domenica 4 ottobre 2015

Una risposta al card. Ruini

di Andrea Grillo*

Di fronte all'intervista rilasciata ieri – 1 ottobre – (qui pubblicata oggi 4 ottobre; ndr) da s.e. Camillo Ruini, in particolare per ciò che concerne la risposta data sulla “impossibile riconciliazione” dei divorziati risposati, bene ha reagito ieri, su Facebook, il teologo Duilio Albarello, nel commento che vorrei qui riportare:“C’è un passaggio rivelatore, che vorrei sottolineare, in una intervista al card. Ruini pubblicata su La Repubblica di oggi:
“Nel caso dei divorziati risposati non si tratta di una condizione personale ma di una condizione oggettiva, per cui ritengo che una via penitenziale non possa esserci. Del resto l’ha detto il Papa recentemente: il matrimonio – sacramento è indissolubile per la Chiesa. E questo significa che nemmeno la Chiesa può scioglierlo. E, quindi, se uno ha contratto validamente il matrimonio – sacramento, quel matrimonio rimane. È tutto molto semplice”.

Ecco il punto: è tutto molto semplice. Questo è l’elemento di forza di qualunque visione basata sulla pura logica: la tranquilla e consolante semplicità delle conclusioni. Che noia queste contraddizioni presenti nella vita reale: dove è di fatto impossibile distinguere tra “condizione personale” e “condizione oggettiva”; dove un matrimonio celebrato con tutti i crismi può anche fallire; dove le peripezie della storia vengono a disturbare la calma piatta della teoria e della dottrina.

In un mondo dove “tutto è molto semplice”, non ci sarebbe bisogno né della misericordia, né del perdono. In definitiva, non ci sarebbe bisogno neppure del Vangelo: la “buona notizia” che dentro la matassa intricata delle proprie relazioni e delle proprie scelte, il Dio di Gesù Cristo viene per aprire incessantemente il futuro, per donare a chi si sente ormai finito una nuova possibilità di ri-cominciare”.

A questa considerazione ineccepibile vorrei aggiungere una mia reazione, duplice, di sorpresa e di conferma.

La sorpresa
Nessuno può dubitare della preparazione e della cura per la riflessione che Camillo Ruini ha sempre mostrato nell’esercizio del suo ministero ecclesiale, di filosofo, di teologo e di pastore. Ricorderanno tutti le discussioni pubbliche con E. Scalfari, su temi filosofici e teologici. Ma trovo che in questa sua risposta sul tema dei divorziati egli basi il proprio ragionamento su concetti troppo rozzi, troppo angusti e generici, che non mi sarei aspettato in un uomo di pensiero come lui.

In particolare, egli sembra contrapporre, in modo troppo drastico e inadeguato, un aspetto soggettivo e un aspetto oggettivo, trasponendolo direttamente dal piano della riflessione giuridico-metafisica a quello della realtà. Sembra non accorgersi che sono questi concetti astratti, di tradizione giuridica classica, a costituire degli “occhiali” talmente scuri, da diventare non “occhiali da sole”, ma “occhiali da realtà”.

Una volta inforcati, mettono al riparo dal reale in tutta la sua complessità e pretendono di “tradurre il Vangelo” in una regoletta facile facile, sulla quale sembrerebbe impossibile non consentire, se il mondo fosse al servizio del Codice, e non viceversa.

Sposando una lettura “ontologica” del vincolo matrimoniale, Ruini può facilmente seguire una “teoria” che non ha più alcuna capacità di leggere il reale dell’ultimo secolo. In fondo egli resta immerso nella concettualità apologetica della Casti connubii (1930), pretendendo per il matrimonio una teoria “teologica” mediata da una ontologia e da una antropologia rigorosamente deduttive. Ma tutto questo, sul piano del pensiero, risulta senza possibilità di fondazione convincente: e ciò da almeno un secolo!
Non sorprende che Ruini si sia molto risentito quando il card. Martini, poco prima della morte, disse che la Chiesa era indietro di duecento anni. Nella sua teoria del matrimonio – rispetto alla diagnosi di Martini – Ruini è pur sempre avanti di almeno un secolo!

La conferma
Accanto alla sorpresa, tuttavia, ho avuto anche una conferma. Ed è la particolare natura del “tema” matrimonio, che è capace di frenare il pensiero anche agli spiriti più acuti. Di fronte al matrimonio e alla sua complessità esistenziale, la autoreferenzialità ecclesiale è tentata di riaffermarsi per istinto, quasi in modo irriflesso, giocando la istituzione contro la esperienza.

Dobbiamo chiederci: perché? Forse qui paghiamo molto cara la inerzia di una scelta: abbiamo affidato, progressivamente, ad una mediazione giuridica quasi tutta la responsabilità di questo campo. E così anche la dogmatica ne ha risentito, sviluppando in modo molto scarso e molto precario un vero pensiero sistematico sul matrimonio. In sostanza, sul matrimonio “si pensa quasi solo sulla difensiva”. Quando ciò accade, spesso il pensiero si spegne e diventa mera “difesa autoreferenziale dello status quo”.

Anche Ruini sembra essere rimasto vittima di questo equivoco, in qualche modo giustificato dalla “arretratezza comune”. Usando il pensiero in modo difensivo e apologetico anch’egli subordina alla definizione “oggettiva” del vincolo la impossibilità di riconciliare i divorziati risposati. Rappresenta in questo modo la questione: da una parte ci sarebbe un Dio che definisce adultero il divorziato risposato e dall’altra l’uomo che non può far altro che obbedire alla sua “volontà”, riletta dalla legge divina. Ma Cristo, la Chiesa, i sacramenti, dove sono finiti? Servono solo come “puntello” di una società ingiusta?

Ruini sembra voler restare fedele ad un mondo in cui il divorziato risposato “deve” apparire come un “adultero a vita”. Come se la società fosse ancora una “società chiusa”, che mentre rifiuta gli adulteri, isola gli handicappati, discrimina gli omosessuali, uccide gli assassini e non fa votare le donne. Anche la schiavitù, in un mondo così, trova i suoi bravi motivi “oggettivi”!

Egli non sembra accorgersi per nulla del fatto che questa “oggettività adulterina” ormai coincide soltanto con un pregiudizio clericale – senza alcun rapporto con la fede cristiana viva. Sarebbe forse esagerato ricordare a Camillo Ruini che gli “adulteri a vita” si trovano oggi molto più spesso tra gli “sposi regolari” che tra le “coppie irregolari”? E che le coppie irregolari stabili sono molto spesso la soluzione e non la causa di un adulterio? Ha mai veramente considerato la complessità di tutte queste cose, che non si lasciano risolvere con categorie generiche e fuorvianti?

Bisogna dunque riconoscere che dare patente di “oggettività” ad un pregiudizio non è un grande esercizio di pensiero, né sul piano culturale né su quello ecclesiale. Tanto peggio è pretendere di attribuire a papa Francesco una soluzione tanto inadeguata, come il cardinale sembra fare surrettiziamente nella sua risposta.
Avrei preferito che Camillo Ruini – da pastore, ma anche da intellettuale – fosse più preoccupato di dialogare con il mondo reale in cui vive, che di ripetere impeccabilmente le teorie inadeguate di un mondo che non c’è più.

* Pubblicato il 2 ottobre 2015 nel blog: Come se non

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