domenica 25 ottobre 2015

La forza di questo Sinodo

di Luigi Accattoli*

Per il Papa le poste in gioco erano due: scelte coraggiose sulla crisi della famiglia, fare del Sinodo uno strumento di vera consultazione. Forse Francesco non ha ottenuto — dall’assemblea sinodale che è terminata ieri — tutto quello che si riprometteva sul fronte della famiglia, ma sul Sinodo come strumento del governo collegiale della Chiesa ha ottenuto anche di più di quello che immaginava quando invitò i «padri», un anno addietro, a «parlare con libertà e ad ascoltare con umiltà».
Per la prima volta nella storia del Sinodo — che ha festeggiato i 50 anni sabato 17 — le due assemblee sulla famiglia hanno mostrato senza reticenze e con grinta, non solo con chiarezza, la varietà cattolica. Varietà di popoli e lingue, di culture, di teologie. E dunque una varietà che abbisogna di linguaggi, di regole e di prassi diversificate: anche sulla famiglia e anche sul «camminare insieme», come vuole l’etimologia greca della parola «Sinodo».
Forse Papa Bergoglio non si aspettava che gli statunitensi, gli africani e i polacchi — per citare i gruppi nazionali che più hanno frenato rispetto alla sua spinta riformatrice in materia di «pastorale familiare» — avrebbero obiettato con tanta forza alle proposte aperturiste dal cardinale Walter Kasper. Di sicuro non si aspettava tante obiezioni quando scelse quel cardinale tedesco, decisamente innovatore, per aprire il dibattito sulla questione famiglia davanti ai cardinali, nel febbraio del 2014.
Credo anche che non si aspettasse la lettera che gli hanno scritto — all’inizio di questo Sinodo — una decina di cardinali, preoccupati che il metodo di lavoro e la composizione della commissione incaricata di formulare il documento conclusivo non avessero a spingere l’assemblea verso «conclusioni preordinate»: cioè secondo la premessa posta da Kasper. Quell’iniziativa ebbe come animatore il cardinale australiano di Curia George Pell e la lettera è stata firmata tra gli altri dal cardinale di Bologna Carlo Caffarra e da quello di New York Timothy Dolan: dunque la resistenza alla spinta riformatrice ha una sua varietà geografica. 

Gli oppositori dichiarati delle riforme auspicate dal cardinal Kasper sono stati pochi ma combattivi. Pochi sono stati anche i sostenitori totali di quelle riforme, principalmente tedeschi (il cardinale Reinhard Marx ha polemizzato pubblicamente con Pell) e latino-americani. Una buona maggioranza dei «padri» — forse un 60% — è apparsa su posizioni centriste e possibiliste: in quest’area troviamo quasi tutti gli italiani presenti nel Sinodo e la maggioranza dei curiali. 

Le conclusioni votate ieri recepiscono nella sostanza tutte le novità di «pastorale familiare» sollecitate in questi anni da Bergoglio, anche se espresse con maggiore cautela di linguaggio rispetto alla sua libertà di parola, che a volte suona come volutamente provocatoria.
Più che del testo votato, credo che Francesco sia soddisfatto della forza del dibattito che ha provocato. «Voglio consultazioni reali, non formali» aveva detto nel settembre del 2013 al direttore di «La Civiltà Cattolica»: questo Sinodo è la prova che le ha ottenute. Da un amico argentino che l’ha incontrato a metà ottobre, Josè del Corral, sappiamo che di quel risultato Francesco è «entusiasta»: «Mi ha spiegato che quando c’è tanto movimento, allora c’è passione, e tutto questo è di Dio».
È ragionevole che a un Papa riformatore corrisponda un episcopato mondiale fieramente disputante: è dagli anni del Concilio che non si vedeva tanto dibattito nella Chiesa di Roma.

* pubblicato in Corriere della sera, 25 ottobre 2015.

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