giovedì 15 ottobre 2015

La sinodalità ha (con)vinto. 5 punti

di Maria Elisabetta Gandolfi

A metà circa del cammino sinodale, cinque punti mi paiono chiari:

1) La lettera o le lettere rivolte al papa da alcuni vescovi sono state un formidabile oggetto d'interesse per i media e per noi (pochi) specialisti (cf. l'articolo su Wikichiesa di Guido Mocellin).
Una questione cioè che ha interessato solo i pochi interessati. Parola di padre sinodale.


2) Forse però la polemica (tra le altre cose, la lettera sembra metta in dubbio il modo di lavoro del Sinodo) è stata utile a far emergere un dato che già si stava consolidando: la sinodalità e il suo metodo hanno convinto i vescovi. L'enorme quantità di tempo trascorsa nei gruppi linguistici dei Circuli minores, oltre a essere una fatica, ha creato legami oltre le diversità di pensiero e di cultura. Un padre sinodale mi diceva che la prima settimana si è lavorato forse un po' ciascuno sulle sue, impegnati nella formalità del compito. Ma nella seconda la consuetudine e l'amicizia che si era creata ha permesso di andare a fondo sui temi e di arrivare a scambi più profondi: la diversità d'idee è scambio fecondo tra persone non tra concetti astratti.
La migliore definizione è stata data dal card. Nichols nel briefing di ieri, quando ha detto che questo tipo di lavoro costituisce un ressourcement reciproco tra le Chiese: ricorso a un termine opportuno non per l'uso di un vezzo linguistico ma per il suo chiaro riferimento al Vaticano II interpretato in chiave nuova.

3) La diversità di pensiero non scandalizza e nessuno teme più di dire che stili pastorali diversi scaturiscono da visioni diverse ma tra loro non compatibili. E al centro c'è il "caso" dell'accesso ai sacramenti di persone che vivono una seconda unione non sacramentale. Questo è il banco di prova. Perché dietro a esso ci sono visioni sulla famiglia, sul matrimonio (che non sono la stessa cosa, ha ricordato p. Álvarez Ossorio nel suo intervento), sulla sessualità (e omosessualità), sul ruolo della donna... Anche se di questi ultimi due (ancora) non si è parlato.

4) E' diffusa e condivisa la necessità di un maggiore spazio (potere decisionale?) dato alle conferenze episcopali: era un punto-chiave nell'Evangelii gaudium e oggi pare consolidarsi sempre più di fronte all'urgenza e alla gerarchia delle priorità che nelle diverse parti del mondo si percepiscono in maniera differente. Il cardinale Ouedraogo lo diceva a proposito della poligamia in Africa, piuttosto che sull'omosessualità in Occidente. Questa ipotesi è stata anche declinata come idea di realizzare prima di ogni prossimo sinodo delle assemblee continentali di tipo preparatorio.

5) Si sta facendo largo l'idea che dopo questo enorme lavoro di brainstorming potrebbe essere condivisibile chiedere al papa un documento (dottrinale e chiaro, dicono alcuni; di linee di fondo dicono altri) che ritorni in qualche modo al modello dell'esortazione apostolica che arriva qualche tempo dopo la chiusura del Sinodo; tanto più, affermava sempre il card. Nichols, che il Giubileo della misericordia costituisce un contesto ideale per comprendere le conclusioni a cui il papa sarà giunto.
Il Sinodo, quindi, potrebbe concludersi con "nessun documento" se non quello che assomma i diversi modi elaborati dai gruppi e assemblati dalla Commissione per il documento finale. Ma al di là del testo e della sua forma - lunga quanto a tempi di formulazione e apparentemente farraginosa - avrà portato a un risultato di maggiore valore: un corpo episcopale coeso anche laddove è pluriforme.

Nessun commento:

Posta un commento