domenica 18 ottobre 2015

Un Sinodo in ascolto: bilancio a una settimana dalla conclusione

di Fabio Colagrande

Ascolto, accompagnamento, integrazione, misericordia. Queste le parole d’ordine della riforma della pastorale familiare secondo due partecipanti al Sinodo in corso in Vaticano.


Un treno che fa molte fermate
“La Chiesa non sia un treno veloce di dottrina che sfreccia senza aver consapevolezza del paesaggio”. Il pomeriggio del 10 ottobre, sulla sua pagina twitter, Antonio Spadaro, gesuita, direttore de La Civiltà Cattolica, pubblica questa breve frase, quasi a fissare uno spunto nato dal dibattito in aula. Spadaro è infatti, per scelta del papa, uno dei 270 partecipanti alla XIV assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi, in corso in Vaticano dal 4 al 25 ottobre, dedicata alla pastorale familiare. In un’intervista a Radio Vaticana approfondisce e spiega la metafora ferroviaria: “Il Vangelo non è una dottrina astratta che va a colpire gli uomini dall’esterno come una pietra, si deve incarnare nelle vite vissute degli uomini, nelle loro esperienze, a volte conflittuali, a volte serene.

Questa dimensione del rapporto con la realtà, con l’esperienza reale, è fondamentale. Il Vangelo deve illuminare le vite nella loro concretezza”. Non si può, dunque, in questa visione, illuminare la realtà senza aver ascoltato il mondo, senza chinarsi su di esso. E il treno della Chiesa è per definizione un convoglio che deve fare molte fermate. “A volte, rischiamo di considerare la famiglia come un oggetto di pastorale - spiega - cioè di avere l’unica prospettiva dei preti che evangelizzano la famiglia. Ma non è assolutamente così. E’ innanzitutto la famiglia che vive i valori evangelici a diventare modello, testimonianza per le altre famiglie e per tutta la Chiesa che non è altro che una famiglia di famiglie”.

Pastori “fra le pecore”
Ma questo Sinodo è in ascolto delle famiglie o rischia di cadere nell’autoreferenzialità? A portare la realtà a contatto diretto con i padri sinodali sono 18 coppie di sposi, chiamate a partecipare con la loro testimonianza alla riflessione sulla ‘vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo di oggi’. Ma anche attraverso le risposte al questionario inviato alle Chiese particolari, come nel Sinodo precedente, poi inserite nell’Instrumentum laboris, i padri hanno avuto la possibilità di ascoltare la voce dei laici.

La dimensione strutturale, almeno in teoria, di una Chiesa capace di imparare, prima di educare, è sottolineata, sempre ai microfoni di Radio Vaticana, da un altro partecipante al Sinodo, mons. Bruno Forte, arcivescovo di Chieti-Vasto, teologo, chiamato ancora, dopo l’esperienza del 2014, a ricoprire il ruolo di Segretario speciale. “Non dimentichiamo che ognuno di noi, come pastore nella propria diocesi - spiega Forte - è a contatto con migliaia e migliaia di famiglie. Dunque, portiamo nella nostra carne e nel nostro cuore le realtà familiari. Non siamo persone disinteressate o lontane. Questo va ricordato sempre: i membri del Sinodo sono vescovi, i vescovi sono pastori e i pastori sono quelli che sono al servizio di un popolo che amano e che vogliono portare a Dio”. Viene in mente quel passaggio dell’Evangelii gaudium dove Francesco parla della necessità che il vescovo sappia stare davanti, dietro, ma anche in mezzo al suo popolo. Insomma, una Chiesa che sappia accompagnare.

Accompagnamento e integrazione
Nel Sinodo del 2014 “la dottrina cattolica sul matrimonio non è stata modificata”, ha affermato Papa Francesco in aula, durante i primi giorni di lavoro di questo nuovo percorso ecclesiale. E, a molti, è sembrata una rassicurazione anche per il 2015. Viene dunque naturale chiedersi quali proposte, certamente di tipo pastorale, potranno scaturire dalla seconda tappa sinodale attualmente in corso. Mons. Forte ha le idee chiare e ancora una volta va nella direzione di una Chiesa che si fa più vicina, capace – per usare le parole ‘conciliari’ di Francesco nella veglia di apertura del Sinodo 2014 - di “prestare orecchio ai battiti di questo tempo e percepire l’«odore» degli uomini d’oggi, fino a restare impregnati delle loro gioie e speranze, delle loro tristezze e angosce”. “Io credo - spiega - che una via pastorale molto concreta sia quella che si articola anzitutto nello stile dell’accompagnamento, che significa accoglienza di tutti, vicinanza, ascolto, condivisione e poi in un impegno di integrazione per tutti”.

“Ed è nell’ottica di questo cammino di accompagnamento e integrazione – precisa il teologo toccando il tema più caldo del dibattito - che va valutata anche la diversa forma e intensità di partecipazione di tutti i battezzati, specialmente di quelli che vengono da famiglie ferite, alla vita sacramentale della Chiesa”. La proposta allo studio, che non ricevette i voti di una maggioranza qualificata al termine del Sinodo precedente, è quella di consentire, in alcuni casi specifici, l’accesso all’eucarestia ai cosiddetti ‘divorziati risposati’.

Non è un mistero che su questa possibilità ci siano ampie divergenze tra i padri sinodali. Ma Forte non si perde d’animo. “La via – spiega sempre a Radio Vaticana - è quella di camminare in profonda comunione con Papa Francesco, con il primato del Vangelo e della grazia, con la gradualità dell’accompagnamento e dell’integrazione. Credo che su questo si potrà trovare un consenso ampio e sarà poi il santo padre a definirne le forme in materia concreta, perché è lui il presidente del Sinodo, cui consegneremo il frutto del nostro lavoro”.

Sinodo e Giubileo
L’insistenza sulle linee dell’accompagnamento e dell’integrazione mostra la connessione a doppio filo tra Sinodo e Giubileo della Misericordia. “E’ un collegamento emerso durante i lavori nei vari circoli minori - spiega Spadaro – ma già anticipato dal Papa nell’omelia pronunciata a Guayaquil, in Ecuador, il 6 luglio 2015”. Invitando a pregare per l’imminente Sinodo, Francesco auspicava in quell’occasione che il Signore potesse “trasformare in miracolo”, “quello che a noi sembra impuro, ci scandalizza e ci spaventa”. Parole significative proprio in relazione al dibattito sull’accoglienza delle ‘famiglie ferite’. “Quello che stiamo vivendo – aggiunge il direttore de La Civiltà Cattolica - non è solo un Sinodo, ma è un processo ecclesiale dalle grandi dimensioni che sfocerà nel Giubileo della misericordia ma non si fermerà lì”. “Per questo non deve stupire che ci siano momenti di stanca, blocchi, difficoltà, tensioni, ma anche la gioia di costruire insieme la storia”.

Nessuna contraddizione
Entrambi gli intervistati sono poi d’accordo sulla necessità – ribadita in questi giorni dal Sinodo - di spazzare via ogni visione antitetica di misericordia e verità, pastorale e dottrina. “Verità e misericordia non sono mai in contraddizione – afferma Spadaro - anzi, la misericordia è la verità del Vangelo.

Dunque, ogni contraddizione tra dottrina e pastorale, tra misericordia e verità non ha alcun senso”. “La misericordia è il cuore del Vangelo – gli fa eco Forte - una Chiesa che non fosse esperta di misericordia, che non la vivesse e l’annunciasse a tutti, senza distinzioni, non sarebbe fedele neanche al Vangelo. Chi vuole contrapporre verità e misericordia dimentica che la verità del Dio cristiano è l’amore del Dio Trino: dunque la misericordia è centro, cuore, punto d’inizio e di orientamento di tutto ciò che noi viviamo”.

“Questo Sinodo – conclude il Segretario speciale - sta proprio cercando di capire come questo primato della misericordia possa essere applicato in tutte le forme di vita pastorale nei confronti della famiglia e in particolare delle famiglie ferite”.

Oltre il senso di colpa
Dal canto suo padre Spadaro ci tiene anche a precisare un’altra riflessione emersa dai lavori sinodali, rispetto ai timori che l’insistenza sulla misericordia possa, in qualche modo, indebolire il senso del peccato che andrebbe anzi ritrovato, anche nei rapporti familiari.

“L’annuncio del Vangelo, cioè che il Signore è morto per noi, non è l’annuncio del peccato - sottolinea - è un annuncio di misericordia. Ed è proprio alla luce della misericordia e del perdono del Signore che io capisco il mio peccato e lo comprendo”. “Il rischio altrimenti – conclude il direttore de La Civiltà Cattolica - è di cadere solo in un grande senso di colpa. Se non c’è la consapevolezza della misericordia di Dio il senso del peccato è solo un senso di colpa, spesso inutile”. 

Come a dire, anche i peccati, le cadute, gli errori che si compiono nell’ambito del matrimonio e della famiglia cristiana, possono essere compresi e superati, solo nella chiave della misericordia evangelica, non in quella della punizione e dell’esclusione.

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