sabato 17 ottobre 2015

Sull'omosessualità: uno sguardo nuovo?

di Antonio Autiero*

«Omosessualità ed etica cristiana. Un clima che cambia?». È il titolo dell’intervento che il prof. Antonio Autiero, docente emerito di teologia morale a Münster, ha tenuto il 20 maggio alla conferenza internazionale «View of the Family and Sexuality in the Catholic Church after the Second Vatican Council», presso la Facoltà di teologia dell’Università di Lubiana. Il testo prende le mosse da una tensione che segna il mondo ecclesiale – «quell’intreccio tra volontà di ripensamento sull’atteggiamento comprensivo verso persone omosessuali e bisogno di affermazione della dottrina morale» –, e che il doppio appuntamento sinodale ha riproposto con forza.
«Pur mantenendo aperta la tensione», Autiero riconosce «che un cambiamento di clima è certamente in atto», e che esso vada «compreso nelle sue intenzioni e approfondito nelle sue implicazioni». Cinque gli elementi che ridisegnano a suo dire «l’orizzonte di senso della domanda e possono fornire elementi determinanti per uno sguardo nuovo»: la considerazione sociale del fenomeno; il confronto sul tema in ambito ecumenico; il lavoro della teologia morale; una mutata comprensione dei rapporti di genere; uno spostamento di enfasi «da un’etica degli atti singoli alla moralità della persona in relazione». Originale digitale in nostro possesso.

Saremmo forse rimasti anche noi sorpresi a sentire dalle labbra di papa Francesco, sul volo di ritorno da Rio de Janeiro, quelle parole che hanno fatto, poi, il giro del mondo: «Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla?».

La nostra sorpresa non sarebbe solo legata allo stile estemporaneo, efficace, autentico del parlare di papa Bergoglio. E neppure si spiegherebbe con la forma interrogativa del «chi sono io?», quasi che con essa venga a destabilizzarsi l’autorevolezza o l’autorità del magistero papale. Essa si nutre piuttosto della scoperta di segnali importanti che qualcosa, anche all’interno della Chiesa, sta cambiando nella valutazione etica dell’omosessualità. Le parole del papa vanno lette sullo sfondo di tutto un processo di ripensamento di questi ultimi tempi, anche in coincidenza con la fase preparatoria delle due sessioni del Sinodo dei vescovi sulla famiglia.

Particolarmente in alcuni gruppi di omosessuali cattolici viene svolto un lavoro di riflessione a partire dai Lineamenta del Sinodo, cogliendo qualche segno di speranza, ma anche fattori di inquietudine, come attesta il recente documento del Bureau National de David & Jonathan di Parigi. Si riscontra, infatti, che, soprattutto nella versione intermedia della relazione del Sinodo straordinario del 2014, «in rottura con i discorsi ufficiali di Roma, (...) venivano citati i doni e le qualità che gli omosessuali possono apportare alle comunità cristiane. Inoltre veniva rilevato che nelle coppie dello stesso sesso, il sostegno reciproco può costituire un aiuto prezioso per la vita dei partner. Abbandonando una concezione esclusivamente negativa dell’omosessualità, i padri sinodali sembrano allontanarsi da un discorso di totale condanna, anche se i paragrafi di questo testo intermedio, per pochissimi voti, non sono stati pubblicati con gli atti della prima sessione del Sinodo».

Ho voluto far riferimento a questa vicenda del testo sinodale, perché mi pare che essa possa essere presa a emblema di quell’intreccio tra volontà di ripensamento sull’atteggiamento comprensivo verso persone omosessuali e bisogno di affermazione della dottrina morale che ribadisce che «non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia».
Pur mantenendo aperta la tensione tra questi due aspetti, vorrei tuttavia riconoscere che un cambiamento di clima riguardo alla questione dell’omosessualità è certamente in atto. Esso va compreso nelle sue intenzioni e va approfondito nelle sue implicazioni. Vorrei fare questo, ricorrendo ad alcuni fattori decisivi che fanno da leva, per capire tale mutamento di clima. Mi riferisco a cinque elementi che ridisegnano l’orizzonte di senso della domanda e possono fornire elementi determinanti per uno sguardo nuovo.

Configurazione sociale
Il primo fattore è di carattere prevalentemente descrittivo e si riferisce alla considerazione sociale che generalmente accompagna oggi il fenomeno omosessuale.

La coscienza critica dell’uomo moderno e la sua vigilanza contro ogni forma di discriminazione sono elementi importanti per una ricollocazione delle persone omosessuali, nello spazio pubblico. Il loro disagio interiore e la loro marginalizzazione sociale trovano occasioni, anche se talvolta solo abbozzate, di superamento da parte di una collettività che si mostra sempre più tollerante e accogliente. La stigmatizzazione della condotta omosessuale come anomalia sociale, come malattia o addirittura come crimine sembra in molte società evolute una cosa appartenente al passato. In molta parte scaturisce da questo mutato atteggiamento anche una serie di politiche positive di contrasto all’omofobia.

D’altra parte, la possibilità di forme di vita, anche organizzata e rilevante dal punto di vista giuridico tra persone omosessuali porta in molte parti ad adattamenti legislativi che creano nuovi spazi di riconoscimento e magari anche nuove figure giuridiche di vita di coppia e di comunanza di vita familiare, tra persone dello stesso sesso.

L’incalzare di questa nuova fenomenologia della prospettiva pubblica dell’omosessualità può produrre forse in tante persone incertezze e irritazioni. Essa ha tuttavia un valore di segno positivo per il cambiamento di sguardo etico e per la maturazione calibrata di un atteggiamento di accoglienza e di apertura che può essere di comune utilità. È difficile dire quanto influsso abbia avuto la visione tradizionale negativa della morale cattolica su una cultura dell’intolleranza e del rifiuto. Come anche è difficile non vedere il condizionamento della posizione tradizionale della morale cattolica sull’autocomprensione di sé delle persone omosessuali.
Certo è, invece, che proprio da un cambiamento di clima nell’etica cristiana dell’omosessualità si possono liberare risorse positive per politiche di integrazione sociale e per soluzioni legislative ben misurate sui bisogni di riconoscimento collettivo e più rispettose della condizione umana di persone omosessuali.

Magistero in stato itinerante
Un secondo fattore che descrive un cambio di passo è dato da alcuni elementi intrinseci alle espressioni di insegnamento della Chiesa, riguardo all’omosessualità. Qui si capisce che la nostra attenzione è orientata principalmente alla dottrina cattolica, tuttavia va riconosciuto che l’omosessualità rappresenta una vera e propria pietra di inciampo anche in altre confessioni cristiane e in generale nelle religioni monoteistiche.

Nel Catechismo della Chiesa cattolica (1997), agli artt. 2357-2359 troviamo la sintesi della lezione dottrinale del magistero cattolico. Andiamo al testo:
«[2357] Appoggiandosi sulla sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni (Gen 19,1-29; Rm 1,24-27; 1Cor 6,10; 1Tm 1,10), la Tradizione ha sempre dichiarato che “gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati” (Congregazione per la dottrina della fede, Persona humana, n. 8). Essi sono contrari alla legge naturale, poiché precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarietà affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.
[2358] Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali innate. Costoro non scelgono la loro condizione omosessuale; essa costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della crocedel Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.
[2359] Le persone omosessuali sono chiamate alla castità».

Come si vede il Catechismo distingue tra tendenza omosessuale (innata, quindi non un «peccato» di per sé, ma comunque segno di un’immaturità psicologica) e condotta omosessuale (volontaria, e quindi peccato). Tale distinzione non è irrilevante. Essa costituisce uno stadio piuttosto recente di consapevolezza. «Solo nel secolo scorso maturò la percezione di una categoria di persone che non solo pongono in essere singoli comportamenti omosessuali, ma che sono esclusivamente (o prevalentemente) attratte da persone dello stesso sesso».

Accettando la distinzione tra orientamento e comportamento omosessuale (questo viene introdotto per la prima volta in documenti del magistero con la dichiarazione Persona humana, del 1975), e definendo l’ammissibilità dell’una e l’immoralità dell’altro, si viene a porre la base tra quella oscillazione che consente un atteggiamento di vicinanza alla persona omosessuale, ma anche di presa di distanza e quindi di giudizio morale negativo sui suoi atti. Questi vengono giudicati sulla base di elementi ricorrenti e fondativi che sono: la fonte biblica, la tradizione, la legge naturale, una visione di complementarietà di genere. Ma proprio questi elementi fondativi del giudizio morale rivelano anche la loro problematica fragilità, anzi entrano in crisi, quando si va ad approfondirne il senso e la portata. E questo è un compito di cui si fa carico la riflessione teologica.

Non risulta privo di interesse il fatto che, quasi contemporaneamente al testo del Catechismo della Chiesa cattolica, altre Chiese e confessioni cristiane si esprimano in maniera organica sul tema dell’omosessualità. È il caso, per esempio, del documento della Chiesa evangelica in Germania (EKD), che nel 1996 pubblica il documento sul tema «omosessualità e Chiesa», dal titolo Mit Spannungen leben (Vivere con le tensioni).

Prendendo spunto dai risultati delle ricerche nelle scienze umane, comportamentali e sociali e pur ricorrendo alle fonti bibliche e all’esperienza vissuta delle persone, il tema della distinzione tra orientamento e comportamento omosessuale non viene stilizzato in maniera così severa e rigida, ma lo sguardo viene rivolto all’unità della persona, della sua storia, del suo travaglio di equilibrio tra autocoscienza, identità e condotta. Più recentemente, nel 2007, in contesto italiano, il documento congiunto dell’Unione cristiana evangelica battista d’Italia (UCEBI) e delle Chiese metodiste e valdesi rilegge il tema dell’omosessualità nel quadro delle espressioni di amore e di relazione tra le persone, le cui forme non possono essere discriminate o gerarchizzate. In altre parti del mondo le Chiese della Riforma si sono espresse con toni e contenuti di uguale segno.

Una maggiore sensibilità ecumenica e più dialogo tra le Chiese cristiane potrebbe offrire spunti originali e fruttuosi per comprendere le ragioni e le esigenze di un clima nuovo, anche nella Chiesa cattolica. Ma è il lavoro della teologia – in particolare della teologia morale – a essere maggiormente richiesto. C’è da chiedersi in che modo essa stia aiutando e possa ancora aiutare per un cambiamento di clima nella valutazione etica dell’omosessualità.

La discussione teologica
Si è visto sopra che i riferimenti fondativi per la dottrina del magistero in tema di omosessualità (e di sessualità più in generale) sono la fonte biblica, la tradizione, la legge naturale e una visione di complementarietà di genere. Questi elementi rimandano all’esegesi biblica, al sapere filosofico-teologico, alla riflessione antropologico-etica e non ultimo alle investigazioni delle scienze sociali, i cui risultati possono essere rilevanti anche per le teorie etiche e la fondazione dei giudizi morali.

Si tratta, cioè, di un intreccio pluridisciplinare che percepisce ed elabora la complessità del tema e apre la teologia morale a un doveroso superamento della pretesa di autoreferenzialità, rendendola sensibile all’esercizio di ascolto delle altre discipline, intra ed extra teologiche. Su questa premessa si fonda anche il servizio che la teologia rende al magistero, intercettando il senso del suo messaggio, rilevandone la plausibilità, ma anche mettendo in evidenza i punti di non ritorno nelle acquisizioni di conoscenze esegetiche, filosofiche, teologiche, antropologiche.

Ora, se si guarda l’andamento degli sviluppi scientifici della teologia degli ultimi decenni, si rileva un crescente, anche se non unanime, consenso sulla comprensione storicamente segnata delle premesse e delle conclusioni su cui il dettato dottrinale ancora oggi insiste.

Partendo dall’accostamento ai testi biblici che normalmente vengono impiegati per la condanna del comportamento omosessuale, si vede anzitutto che essi sono molto pochi e che l’interpretazione univoca che si faceva di questi testi, fino a un recente passato, oggi è messa in discussione da più parti. S’impone innanzitutto un’onesta consapevolezza del loro reale contenuto. E questo è possibile solo mediante una lettura dei testi sullo sfondo delle condizioni storico-sociali e religioso-rituali dei loro rispettivi contesti.

Per fare questo, l’ermeneutica biblica degli ultimi decenni offre opportunità che non possono più essere trascurate. Generalmente i testi che si apportano «hanno di mira atti omosessuali di persone eterosessuali. Essi non tengono conto della possibilità di un orientamento permanente di persone adulte che si sentono attratte da persone dello stesso sesso. Altrettanto assente è l’idea che tale attività possa essere espressione e mezzo per l’approfondimento di una relazione tra partner. Ma nell’attuale discussione è proprio di questo gruppo di persone che si tratta, di quelli cioè che percepiscono il loro orientamento omosessuale non come alternativa di libera scelta rispetto all’orientamento eterosessuale».

Anche il luogo argomentativo più ricorrente dal punto di vista sistematico domanda di essere ripensato, cioè il tema della legge naturale: da cui deriva il carattere di naturalità o di contra-naturalità degli atti sessuali. La visione prevalentemente biologistica della legge naturale, come eredità di una gran parte della tradizione cattolica, è debitrice a convinzioni storicamente segnate e oggi adeguatamente superate. Il criterio dell’adeguatezza di un’azione alla sua finalità resta un valido punto di riferimento, ma richiede costante verifica della comprensione giusta del rapporto tra atto e fine, nella definizione del carattere morale sia dell’azione compiuta sia, soprattutto, del soggetto che agisce. Per il tema della sessualità, la convergenza dei suoi atti con la finalità della riproduzione della vita è espressione di una concezione di sessualità che le scienze sia biologiche sia umane hanno convenientemente chiarito. La visione di segno antropologico porta a comprendere la sessualità in regime di polivalenza e di integrazione tra dimensioni e valori che vanno al di là della semplice finalità riproduttiva.

S’impone, quindi, un allargamento semantico dell’orizzonte, per poter porre il tema della natura degli atti a partire dalla natura della persona.
D’altra parte, il concilio Vaticano II, sebbene nel contesto di una diversa questione di etica sessuale, afferma nella Gaudium et spes, al n. 51, che la dimensione morale della sessualità deriva in definitiva «ex personae eiusdemque actuum natura», dalla natura stessa della persona e dei suoi atti. Che qui si tratti di una grandezza antropologica e non biologica è del tutto chiaro e può essere compreso anche dal fatto che al termine «natura» venga sostituito quello di «dignità», o di «essenza», in alcune traduzioni ufficiali del testo conciliare. La riflessione teologica deve qui venire incontro al magistero, facendo cogliere tutta la ricchezza, ma anche per richiamare quella linea di evoluzione che non consente di tornare indietro a prima del Concilio. Il passo fatto è centrale per la comprensione di un modo di vedere la natura umana non come organizzazione di meccanismi e di funzioni, ma come natura della persona, cioè della sua storia, dei suoi ideali, delle sue possibilità e della sua responsabilità.

Muovendo dall’impulso di questo mutato paradigma, la riflessione etico-teologica degli ultimi decenni si è presentata più differenziata, meno univoca sulle posizioni assunte rispetto all’omosessualità. In una buona ricostruzione sintetica il teologo cattolico Wunibald Müller indica alcuni raggruppamenti di posizioni che oscillano da un fronte all’altro. C’è chi non riconosce la moralità dell’orientamento omosessuale, e di conseguenza rifiuta anche gli atti omosessuali; c’è chi esprime un sì verso l’orientamento, ma mantiene il suo no ai comportamenti; c’è chi accetta l’orientamento omosessuale, e di conseguenza dice il suo «sì» – più o meno diversificato – anche al comportamento omosessuale.

Da parte sua l’americano James Keenan, elaborando una presentazione del dibattito negli USA, conclude che «il dibattito aperto è un dibattito esteso e che attraversa tutto il mondo cattolico. Nell’impegnarsi in questo dibattito, i teologi morali non convalidano superficialmente stili di vita personali, ma piuttosto propongono una serie di criteri per valutare la moralità del modo in cui le persone gay e lesbiche ordinariamente vivono la loro vita. Il dibattito ci aiuta a vedere che la tradizione cattolica è ricca, umana e capace di aiutare le persone gay e lesbiche a trovare modi morali per vivere adeguatamente la loro vita e le modalità in cui esse sono chiamate ad amare».

Polarità di genere
Tra gli elementi caratterizzanti la visione dottrinale della Chiesa sulla sessualità in generale e l’omosessualità in particolare – lo abbiamo visto sopra – c’è il costante ricorso alla figura bipolare maschile/femminile. Dalla lettura dei racconti di creazione (Gen 1-2), e in una storia piuttosto variegata della loro recezione in contesto teologico, etico, rituale, si è consolidata una determinata visione di rapporto tra maschi e femmine, che più recentemente ha adottato una cifra di ricognizione espressa nella categoria di complementarietà di genere.
Alla comprensione dell’evoluzione dei modelli di rapporto tra sfera maschile e sfera femminile hanno contribuito diverse discipline, dalla biologia all’antropologia culturale, dalla filosofia e teologia alle scienze umane e sociali. Non si può negare, tuttavia, che la chiave di lettura predominante, in contesto etico-teologico, sia stata quella della determinazione biologica. Il venire al mondo in un corpo caratterizzato sessualmente al maschile o al femminile segnava anche definitivamente l’appartenenza di genere e fissava le differenze in modo speculare tra di loro, così da comprendere la forma di relazione solo in considerazione della polarità complementare di genere. La dottrina del matrimonio, anche in ambito giuridico e sacramentale vive di questo dato fondamentale.
Ora, va tenuto conto anzitutto che una simile visione può accentuare in modo non equilibrato l’ottica della differenza e occultare il dato fondamentale dell’unità dell’essere umano, pur nella diversità delle sue espressioni. Lo dice opportunamente il teologo italiano Giannino Piana, quando scrive che «le differenze tra uomo e donna devono essere collocate all’interno di un’unità originaria e sono, in ogni caso, molto più limitate degli elementi comuni attorno ai quali si realizza la convergenza».
Inoltre, si pone il problema della costruzione di identità di genere, cosa molto più complessa e articolata che non la specificazione del sesso biologico. Gli studi su questi temi – i cosiddetti gender studies – mettono in risalto l’intreccio di fattori diversi che entrano in gioco nella costruzione di tale identità: essi sono l’identificazione del sesso biologico, l’orientamento sessuale, il ruolo sociale assegnato e il comportamento sessuale assunto. L’intreccio di questi elementi, mette in un certo senso in questione una sorta di «metafisica sostanziale» (Substanzmetaphysik – Saskia Wendel) dell’identità personale, presente nella visione tradizionale del magistero. Riconoscere l’indole dinamica e complessa della costruzione di identità significa individuare spazi di possibile percezione della propria condizione di soggetti umani e di possibile declinazione del potenziale di relazione all’altro, sia nella forma eterosessuale che in quella omosessuale.

Sia nel magistero della Chiesa sia nell’elaborazione teologica questi aspetti sono ancora troppo poco presi in considerazione. Anzi, negli ultimi tempi pare che si stia accentuando un discorso di rifiuto non sempre competentemente argomentato della cosiddetta teoria di genere, vista come la fonte di disordine morale e di pericolo nella convivenza sociale. Questa radicale avversione non aiuta di certo a superare un’ottica di polarità che in definitiva genera contrapposizioni e violenze, di cui molti ambienti omosessuali sentono e denunciano il peso.

Il teologo morale deve essere più attento su questo versante del discorso, sia per comprendere le eccedenze di alcune espressioni della prospettiva di genere (quelle radicalmente costruttivistiche di Judith Butler, ad esempio, opportunamente evidenziate da Saskia Wendel), sia anche nell’individuare gli aspetti positivi di questi elementi di conoscenza e di consapevolezza che toccano anche la condizione omosessuale.

Spostamento di enfasi nell’etica sessuale
Un ultimo elemento per un nuovo clima nella questione omosessuale riguarda più in generale il modo in cui si possano pensare oggi l’etica sessuale, in una logica convincente e in un linguaggio plausibile. Da questo si capisce che la questione omosessuale riguarda in definitiva tutti.
Nel mutamento di paradigma, da un’ottica monovalente a una prospettiva polivalente della sessualità e, ancor più, nello spostamento di enfasi da un’etica degli atti singoli a una moralità della persona in azione, devono essere ricercati ed elaborati i criteri di valutazione anche della condizione omosessuale. Volendo puntare a un’affermazione sintetica ed essenziale, si può dire che il cammino dell’etica sessuale contemporanea, anche nelle diverse formulazioni teologiche, cattoliche e non, registra un mutamento che mette al centro del discorso morale la verità della relazione interpersonale.

Gli approcci di un’etica della relazione (Beziehungsethik, come la chiamano Regina Ammicht-Quinn o Karl-Wilhelm Merks) si rivelano fecondi di ispirazione ed esigenti circa la considerazione non relativistica della condotta morale. I soggetti implicati nella relazione affettiva e nella convivenza d’amore sono chiamati a riconoscersi reciprocamente nella loro identità, in quella modulazione di identità che conferisce unità al loro progetto di vita e alla loro consapevolezza di soggetti morali. La qualità della relazione decide della moralità delle persone nel loro reciproco rapportarsi, sostenersi, aiutarsi a vivere in modo autentico.

La teologa morale americana Margaret Farley arriva alla conclusione che per le relazioni sessuali, affinché siano «eticamente buone», non gioca un ruolo così decisivo il genere delle persone coinvolte, quanto piuttosto i valori come giustizia, reciprocità di consenso, rispetto vicendevole per la libertà dell’altra persona.

Conclusione
I fattori sopra richiamati sono pensati come aiuto e come occasione favorevole a creare un clima nuovo di comprensione del fenomeno dell’omosessualità e di accoglienza delle persone omosessuali. Molti problemi restano comunque aperti: da una parte c’è da ripensare al rapporto tra dottrina, talvolta ancora rigida, e volontà anche sincera di comprensione pastorale. C’è da chiedersi se una simile divergenza tra dottrina e prassi pastorale possa a lungo reggere e se sia teoreticamente saggio puntare solo su una prassi ammorbidita dal senso di accoglienza, ignorando che comunque gli aspetti dottrinali sono oramai riconosciuti e individuati nei loro punti di fragilità.

Inoltre, abbiamo bisogno ancora di mettere a tema tutte le implicazioni, anche giuridiche, istituzionali, pubbliche e politiche, derivanti da un nuovo clima che vediamo all’orizzonte. Anche qui c’è da chiedersi, con saggezza e responsabilità, quali possano essere le figure convenienti per favorire il superamento di prassi discriminatorie, offensive della dignità delle persone omosessuali, e assicurare il riconoscimento delle loro forme di vita comune. La sfida per soluzioni adeguate e consapevoli mette in gioco anche gli equilibri della convivenza sociale. E anche di questo le Chiese e le teologie devono saper rispondere.

È difficile dire se i tempi siano maturi per cambiamenti significativi, sia di dottrina sia di prassi. E qualcuno dubita anche che le risorse messe in campo dal Sinodo – sia nella sessione straordinaria del 2014 sia in quella ordinaria del 2015 – siano sufficienti per incoraggiare e consentire tali cambiamenti.
Al teologo morale, tuttavia, non deve mancare la saggezza nell’indicare con coerenza le implicazioni e le prospettive e neppure il coraggio per alimentare in modo realistico e onesto la speranza di un clima nuovo.

* Pubblicato in Il Regno-documenti 32,2015, del 9 ottobre 2015. Il prof. Autiero è docente emerito di teologia morale, Università di Münster.

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