere le varie componenti della Chiesa nella partecipazione stessa al Sinodo: capi delle Chiese orientali, membri della curia, cardinali e vescovi, parroci, coppie di coniugi, associazioni e istituzioni operanti nella pastorale familiare.

Si sono chiamati uditori da tutte le parti del mondo; si sono invitati ospiti delle altre confessioni cristiane. Nell’Instrumentum laboris (IL), poi, nelle sue tre parti, si parla di tutto quello che riguarda la famiglia, fuori e dentro la Chiesa; ci si ferma sulle famiglie ferite in vario modo, si cerca un dialogo con le convivenze, si dà attenzione alle famiglie con figli gay, si tratta della formazione degli operatori pastorali.

Si dedica spazio anche ai seminaristi i quali - si dice - è bene che “siano guidati nel fare esperienze di pastorale familiare e nell’acquisire conoscenza adeguata della situazione attuale delle famiglie” (IL, 88). A loro riguardo si arriva a dire che “la presenza dei laici e quella delle famiglie, anche nella realtà del Seminario è segnalata come benefica, perché i candidati al sacerdozio comprendano il valore della comunione tra le diverse vocazioni”(IL, 88). Evidentemente si pensa ai seminaristi che si preparano al sacerdozio celibatario.

Tuttavia, inutilmente si cercherebbe in tutta la documentazione del Sinodo e nella sua composizione un qualche segno dell’esistenza - nella Chiesa - di famiglie particolari ben collocate nel cuore delle comunità cristiane delle quali fanno parte, famiglie che vivono insieme la pienezza della condizione familiare e il pieno coinvolgimento nella vita della comunità.

Non mi riferisco alle famiglie laiche di associazioni o movimenti, che non raramente vivono questo totalizzante impegno pastorale, giacché di esse si parla o a esse si allude nell’IL e non manca la loro presenza tra gli uditori. Non mi riferisco nemmeno ai diaconi permanenti sposati della Chiesa latina, giacché vi è tra gli uditori anche un diacono permanente con la moglie (i coniugi Buch della diocesi di Aachen), anche se tale aspetto non appare molto nella testimonianza.

Mi riferisco alle famiglie sacerdotali di quasi tutte le Chiese orientali cattoliche, ovvero alle famiglie dei sacerdoti sposati che in quasi tutte tali chiese costituiscono i capi ordinari delle comunità cristiane parrocchiali.

Le Chiese orientali sono molte, anche se il numero dei loro membri è largamente inferiore a quello dei fedeli di rito latino. Sono però Chiese presenti in luoghi di particolare sensibilità come il Medio Oriente, il Corno d’Africa, i paesi balcanici, l’Ucraina; gli emigrati cristiani (cattolici) che dall’Africa, dal Medio Oriente, dai paesi dell’est europeo sono andati e vanno oggi nei paesi del Nord America, dell’Australia e dell’Europa occidentale sono stati e sono in misura notevole orientali.

Eppure, nulla si dice di tali famiglie: sono lasciate nel limbo della teologia e dell’autocoscienza della Chiesa cattolica.

Si è fatto bene a invitare al Sinodo coppie di sposi laici così come ha fatto certamente bene il papa a nominare di sua iniziativa due parroci celibi della tradizione latina. Apprezzabile anche la decisione di invitare come uditore un parroco celibe della tradizione orientale (copta).

Credo tuttavia sia del tutto legittimo chiedersi perché non si è pensato di invitare almeno una coppia rappresentante il sacerdozio orientale sposato.

La risposta forse non è difficile anche se è triste e poco consonante con tutto quello che il Sinodo sta dicendo sulla grande e impegnativa missione della famiglia cristiana nella Chiesa (oltre che nel mondo). L’idea di un invito del genere difficilmente può nascere in chi è abituato a pensare che il matrimonio e il ministero sacerdotale siano sentieri vocazionali diversi essenzialmente incompatibili, la cui congiunzione è tollerabile e tollerata per pure ragioni pratiche e di convenienza.

La tristezza si accresce quando si scopre che tale modo di pensare è favorito anche da alcuni (seppur pochi) membri autorevoli delle Chiese orientali, che mostrano insofferenza nei confronti del clero sposato e degli inevitabili suoi bisogni familiari, dimenticando la gratitudine che il Concilio mostra nei confronti del sacerdozio sposato considerandolo una santa vocazione da parte di Dio (PO, 16).

Il Sinodo sulla famiglia è prossimo alla conclusione. Le considerazioni che abbiamo appena fatto non possono certo modificare la situazione oggettiva che ognuno può constatare. Tutte le significative forme di presenza pastorale familiare nella Chiesa hanno avuto una qualche rappresentanza; tutte hanno avuto la possibilità di parlare in Sinodo, tutte tranne le famiglie sacerdotali. Tutte le forme del ministero ordinato (vescovi, presbiteri celibi, diaconi permanenti) sono state presenti e si sono udite, tutte tranne quella dei presbiteri sposati pastoralmente attivi in innumerevoli parrocchie di tutto il mondo.

Non si può tornare indietro, naturalmente. Ma forse è possibile – anzi, auspicabile - che prima della fine qualche voce sinodale si alzi a ricordare con riconoscenza il servizio di queste famiglie e di questi presbiteri, che portano e vivono nel cuore della Chiesa la condizione familiare.
Sarebbe un atto di giustizia, certamente gradito a Dio.

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