lunedì 26 ottobre 2015

La maggioranza qualificata e il suo perché

di Basilio Petrà
Chi si aspettava – ed erano in molti 
 che non ci sarebbe stata una maggioranza qualificata per tutti i numeri concernenti la pastorale dei battezzati “divorziati e risposati civilmente”(Relazione finale, n. 84), cioè delle unioni costituitesi dopo un primo valido matrimonio sacramentale, è rimasto sorpreso, credo lietamente, perché questo non è accaduto: anche il numero più delicato, il n. 85, ha raggiunto quota 178 superando la barriera del 177.
Tuttavia, non ci si può non chiedere che cosa abbia reso possibile questo risultato.
La possibile risposta esige un certo cammino d'analisi e di comparazione.
Così, se facciamo un breve confronto tra l’Instrumentum laboris (IL) e la Relazione finale (RF) riguardo ai numeri sui divorziati risposati scopriamo varie interessanti cose.

Una prima cosa, molto chiara, che scopriamo è che la RF ha deciso di abbandonare del tutto il linguaggio della “via penitenziale”, che era invece molto presente nei nn. 122-123 dell’IL. Naturalmente il ruolo episcopale, implicato da tale via, scompare. Non scompare del tutto però un qualche ruolo episcopale riguardo a tali situazioni, come vedremo.

Scompare anche ogni riferimento alla comunione spirituale alla quale l’IL aveva dedicato i numeri 124-125, così come non si fa più alcun cenno alla tradizione ortodossa.

Quello che rimane ed è esposto in due numeri (RF 85-86) presenta una peculiare successione tematica, che è opportuno vedere da vicino.

Come punto di partenza, all’inizio di RF 85, si è scelto il testo di Familiaris consortio (FC), n. 84, molto valorizzato nelle discussioni dei circuli minores specialmente dal circolo di lingua tedesca. E’ il testo che inizia con le parole: “Sappiano i pastori che, per amore di verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni”. Si tratta peraltro di un testo al quale questo sinodo appare affezionato: è presente anche nel n. 51 della RF.

A partire da esso si dice che è compito dei presbiteri “accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del vescovo. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento” (RF 85). Di tale esame di coscienza, orientato al passato del fallimento e all’impatto (familiare ed ecclesiale) della nuova relazione, si danno anche esempi.

Accompagnando le persone in questa via di discernimento i presbiteri devono avere chiari alcuni principi che sono poi i principi classici della praxis confessarii riguardo alla diminuzione o eliminazione della responsabilità (imputabilità soggettiva) per condizionamenti della conoscenza e della libertà.[1] Questo richiamo ai principi della praxis è presente fin dal Sinodo straordinario ed è andato crescendo fino a questo ultimo testo nel quale per ben due volte si rinvia a essi: qui e al n. 51.

Ciò significa che il processo di discernimento può portare a individuare circostanze oggettive di non imputabilità della “nuova relazione”(RF 85). Ci si rende conto che c’è un problema di rettitudine di coscienza ma si affronta in questo modo affermando un principio il cui valore qui non è per altro chiaro: “Il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi” (RF 85).

Questo processo, dunque, che compie un discernimento dell’oggettiva imputabilità della situazione sulla base dei principi della praxis, costituisce secondo RF 86 qualcosa che “orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio”. Al ruolo di tale presa di coscienza è dedicato proprio il n. 86.

La presa di coscienza soggettiva dei fedeli (divorziati risposati), aiutata dal processo, non rimane solo una loro questione privata: essi portano questa presa di coscienza “nel colloquio con il sacerdote, in foro interno” e questo colloquio “concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere”.

Quali possano essere questi passi, non si dice; tuttavia, niente sembra escluso, neppure l’accesso all’eucaristia.

Chi scrive le parole di RF 86, immaginando l’obiezione che c’è un problema di verità oggettiva dell’unione, dice che il colloquio deve tener conto “delle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa”, non a caso rinviando a FC 34 là dove l’esortazione dice che la legge di gradualità non significa gradualità della legge.

La formazione del corretto giudizio, si sottolinea poi, deve essere fatto in foro interno, cioè non in modo pubblico, e mirando alla volontà di Dio: “vanno garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta adesso”.

Giunti a questo punto, è possibile osservare che chiunque conosca la posizione espressa nel 1993 dai vescovi dell’Alto Reno (O. Saier, K. Lehmann, W. Kasper) sull’accompagnamento dei divorziati risposati non tarderà a riconoscere in questa procedura sinodale una modalità simile di soluzione, proposta però con qualche precauzione (cf. Regno-doc. 19,1993,613).

Provo a enuclearne alcune. La prima precauzione è che la cosa rimane tutta di foro interno; la seconda è che non si dice esplicitamente nulla sull’ammissione all’eucaristia (che ha anche un aspetto canonico, qui non preso in considerazione), che rimane del tutto implicita; la terza è che ci si collega ampiamente con la tradizione della praxis confessarii; la quarta è che si paga un tributo alle esigenze di verità che non si vede bene però come si collochino e che ruolo abbiano, rimettendo tutto ultimamente alla dinamica di foro interno. Non è chiaro poi se tale processo di discernimento sia fatto dalle singole persone o dalle coppie; quello che si può dire è che in RF 85-86 si evita di chiamare "coppie" o "unioni" le nuove situazioni di divorziati risposati.

Se tutto questo è vero, si può capire perché si è raggiunta una maggioranza qualificata. Chiunque può trovare in tale testo un appoggio, sia sfavorevole sia favorevole all’ammissione all’eucaristia. Chi leggerà il testo puntando sulla "verità" troverà appoggio, così come chi lo leggerà puntando piuttosto sulla "carità" o "misericordia".

E’ vero che si rinvia agli “orientamenti del vescovo” (cf. n. 85): questa potrebbe essere una via di orientamento in foro interno per i presbiteri ma niente garantisce che i vescovi abbiano le stesse posizioni.

Nel caso in cui papa Francesco riprenda la Relazione finale in un suo testo (cf. RF 94) potrebbe offrire elementi orientativi in modo decisivo, naturalmente.

Fino ad allora, oltre alla disparità delle posizioni pastorali, trattandosi in ogni caso di una soluzione di foro interno, si creeranno probabilmente anche altri problemi, perché persone conosciute come non unite in una unione valida per la Chiesa saranno trattate come coppie"legalizzate" in qualche modo nella stessa Chiesa.

Sul piano della teologia morale e della praxis confessarii non potranno mancare alcune conseguenze, anche di rilievo.

[1] Chi vuole avere una visione più ampia di tali principi, può vedere il mio testo Fare il confessore oggi, EDB, Bologna 
22103.

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