giovedì 22 ottobre 2015

Piccolo elogio di “Familiaris consortio”, come soluzione e come problema

di Andrea Grillo*

Nel giorno in cui si celebra la festa di san Giovanni Paolo, e nel contesto di una “fine-Sinodo” che si appresta a elaborare e ad approvare il testo finale dei lavori sinodali, è bene soffermarsi sul valore storico e pastorale del testo di Familiaris consortio (FC), di quasi 35 anni fa. Anche quel testo è il frutto di un lavoro sinodale. Infatti, alla fine del Sinodo sulla famiglia del 1980, quel testo segnò un passaggio importante, forse decisivo, non solo nel configurare una “teologia del matrimonio” di più ampio respiro, ma anche nel segnare un passaggio di sistema rispetto alla considerazione dei “divorziati risposati”.

Nell’affermare sui divorziati risposati che “non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita” (FC 84), superava la condizione di “scomunica” che la tradizione aveva loro attribuito negli ultimi due secoli. Ma questa “apertura” creava una crepa nell’equilibrio classico del rapporto tra “mondo” e “Chiesa”. Di fatto acquisiva, sia pure in modo iniziale e parziale, il principio della “società aperta”, superando una impostazione tipica della “società chiusa”.

Questo va ricordato come la causa prossima di tutti gli imbarazzi che oggi viviamo nella Chiesa: l'apertura al “riconoscimento della comunione ecclesiale dei divorziati risposati” – che FC afferma chiaramente – determina uno squilibrio interno alla Chiesa. E si è aperta, da allora, la domanda bruciante: questa “comunione ecclesiale” riconosciuta da FC in che cosa consiste?

FC opera dunque una originale traduzione della dottrina di sempre in una disciplina nuova. Ma crea una tensione nella Chiesa, che da allora non si è più sopita. Coloro che sono “in comunione ecclesiale”, come possono non arrivare, prima o poi, alla comunione sacramentale, senza dover smentire la loro condizione irreversibile di “divorziati risposati”?

A questa domanda, che sorgeva già 35 anni fa, FC offre risposte che, con il tempo, si sono rivelate provvisorie e inadeguate: alla apertura verso una “società aperta” FC faceva corrispondere soluzioni tipiche di una “società chiusa”. Le soluzioni erano e sono sempre più diventate un problema. E resta del tutto esemplare, nella stessa recezione di FC a livello italiano, la norma incredibile che consiglia, anche a quelle coppie che abbiano promesso di vivere la seconda unione “come fratello e sorella”, di accedere alla comunione “nella parrocchia vicina”, in caso di possibilità di scandalo. Il primato dello “scandalo” è il tipico segno di una Chiesa che pensa di muoversi in una “società chiusa”, e non sa riconoscere diritti o doveri pur di tutelare la “disciplina”.

Oggi, a distanza di 35 anni, dobbiamo onorare il coraggio di quella apertura: dichiarare che i “divorziati risposati” fanno parte integrante del Corpo di Cristo è diventato – almeno a parole – un dato acquisito: oggi il Sinodo dei vescovi è chiamato a dare “forma ecclesiale” a questa affermazione, superando la contraddizione che essa ha creato necessariamente all’interno del corpo ecclesiale.

Per farlo occorre prevedere una collaborazione tra “foro esterno” e “foro interno”. Da un lato i tribunali, dall’altro i pastori, possono collaborare perché il “fallimento” del matrimonio possa trovare le forme adeguate di riconoscimento ecclesiale. Ma si dovrà ricordare che la contraddizione non verrà superata pienamente se ad un “foro esterno”, che si limita alla verifica della validità del vincolo, corrisponderà un “foro interno” che potrà risolvere solo le situazioni dei singoli, ma nulla dire sui “nuovi vincoli”.

Lo squilibrio del sistema, che oggi è determinato dalla riforma del processo canonico, potrà essere corretto non soltanto da un esame e da una riconciliazione dei vissuti individuali, ma anche da un riconoscimento dei nuovi legami. Non si tratterà solo di “dare la comunione” ai singoli divorziati risposati, ma di “riconoscere la comunione” delle nuove unioni.

Su tutto ciò, evidentemente, si dovrà procedere con discernimento e con lucidità. Ma tre cose sono chiare:

a) La riforma del processo canonico ha “squilibrato” il sistema: essa ha bisogno, fisiologicamente, di un correttivo pastorale, altrimenti rischia solo di attirare tutte le crisi matrimoniali verso la domanda di riconoscimento di nullità;

b) Un intervento sul piano pastorale dovrà immediatamente prevedere un “lavoro penitenziale” con i singoli, ma avrà la necessità di estendersi, col tempo e nelle forme più adeguate, ad una valutazione delle “seconde unioni”, dando loro una forma di riconoscimento e di identità;

c) L’equilibrio tra “foro esterno” e “foro interno” deve essere ricostruito con la consapevolezza di muoversi non in una “società chiusa”, ma in una “società aperta”, al cui interno la fede nel matrimonio unico, fedele e fecondo deve passare attraverso la coscienza e la storia dei soggetti, senza scorciatoie formali o finzioni di comodo.

In questa delicata transizione si deve riflettere bene su questo punto: la differenza tra comunione ecclesiale e comunione sacramentale deve strutturalmente poter tendere a zero, per tutti. Se prima la forbice era massima, ora, con la caduta di alcuni divieti – ad esempio con la possibilità, proposta nel dibattito sinodale, che un divorziato risposato possa essere catechista o insegnante di religione – questa forbice “minima” non sarà meno, ma più problematica! Come si giustificherà che un catechista debba restare per sempre lontano dalla pienezza della vita eucaristica?

Di fatto, questo passaggio, complesso ma fecondo, che occuperà la Chiesa non solo nei prossimi giorni, ma nei prossimi anni e lustri, si pone in piena continuità con FC: con quel documento è iniziato un percorso che ha bisogno di nuove acquisizioni. Quel coraggio di Giovanni Paolo II deve corrispondere non alla nostra paura, ma al nostro coraggio, ulteriore rispetto al suo. Il peggior modo di celebrare san Giovanni Paolo sarebbe quello di restare avvinghiati alle sue parole, come se fossero definitive.

Erano solo un inizio. O forse solo l’inizio di un inizio.

*Pubblicato sul blog Come se non.

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