lunedì 12 ottobre 2015

L'intervento in Aula di mons. Grech

di mons. Mario Grech
Sabato 10 ottobre è intervenuto in Aula mons. Mario Grech, vescovo di Gozo (Malta). Pubblichiamo il testo integrale in italiano ampliato rispetto a quello pronunciato durante gli interventi ai quali sono concessi tre minuti (ndr).

Nessuno può spegnere il bisogno profondo che l’uomo ha di entrare in una relazione d’amore con la persona amata. Ciononostante, è cosa nota che non sono pochi coloro che avvertono una stanchezza nel portare il dolce peso del matrimonio e della famiglia.

Tra costoro ci sono quelli che si sentono traditi dalle scienze umane, dalla politica e dall’economia. Ma ci sono anche quelli che sono sfiduciati nella Chiesa perché avvertono che tra noi c’è chi dà più importanza ai princìpi che alla persona nella sua situazione concreta.


Questi osservano che nelle linee guida che la comunità ecclesiale offre nell’ambito del matrimonio e della famiglia si fa più leva sulla “morale normativa” (affinché le leggi, comandamenti e regole disciplinari siano osservati) che sulla “morale delle virtù” nella quale la persona, colta dalla bellezza e la bontà del bene, assume degli “atteggiamenti virtuosi” e man mano si avvicina alla perfezione.

Come sottolinea la Pontificia commissione biblica, “i valori e le virtù, che ci rendono conformi alla volontà di Dio e che vengono pienamente affermati e rivelati nel futuro regno di Dio, devono essere praticati adesso nella misura in cui è possibile nelle circostanze peccaminose e imperfette della vita nel tempo attuale, come insegnano le parabole della rete e della raccolta”.[1]

Pertanto come Chiesa non dobbiamo mai stancarci di proclamare le verità evangeliche della vita del matrimonio e della famiglia e offrire ogni opportunità così che sia l’uomo, sia la società, possano scoprire e apprezzare la bellezza del matrimonio naturale e anche del matrimonio sacramentale che, quando celebrato validamente, gode di un legame eterno; ma tenendo conto della crisi antropologica dei nostri tempi, la Chiesa è chiamata anche per essere, sull’esempio di Mosè e dell’apostolo Paolo (cf. 1Cor 7), strumento di mediazione pastorale tra gli ideali del matrimonio come espressi nelle norme vigenti e la persona fragile.

La tradizione della Chiesa in Oriente, mentre da una parte con il principio di akribeia enuncia che il matrimonio sacramentalmente pieno è uno e non deve essere sciolto, dall’altra parte, impiegando il principio dell’oikonomia, realizza quella mediazione pastorale nello spirito della condiscendenza, particolarmente quando la persona viene a trovarsi in una situazione irreversibile.

La logica dell’oikonomia è la logica dell’approssimazione della situazione imperfetta verso l’ideale nel caso particolare. In tale contesto, ogni azione umana è in tensione verso l’ideale e dunque è un’approssimazione verso l’ideale. La vita moralmente buona non implica che la persona abbia raggiunto la perfezione, ma piuttosto comporta l’impegno e la lotta del credente per raggiungere la perfezione.

Tramite l’oikonomia applicata al caso concreto viene fatta un’eccezione alla regola perché se la regola fosse applicata in modo rigido (akribeia), risulterebbe più nociva che salutare.

A proposito, il teologo Basilio Petrà osserva che Origene “riconosce una legittimità di mediazione pastorale delle norme ideali che può arrivare anche ad alcune apparenti contraddizioni con la norma per i fedeli. Per lui il potere pastorale non è semplicemente al servizio dell’ideale, ma al servizio del bene del fedele e non può dimenticare le concrete condizioni vitali del fedele stesso”.[2]

Il rapporto tra akribeia e oikonomia assomiglia quello tra giustizia – intesa come l’osservanza della legge – e la misericordia pastorale. Questi non sono due aspetti opposti, ma due dimensioni di un’unica realtà che si sviluppa passo dopo passo fino al raggiungimento culminante nella pienezza dell’amore.

Come ci insegna papa Francesco, la visione che il cristiano buono è solo colui che osserva i comandamenti di Dio, “ha portato non poche volte a cadere nel legalismo, mistificando il senso originario e oscurando il valore profondo che la giustizia possiede. Per superare la prospettiva legalista, bisognerebbe ricordare che nella sacra Scrittura la giustizia è concepita essenzialmente come un abbandonarsi fiducioso alla volontà di Dio... Il richiamo all’osservanza della legge non può ostacolare l’attenzione per le necessità che toccano la dignità delle persone”.[3]

Per assistere a questo cambiamento di paradigma nella teologia morale, è necessaria una maggior attenzione a non scindere la dottrina dalla realtà concreta. Come dice il santo padre, “questo incontro tra la dottrina e la pastorale non è opzionale, è costitutivo di una teologia che voglia essere ecclesiale”.[4]  Se riduciamo la teologia a un “sistema chiuso”, la teologia diventa ideologia. Quando la teologia diventa ideologia, il cristiano perde la fede e non rimane più discepolo di Gesù.
“Dobbiamo stare attenti che la conoscenza di Gesù non sia trasformata in una conoscenza ideologica e anche normativa e chiudiamo le porte con tante prescrizioni.”[5]


Note
[1] Pontificia Commissione Biblica, Bibbia e Morale. Radici bibliche dell’agire cristiano (2008), 43.

[2] Basilio Petrà, Divorzio e seconde nozze nella tradizione greca, Cittadella 2014, 85.

[3] Francesco, Misericordiae vultus, n. 20.

[4] Id., Messaggio al Congresso Internazionale di Teologia presso la Pontificia Università Cattolica Argentina (Buenos Aires, 1-3 settembre 2015).

[5] Id., Omelia (17 ottobre 2013).










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