giovedì 22 ottobre 2015

Per un'etica dell'affettività

di Luigi Lorenzetti



La Chiesa cattolica che si era impegnata, come mai prima, nell’ascolto del contesto sociale e culturale, tra i fenomeni rilevanti, aveva registrato la "Rilevanza della vita affettiva" (cf. Instrumentum laboris, nn. 31-33). Dalla Relazione finale si potrà conoscere come questo importante dato culturale è stato considerato dai padri sinodali nel presentare la teologia e pastorale della famiglia agli uomini e donne del nostro tempo.

Queste brevi considerazioni intendono mostrare che l’affettività identifica l’essere umano, uomo e donna; qualifica le relazioni interumane, in particolare la relazione di coppia e di famiglia; compendia la formazione umana come formazione alla maturità affettiva.

I. L’affettività identica l’essere umano, uomo e donna
Il concetto affettività comprende «emozioni e sentimenti», ma va oltre fino a ripensare la questione antropologica. Nel pensiero filosofico e teologico tradizionale, l’essere umano è definito in riferimento prevalente se non esclusivo alla razionalità. In ambito filosofico, è noto l’assioma di R. Cartesio, padre della filosofia moderna: «Penso, dunque sono, ossia esisto».

Diversamente, invece, le scienze umane (psicologia comportamentale), ma anche la filosofia e la teologia tendono a definire il soggetto umano in riferimento prevalente all’affettività, intesa come capacità di amare e di essere umato («amo, dunque sono»). Così l’affettività che, nell’antropologia tradizionale, era considerata come «emozioni e sentimenti» e per lo più al negativo, è invece chiave fondamentale per comprendere il soggetto umano.

Nella prospettiva dell’affettività-amore, sensibile e spirituale insieme, due tesi sono di particolare chiarezza.

a) Una è teologica: l’amore identifica Dio («Dio è amore»); identifica, pertanto, l’essere umano, creato a immagine e somiglianza di Dio che è amore. Il soggetto umano si comprende attraverso la categoria amore: «L'essere umano non può vivere senza amore. Egli rimane per se stesso un essere incomprensibile, la sua vita è priva di senso, se non gli viene rivelato l'amore, se non s'incontra con l'amore, se non lo sperimenta, se non vi partecipa vivamente» (cf. Giovanni Paolo II, enciclica Redemptor hominis, n. 10).

b) L’altra tesi è filosofica. Erich Fromm, in L'arte di amare (Mondadori, Milano 1996, 15-17), scrive: «La gente non pensa che l'amore non conti. Anzi ne ha bisogno; corre a vedere serie interminabili di film d'amore, felice o infelice; ascolta canzoni di amore; eppure nessuno crede che ci sia qualcosa da imparare in materia di amore».[1] In fatto di amore - spiega successivamente - si commettono tre errori. 
Il primo consiste nel pensare che amare significhi essere amati piuttosto che amare. In base a tale persuasione, il problema diviene come farsi amare, come rendersi amabili. Per raggiungere tale obiettivo si seguono diverse strade. Il secondo errore accade nel pensare che il problema consista più nel trovare il vero soggetto di amare piuttosto che nella capacità di amare. Il terzo errore consiste nel confondere l'esperienza iniziale dell'innamoramento con lo stato permanente di essere innamorati». E aggiunge: «Ma il più grave, e fonte di altri, è pensare che, nonostante l'evidenza del contrario, non ci sia nulla da imparare in questo campo. Il primo passo per uscire da tale equivoco, spiega, è convincersi che la posta in gioco è importante. Qui sta la ragione del perché così raramente si cerca d'imparare ad amare, nonostante i suoi fallimenti. «Nonostante la ricerca disperata d'amore, tutto il resto viene considerato più importante: successo, prestigio, denaro, potere; ogni energia è usata per raggiungere questi scopi, e quasi nessuno per imparare ad amare». 

2. L’affettività, ragione d’essere del matrimonio
Diversamente da un passato anche recente, il matrimonio viene definito dalla teologia come relazione che ha l’amore per fondamento, movente, giustificazione e ideale. Così è venuto al centro del vissuto il principio relazione e la sua qualità.

È un cambiamento culturale fortemente innovativo. Tutto è diventato più autentico, ma anche più precario e fragile, come viene ampiamente documentato dalle separazioni, dai divorzi. Anche quando il matrimonio tiene (ed è la maggioranza) la qualità della relazione (di coppia e genitori-figli) lascia molto a desiderare, così da sperimentare disagio, incomunicabilità, alienazione e smarrimento personale.

I fallimenti del matrimonio, pur diversamente motivati, hanno di frequente alla radice l’immaturità delle persone, dell’uno o dell’altro partner o di tutti e due. D’altra parte, raggiungere una sufficiente e normale maturità umana non è un dato spontaneo o automatico: se così fosse non ci sarebbe bisogno di alcun impegno etico, né di nessuna etica, laica o religiosa che sia. La maturità umana è un compito, del resto mai compiutamente raggiunto, affidato alla libertà-responsabilità della persona.

3. Formazione alla maturità affettiva
La psicologia umanista distingue tra affettività captativa (va all’altro, perché è un bene per me); e affettività oblativa (va all’altro, perché è un valore-bene per se stesso e non strumentale). Il soggetto è immaturo se, nonostante l’età cronologica, si ferma (si è fermato) all’affettività captativa.

La filosofia umanista insegna che la relazione interumana è autentica se e nella misura in cui è intersoggettiva, vale a dire ognuno funge da soggetto: «Considera l’altro sempre come fine e mai come mezzo» (I. Kant).

Il messaggio cristiano non contrappone l’amore di sé all’amore agli altri, anzi indica l’amore di sé come criterio di comportamento verso gli altri: «Ama gli altri come ami stesso» (Lc 10,25). L’amore di sé e degli altri è condotto, nell’orizzonte cristiano, a rispecchiarsi in un criterio più alto: «Amatevi gli uni e gli altri, come io (Gesù di Nazaret) ho amato voi» (Gv 15,9-17).

4. Per l’umanizzazione della relazione di matrimonio e famiglia
Si conosce la controversia tra i protestanti e i padri del concilio di Trento. I protestanti sostenevano (sostengono) che il matrimonio è una realtà puramente umana (laica) e, per questo, ritenevano che la competenza sul matrimonio spetta allo stato e non alla Chiesa. Il concilio di Trento non contesta ai protestanti la realtà pienamente umana del matrimonio ma, ugualmente insegna che la realtà umana (l’amore coniugale) è segno (sacramento) di una realtà che rinvia oltre. Detto più chiaramente, la dimensione religiosa (sacramentale) non si giustappone ai valori umani e naturali propri del matrimonio; non sostituisce e non rimpiazza l’umano se non c’è; lo presuppone e ne allarga l’orizzonte.

Al di là degli orientamenti che si attendono dal Sinodo, è determinante che la Chiesa, in tutte le sue componenti, si mostri grande nell’amore, così che accolga tutti per come sono e li aiuti a diventare quello che ancora non sono: persone capaci di amare gli altri, a cominciare dalla famiglia, come e più di se stessi.

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