mercoledì 7 ottobre 2015

L’intransigenza non paga (neppure sull'omosessualità)

di Maria Elisabetta Gandolfi


Prima della domanda su chi abbia organizzato il clamoroso coming out di mons. Krzystof Charamsa sabato 3 ottobre scorso e prima ancora della valutazione sul potenziale beneficiario dell’operazione mediatica messa in pagina dal Corriere della sera e che presto diventerà un libro, occorre guardare ai fatti.Chiunque sia stato, ha calcolato bene i tempi, tanto è vero che il direttore della Sala stampa vaticana, p. Federico Lombardi ha dichiarato che, «nonostante il rispetto che meritano le vicende e le situazioni personali e le riflessioni su di esse, la scelta di operare una manifestazione così clamorosa alla vigilia dell’apertura del Sinodo appare molto grave e non responsabile, poiché mira a sottoporre l’assemblea sinodale a una indebita pressione mediatica».

Stiamo dunque ai fatti; innanzitutto a quelli biografici. Mons. Charamsa, polacco, classe 1972, dopo il seminario, studia alla Facoltà teologica di Lugano fondata da mons. Eugenio Corecco, dove consegue la licenza in teologia dogmatica con una tesi sull'insegnamento della Chiesa sull'impassibilità divina; relatore è Manfred Hauke.

Nel 1997 viene ordinato sacerdote; nel 2002 consegue il dottorato alla Pontificia università gregoriana. Relatore e correlatore della tesi in dogmatica su L'immutabilità di Dio. L'insegnamento di San Tommaso nei suoi sviluppi presso i commentatori scolastici sono i gesuiti Karl Becker (cardinale dal 2012 e scomparso nel febbraio di quest’anno) e Luis Ladaria (segretario della Congregazione per la dottrina della fede dal 2008), sulla ortodossia dei quali non vi è da dubitare.

Nel 2003 viene nominato ufficiale della Congregazione per la dottrina della fede di cui il card. Ratzinger era prefetto (dal 1981 fino al 2005); nel 2008 riceve l’onorificenza di cappellano di sua santità e successivamente, nel 2011, viene nominato segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale.

Dal 2004 insegna presso il Pontificio ateneo Regina apostolorum, l’università gestita dai Legionari di Cristo, come professore invitato con l’incarico dei corsi monografici e dei seminari al ciclo della licenza e dal 2009 è docente invitato presso la Facoltà di teologia della Gregoriana (nel ciclo del baccalaureato).

I suoi volumi, pubblicati, tra gli altri, da Edizioni studio domenicano (Bologna) e da Libreria editrice vaticana, sono recensiti da L’Osservatore romano, il Timone e da numerose riviste specializzate in studi tomistici.

In rete si trova ancora non solo il suo ricco curriculum ma anche un recente intervento online sull’agenzia Zenit – anch’essa vicina ai Legionari – intitolato «È valida la Messa celebrata da un sacerdote che è in peccato?».

Tuttavia, a tanta geometrica e capace esposizione dottrinale corrispondeva una sofferenza interiore profonda, espressa senza mezzi termini con un: «Devo parlare di ciò che ho subito al Santo Uffizio, che è il cuore dell’omofobia della Chiesa cattolica, un’omofobia esasperata e paranoica». Non solo. «Voglio che la Chiesa e la mia comunità sappiano chi sono: un sacerdote omosessuale, felice e orgoglioso della propria identità. Sono pronto a pagarne le conseguenze, ma è il momento che la Chiesa apra gli occhi di fronte ai gay credenti e capisca che la soluzione che propone loro, l’astinenza totale dalla vita d’amore, è disumana».

Da queste affermazioni così appassionate ma così nette, ben poco in linea con quelle espresse negli ambienti in cui mons. Charamsa si è formato ed è vissuto, si ricava l’idea che la risposta intransigente all’omosessualità non è viabile e che è urgente – se i sinodali si riprenderanno dallo choc di questo clamore – guardare in faccia a una questione che è fatta di carne e di ossa.

Nessun commento:

Posta un commento