lunedì 2 novembre 2015

Addenda 2 - Il testo in italiano della terza relazione del circolo tedesco

L'Osservatore romano ha tradotto in italiano il testo del gruppo linguistico tedesco sulla III parte dell'Instrumentum laboris. E' interessante notare quanto dell'impostazione di questa relazione sia rimasta anche nella Relatio Synodi (ndr).


Abbiamo percepito con grande turbamento e tristezza le dichiarazioni pubbliche di alcuni padri sinodali su persone, contenuto e svolgimento del sinodo. Ciò contraddice lo spirito dell’incontro, lo spirito del sinodo e le sue regole elementari. Le immagini e i paragoni usati non sono soltanto indifferenziati e sbagliati, ma anche offensivi. Prendiamo decisamente le distanze.

Nel gruppo linguistico tedesco è stato desiderio comune integrare il titolo della relazione finale «La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo» con il sottotitolo «Riflessioni e proposte per il Santo Padre, Papa Francesco», al fine di esprimere così in modo chiaro la classificazione del testo, che non è un documento decisionale. Per quanto riguarda l’introduzione, suggeriamo di fare riferimento alle consultazioni a livello mondiale e di esprimere gratitudine e apprezzamento per le stesse.


Al fine di porre maggiore enfasi sulla famiglia come soggetto della pastorale, va menzionato che le famiglie cristiane sono chiamate a testimoniare con la loro vita il Vangelo del matrimonio che è loro affidato. Gli sposi e le famiglie cristiane sono così parte della nuova famiglia di Cristo, la sua Chiesa. In questo modo i coniugi possono essere sacramento per il mondo. La «nuova famiglia di Gesù Cristo», la Chiesa, deve incoraggiare, rafforzare e rendere idonei i coniugi a dare questa testimonianza. Così facendo, la Chiesa stessa continua a imparare dalle esperienze di vita e di fede degli sposi e delle famiglie.

A questo punto ci è parsa importante un’ammissione: nel malinteso sforzo di rispettare la dottrina della Chiesa, si è giunti ripetutamente ad atteggiamenti duri e intransigenti nella pastorale, che hanno portato sofferenza alle persone, in particolare alle madri nubili e ai bambini nati fuori dal matrimonio, a persone in situazioni di convivenza prematrimoniale e non matrimoniale, a persone di orientamento omosessuale e a persone divorziate e risposate. Come vescovi della nostra Chiesa chiediamo loro perdono.
Abbiamo discusso in modo approfondito anche sul nesso tra linguaggio, pensiero e azione proprio in vista di una raffigurazione umana della sessualità delle persone. Un linguaggio adeguato e rinnovato è decisivo soprattutto per guidare gli adolescenti e i giovani verso una sessualità umana matura. Ciò è compito soprattutto dei genitori e non deve essere lasciato soltanto alla scuola, ai mezzi di comunicazione e ai media sociali. Molti genitori e persone impegnate nella cura delle anime hanno difficoltà a trovare un linguaggio adeguato e al tempo stesso rispettoso, che ordini gli aspetti della sessualità biologica nel contesto globale dell’amicizia, dell’amore, della complementarità arricchente e del dono reciproco di uomo e donna.

Il circolo minore ha ritenuto importante sottolineare che per principio la convinzione cristiana parte dal fatto che Dio ha creato la persona come uomo e donna e li ha benedetti affinché diventassero una sola carne e fossero fecondi (Genesi 1,27s.; 2,24). L’essere maschile e l’essere femminile sono, nella loro uguale dignità personale e nella loro diversità, buona creazione di Dio. Secondo la comprensione cristiana dell’unità di corpo e anima è sì possibile distinguere in modo analitico tra la sessualità biologica («sex») e il ruolo socioculturale dei sessi («gender»), tuttavia non possono essere scissi in modo fondamentale o arbitrario.

Tutte le teorie che considerano il genere dell’uomo un costrutto successivo e vogliono imporre, a livello sociale, la sua intercambiabilità arbitraria, vanno respinte come ideologie. L’unità di corpo e anima include il fatto che la comprensione sociale concreta di sé e il ruolo sociale dell’uomo e della donna nelle culture hanno caratteristiche diverse e sono soggetti a cambiamento. Per questo la presa di coscienza della piena dignità personale e della responsabilità pubblica delle donne è un segno dei tempi positivo, che la Chiesa apprezza e promuove (Giovanni xxiii, Pacem in terris, n. 22).

Abbiamo parlato del collegamento tra sacramento del battesimo e del matrimonio e la necessità della fede.

La professione di fede cattolica riguardo al matrimonio si fonda sulle parole del Signore nella Sacra scrittura e sulla tradizione apostolica ed è stata fedelmente custodita nella sua sostanza dal magistero. Tuttavia, nell’elaborazione teologica ci sono tensioni tra l’approccio dogmatico, teologico morale e canonistico, che nella pratica pastorale possono portare a difficoltà.

Così l’assioma «ogni contratto matrimoniale tra cristiani è di per sé un sacramento» deve essere rivisto. In società cristiane non più omogenee o in Paesi con impronte culturali e religiose differenti, non si può presupporre una comprensione cristiana del matrimonio nemmeno tra i cattolici. Un cattolico senza fede in Dio e nella sua manifestazione in Gesù Cristo non può contrarre automaticamente un matrimonio sacramentale contro, o addirittura senza, la sua consapevolezza e la sua volontà. Manca l’intenzione di volere, con questo atto, almeno ciò che la Chiesa intende con esso. È vero che i sacramenti non si realizzano attraverso la volontà di chi li riceve, ma non lo fanno nemmeno senza o addirittura contro la stessa; o quantomeno la grazia rimane sterile, poiché non viene accolta con libera intenzione con la fede che è data dall’amore.

Per i nostri fratelli cristiani che, conformemente alla loro professione, respingono la sacramentalità del matrimonio (con le caratteristiche che ne derivano), si pone anche la domanda se è avvenuto un matrimonio sacramentale contro la loro convinzione religiosa. Ciò non significa che da parte cattolica si voglia negare la legittimità di matrimoni non cattolici o mettere in dubbio l’azione di grazia di Dio nei matrimoni non sacramentali. Sappiamo dei numerosi studi sull’argomento e suggeriamo un’analisi approfondita della questione al fine di una rivalutazione magisteriale e di una maggiore coerenza tra le affermazioni dogmatiche, teologiche morali e canonistiche e la pratica pastorale.

Proponiamo un’integrazione relativa ai matrimoni interconfessionali: per quanto riguarda il tema del matrimonio interconfessionale, devono essere menzionati soprattutto gli aspetti positivi e la particolare vocazione di tale matrimonio, poiché i cristiani non cattolici non sono affatto al di fuori della Chiesa “una”, bensì ne fanno parte per mezzo del battesimo e di una certa, benché incompleta, comunione con la Chiesa cattolica (cfr. Unitatis redintegratio, n. 3). Anche il matrimonio interconfessionale va visto come Chiesa domestica e ha una vocazione e una missione specifica, che consiste nello scambio dei doni nell’ecumenismo della vita.

Per quanto riguarda l’importanza di «famiglia e istituzioni pubbliche», il circolo minore ha sottolineato come punto di partenza che il matrimonio e la famiglia precedono lo Stato. Esse sono il fondamento e «la cellula prima e vitale della società» (Apostolicam actuositatem, n. 11). Senza famiglia non può esistere comunità. Per questo la comunità politica ha il dovere di fare tutto il necessario per rendere possibile questa «cellula vitale» e per promuoverla in modo costante. Occorre superare la «mancanza di considerazione strutturale» nei confronti delle famiglie, di cui ci si lamenta sempre.

I mezzi per farlo sono soprattutto l’accesso a un’abitazione e al lavoro, la possibilità di formazione e di assistenza ai bambini, nonché agevolazioni più eque per le famiglie nella legislazione fiscale, che riconoscano in modo giusto ciò che le famiglie danno alla società. Deve essere chiaro: non è la famiglia a dover essere subordinata agli interessi economici, ma il contrario. L’impegno a favore della famiglia è al centro della dottrina sociale cattolica, che è una parte irrinunciabile della predicazione della Chiesa e dell’evangelizzazione. Tutti i cristiani sono chiamati a impegnarsi nel campo della realizzazione politica della convivenza sociale, aiutando così le famiglie a vivere meglio e a crescere. A tale riguardo, la politica deve tener conto in modo particolare del principio di sussidiarietà e non può limitare i diritti delle famiglie. Qui va ricordata la Carta dei diritti della famiglia. La Chiesa nel suo insieme deve adoperarsi attivamente e in modo esemplare nell’ambito della formazione della famiglia, degli asili, delle scuole, dei consultori, delle istituzione per l’assistenza alle famiglie.

Per quanto riguarda la preparazione al matrimonio, il circolo minore ha voluto far notare che un breve colloquio o una rapida introduzione non bastano. Poiché molti sposi non possono costruire su un’educazione caratterizzata dalla fede, si consiglia urgentemente l’introduzione di un catecumenato matrimoniale, che duri almeno qualche mese, per giungere a un «sì» davvero maturo, sorretto dalla fede, che sia consapevole della definitività del vincolo matrimoniale e confidi nella fedeltà di Dio.

Anche l’aspetto della genitorialità responsabile è stato tra i temi centrali del dibattito del circolo minore. Secondo l’ordine di creazione di Dio, l’amore sponsale tra uomo e donna e la trasmissione della vita umana sono ordinati l’uno all’altra. Dio ha chiamato l’uomo e la donna a partecipare alla sua azione creatrice e al tempo stesso a essere interpreti del suo amore e ha posto il futuro dell’umanità nelle loro mani. Questo compito di creazione deve essere svolto dall’uomo e dalla donna nel senso di una genitorialità responsabile. Dinanzi a Dio, e tenendo conto della loro situazione di salute, economica, morale e sociale, nonché del bene proprio e dei loro figli, come anche del bene dell’intera famiglia e della società, devono formarsi un giudizio circa il numero dei figli e il tempo tra l’uno e l’altro (Gaudium et spes, n. 50).

Conformemente alla natura personalmente e umanamente unitaria dell’amore sponsale, la via giusta per la pianificazione familiare è il dialogo confidenziale dei coniugi, la considerazione dei tempi e il rispetto della dignità del partner. In tal senso occorre anche spiegare nuovamente l’enciclica Humanae vitae (nn. 10-12) e l’esortazione apostolica Familiaris consortio (nn. 14, 28-35) e risvegliare, contrariamente a una mentalità spesso ostile alla vita e in parte ai bambini, la disponibilità ad avere figli.

I giovani coniugi devono essere costantemente incoraggiati a donare la vita ai figli. Così cresce l’apertura alla vita nella famiglia, nella Chiesa e nella società. La Chiesa, con le sue numerose strutture per i bambini, può contribuire a una maggiore disponibilità verso i bambini nella società, ma anche nella Chiesa. La percezione della genitorialità responsabile presuppone la formazione della coscienza. La coscienza è «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (Gaudium et spes, n. 16). Più i coniugi s’incamminano per ascoltare Dio nella coscienza e più si fanno accompagnare spiritualmente in questo, più nelle loro decisioni diventano intimamente liberi dalle inclinazioni affettive e dal conformismo ai comportamenti del mondo che li circonda.

Per amore di questa libertà di coscienza, la Chiesa respinge con forza le misure statali imposte a favore della contraccezione, della sterilizzazione o addirittura dell’aborto. Abbiamo discusso in modo approfondito anche sull’integrazione dei divorziati risposati civilmente nella comunità cristiana. È noto che nelle due sessioni del sinodo dei vescovi si è discusso in modo intenso sulla domanda se, e fino a che punto, i divorziati risposati, laddove desiderano partecipare alla vita della Chiesa, a determinate condizioni possono ricevere i sacramenti della penitenza e dell’Eucaristia. I dibattiti hanno dimostrato che anche qui non esistono soluzioni semplici e generali. Noi vescovi abbiamo sentito le tensioni legate a queste domande esattamente come i nostri fedeli, le cui preoccupazioni e speranze, moniti e attese ci hanno accompagnato nelle nostre discussioni.

I dibattiti hanno mostrato chiaramente che sono necessari alcuni chiarimenti e approfondimenti per esaminare meglio la complessità di tali questioni alla luce del Vangelo, della dottrina della Chiesa e con il dono del discernimento. Possiamo però indicare alcuni criteri che aiutano a discernere. Il primo di questi viene dato da Papa san Giovanni Paolo II in Familiaris consortio, quando al n. 84 dice: «Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni. C’è infatti differenza tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido.

Ci sono infine coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido». È pertanto compito del pastore compiere con la persona interessata questo cammino di discernimento. A tal fine può essere utile compiere insieme, con un sincero esame di coscienza, i passi della riflessione e della penitenza. Così, per esempio, i divorziati risposati dovrebbero domandarsi come si sono comportati con i loro figli quando la comunione matrimoniale è andata in crisi. Si è tentata la riconciliazione? Qual è la situazione del partner abbandonato? Quali sono gli effetti del nuovo rapporto sulla famiglia più estesa e sulla comunità dei fedeli? Qual è l’esempio dato ai più giovani che devono decidere per il matrimonio? Una riflessione sincera può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio, che non viene negata a nessuno che porti dinanzi a lui i propri fallimenti e i propri bisogni.

Questo cammino di riflessione e di penitenza, esaminando la situazione oggettiva nel dialogo con il confessore, può contribuire, nel forum internum, alla prendere coscienza e a chiarire in che misura è possibile l’accesso ai sacramenti. Ognuno deve esaminare se stesso secondo le parole dell’apostolo Paolo, che valgono per tutti coloro che si accostano alla mensa del Signore: «Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna [...]. Se però ci esaminassimo attentamente da noi stessi, non saremmo giudicati» (1Corinzi 11,28-31).

I modi relativi alla terza parte dell’Instrumentum laboris sono stati esaminati e decisi unanimemente in buono spirito sinodale, esattamente come i modi delle prime due parti.

Nessun commento:

Posta un commento