lunedì 12 ottobre 2015

L'intervento in Aula di mons. Gądecki

di mons. Stanisław Gądecki
Durante la VI Congregazione generale (10.10.2015) mons. Stanisław Gądecki, arcivescovo metropolita di Poznań e presidente della Conferenza episcopale polacca ha pronunciato il suo intervento in Aula che il sito web della Conferenza episcopale http://abpgadecki.pl/ ha reso noto anche in italiano (red.).

Innanzitutto vorrei sottolineare che la presentazione che segue non esprime soltanto la mia opinione personale, ma l’opinione di tutta la Conferenza episcopale polacca.
Non desta alcun dubbio che la Chiesa contemporanea – nello spirito di misericordia – deve aiutare i divorziati risposati civilmente procurando con sollecita carità che non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita.

Siano esortati ad ascoltare la parola di Dio, a frequentare il sacrificio della Messa, a perseverare nella preghiera, a dare incremento alle opere di carità e alle iniziative della comunità in favore della giustizia, a educare i figli nella fede cristiana, a coltivare lo spirito e le opere di penitenza per implorare così, di giorno in giorno, la grazia di Dio. La Chiesa si dimostri madre misericordiosa e così li sostenga nella fede e nella speranza (cf. Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 84).
La Chiesa, tuttavia, nell’insegnamento circa l’ammissione 
alla santa comunione dei divorziati risposati civilmente non può piegarsi alla volontà dell’uomo, ma alla volontà di Cristo. (cf. Paolo VI, Discorso alla Rota Romana, 28.01.1978; Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 23.01.1992; 29.01.1993; 22.01.1996). Pertanto, la Chiesa non può lasciarsi condizionare né da sentimenti di falsa compassione per le persone, né da falsi modelli di pensiero, anche se diffusi nell’ambiente.

Ammettere alla comunione coloro che continuano a convivere “more uxorio” senza legame sacramentale sarebbe in contrasto con la Tradizione della Chiesa. Già i documenti dei primissimi Sinodi di Elvira, Arles, Neocesarea (svolti negli anni 304-319) ribadiscono la dottrina della Chiesa di non ammettere alla comunione eucaristica i divorziati risposati.

La ragione fondamentale è che “il loro stato e la loro condizione di vita contraddicono oggettivamente a quell’unione di amore tra Cristo e la Chiesa che è significata e attuata dall’eucaristia” (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 84; cf. 1Cor 11,27-29; Benedetto XVI, Sacramentum caritatis, n. 29; Francesco, Angelus, 16.08.2015).
L’eucaristia è il sacramento dei battezzati che sono in gratia sacramentalis. L’ammissione alla santa comunione delle persone divorziate e risposate civilmente, ossia delle persone che non sono in grazia sacramentale, potrebbe causare tanti danni non soltanto per la pastorale della famiglia, ma anche per la dottrina della Chiesa sulla grazia santificante.

Infatti, tale ammissione aprirebbe la porta a tutte le persone che sono in peccato mortale per ottenere la santa comunione; ciò di conseguenza cancellerebbe il sacramento della penitenza e svilirebbe il significato dell’importanza di vivere nella grazia santificante. Va infine ribadito che la Chiesa non può accettare la cosiddetta gradualità della legge (Giovanni Paolo II, Familiaris consortio, n. 34).

Come ci ha ricordato papa Francesco, noi qui presenti non vogliamo e non abbiamo nessun potere di cambiare la dottrina della Chiesa.

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