sabato 10 ottobre 2015

VI Congregazione - omelia di mons. Spiteris

VI Congregazione generale
Omelia dell’Arcivescovo di Corfù, Zante e Cefalonia (Grecia)
durante la preghiera dell’Ora Terza, 10.10.2015

Con il canto dell’Ora terza è iniziata questa mattina alle ore 9 nell’Aula del Sinodo in Vaticano la sesta Congregazione generale del Sinodo ordinario sulla famiglia. Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia tenuta nel corso della preghiera da s.e. mons. Ioannis Spiteris ofm cap, arcivescovo di Corfù, Zante e Cefalonia (Grecia).

Samuele esclamò: «Il Signore gradisce forse gli olocausti e i sacrifìci quanto l'obbedienza alla voce del Signore? Ecco, obbedire è meglio del sacrificio, essere docili è meglio del grasso degli arieti” (1Sam 15,22)

Il testo di questa lettura breve fa parte della storia di re Saul, accusato dal Profeta Samuele di non aver osservato rigorosamente quella legge che ordinava di sacrificare a Dio tutto il bottino. Samuele è l'uomo di Dio che ne interpreta la volontà presso il re Saul. Questa volontà del Signore, tuttavia, Saul non l'ha adempiuta. Non solo, ma al richiamo di Samuele, egli mette avanti le sue scuse, cercando di addossare la colpa ai suoi soldati. Non gli altri, ma lui «era attaccato al bottino», lui solo non aveva obbedito al Signore.

S’intravede nel testo anche l’accusa di voler supplire alla mancanza di fede e di obbedienza alla parola di Dio con dei sacrifici, espressione esterna di devozione al Signore. In fondo si riflette la condanna di aver preferito alleanze lontane dalla vera fede.

L’Autore sacro, mettendo davanti all’uomo che vuole piacere a Dio due atteggiamenti, non lo invita a scegliere fra sacrificio e misericordia (l’essere docili), ma gli fa capire che Dio apprezza una cosa più dell’altra, ossia gli occhi Suoi non posano sull’apparenza, ma guardano il cuore. È qui che si colloca, come forte luce, ciò che Samuele proclama a Saul. Egli fa notare che non hanno lo stesso valore l'offerta di sacrificio e l'ascoltare la voce del Signore. «Ecco, obbedire vale più dei sacrifici, essere docili a Dio è ciò che conta».

Lungo la storia della Chiesa, sui sentieri battuti dai santi, questa affermazione ha fatto e continua a far luce. No, la santità (che è la comunione con Dio Amore e che si esprime nell'impegno a vivere bene con amore i propri impegni umani e cristiani) non consiste nel primato del sacrificio, del culto esterno e senz’anima, ma nell’amorosa obbedienza a Dio, mettendo in pratica il suo comandamento per eccellenza che è l'amore vicendevole. Può essere anzi un fatale inganno quello di volere ad ogni costo imporsi sacrifici esorbitanti, non tanto per rendere più serena e buona la vita propria e altrui, quanto per sembrare più bravi, più santi degli altri e - come il fariseo della parabola - vantarsi dei propri meriti e disprezzare l’altro considerato pubblicano, peccatore. Il fariseismo (quello imperante ai tempi di Gesù) è sempre pronto a riaffiorare là dove non c'è sufficiente ascolto della Parola da accogliere con gioia e mettere in pratica.

Che ognuno di noi - sacrificando dentro di sé il dare ascolto alle tante voci che ci spingono a trovare la salvezza nelle nostre buone opere, facendo tacere la voce del Signore che ci invita all’amorosa comunione con lui - possa affidarsi a Lui che tutto può e che tiene continuamente aperte le braccia per accoglierci.

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