sabato 7 novembre 2015

Aperti al cambiamento. La riforma del Sinodo ha convinto e lo scisma è lontano

di Maria Elisabetta Gandolfi*

Per fare un bilancio della XIV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi appena conclusa su «La vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo» (4-25 ottobre) è bene partire dai testi e in particolare dalla Relazione finale approvata dai 270 padri sinodali sabato 24 ottobre, a valle di tre settimane di lavoro, svoltosi per lo più nei gruppi organizzati per area linguistica.
Molto è stato scritto in generale sul clima e sull’interpretazione «politica» dell’Assemblea (anche sul nostro blog L’Indice del Sinodo). I 94 punti della Relazione, molto ben organizzati e armonizzati nelle 3 parti che caratterizzavano l’Instrumentum laboris («La Chiesa in ascolto della famiglia», «La famiglia nel piano di Dio» e «La missione della famiglia») ed ereditate dalla precedente Assemblea sinodale dell’ottobre 2014 (cf. Regno-att. 18,2014,611), non hanno solo incorporato i «modi» proposti dai partecipanti e fatto quadrare gli umori dell’assise, ma rappresentano il frutto maturo del cammino aperto con decisa volontà da papa Francesco.

Il testo, infatti, si potrebbe definire tecnicamente un «documento di convergenza», ovvero un punto d’arrivo di un processo di confronto approfondito, a partire da posizioni che in questi due anni si sono manifestate talora distanti. Il modello parrebbe quello sperimentato nel dialogo ecumenico, specialmente nei dialoghi bilaterali del postconcilio.
Il processo di convergenza non è stato lineare; ha avuto scossoni, arretramenti e avanzamenti di non poco conto. E forse deve ancora completarsi. Ma è stato messo in moto in maniera tale che non potrà tornare indietro.

Come un giardino
Questa modalità di lavoro, a detta di alcuni sinodali, «ci ha sfiniti». Tuttavia è stata fruttuosa. Facendo ricorso a una metafora, il gruppo Francese C si è paragonato a un consesso di giardinieri, riuniti per decidere come irrigare i diversi «terreni familiari» d’oggi che vanno da quelli «pietrosi e secchi» a quelli «ben fertilizzati»; i sinodali-giardinieri hanno così preso atto che dagli «scambi si costruisce molto solidamente il ministero di comunione che è tipico del nostro essere vescovi». Tuttavia vi sono pareri contrastanti, nonostante a tutti stia a cuore «far vivere e far fiorire il medesimo campo».

Non sempre i pareri diversi si sono composti e alcuni gruppi hanno dovuto prendere atto delle questioni su cui permanevano opinioni discordi; ma la maggioranza ha detto che il lungo tempo trascorso fianco a fianco ha fatto sì che il confronto fosse tra persone in carne e ossa più che sulle idee astratte, portando il dibattito a tener conto della consapevolezza di avere tutti il medesimo fine.
Il Sinodo 2015, infatti, ha messo in atto una metodologia di lavoro nuova, molto più incentrata sui lavori dei circoli e sul dibattito e ha abolito la Relatio post disceptationem – che costituiva il documento di metà percorso dallo statuto incerto perché provvisorio –, che lo scorso anno aveva provocato tante reazioni avverse. E ha affidato il documento finale alla paziente opera di tessitura e mediazione operata dalla Commissione per l’elaborazione del documento finale appositamente nominata dal papa (card. P. Erdő, mons. B. Forte, i cardd. O. Gracias, D.W. Wuerl e J.A. Dew, i monss. V.M. Fernández, M. Madega Lebouakehan, M. Semeraro, e p. A. Nicolás Pachón sj) anche grazie all’infaticabile apporto degli esperti (cf. Regno-att. 8,2015,520).

La nuova procedura però, assieme alla composizione della Commissione, era stata subito presa di mira dal gruppo che più apertamente si era schierato per il «no» a ogni modifica della disciplina ecclesiastica esistente. Per questo aveva inviato una lettera al papa con una sorta di raccolta di firme in forma riservata. Il papa è quindi intervenuto in Aula e la questione si era conclusa.

Tuttavia, il fatto che la notizia sia trapelata all’esterno con l’intento da parte di alcuni giornalisti-lobbisti di dimostrare che in Sinodo esisteva una maggioranza contraria al papa, ha ottenuto l’effetto opposto: innanzitutto con alcune pubbliche prese di distanza (i cardd. Scola, VingtTrois, Piacenza, Erdő; il card. Pell ha dichiarato d’aver firmato una lettera il cui contenuto, tuttavia, non corrispondeva totalmente a quello reso noto); poi con un ricompattamento dell’Assemblea che ha proseguito i lavori senza dar peso all’accaduto.

Parresia contro benevolenza?
Uno dei firmatari, il card. Napier, arcivescovo di Durban (Sudafrica) ha poi giustificato la lettera – intesa come un documento riservato – come espressione della parresia chiesta e voluta da papa Francesco sin dall’anno scorso: certo è che l’interpretazione un po’ troppo estensiva (anche lo scorso anno vi era stata una protesta nei confronti della Sala stampa perché aveva deciso di non rendere pubblici tutti gli interventi in Aula dei sinodali…) del concetto ha portato a numerosi stop sul fronte della comunicazione: i vescovi polacchi che sintetizzavano liberamente gli interventi in Aula di tutti i sinodali (obbligati poi a chiudere la pagina web del loro sito dove li pubblicavano); l’intervista a Le Figaro in cui il card. Pell definiva la discussione polarizzata tra «kasperiani e ratzingeriani» (espressione biasimata dall’intero Gruppo tedesco, del quale facevano parte, oltre ai cardd. Kasper e Marx, anche i cardd. Schönborn – allievo di papa Benedetto XVI – e Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede).
Per non parlare poi della «bufala» sulla salute del papa sui quotidiani del gruppo QN… Forse il papa nel suo discorso conclusivo si riferiva a questo quando ha chiesto di «superare ogni ermeneutica cospirativa» o quando ha detto che «le opinioni diverse che si sono espresse liberamente» non sempre hanno usato «metodi… benevoli»?

In negativo si potrebbe dire che è per questo che la Relazione finale si è dovuta tenere un passo indietro sui sacramenti e su tutte le questioni più calde. In positivo, però, occorre prendere atto – e i documenti lo testimoniano – che la maggioranza dei padri sinodali ha vissuto con grande slancio positivo uno scambio davvero libero e franco con i confratelli d’ogni parte del mondo.
Nella conferenza stampa del 14 ottobre il card. V. Nichols, arcivescovo di Westminster, lo ha definito un ressourcement reciproco tra le Chiese, facendo ricorso al lessico più caro al Vaticano II.

Si potrebbe dire che il processo sinodale lungo due anni ha portato a non scandalizzarsi delle diversità ma a cercare di comprenderle approfondendone la valenza teologica per arrivare a un consenso in avanti. Maestri di questo metodo sono stati i componenti del gruppo linguistico tedesco che ha cercato (e ottenuto) sempre l’unanimità dei voti nelle tre relazioni che ha presentato e che ha offerto approfondimenti teologici ben recepiti dal documento finale.

Un inizio all’indietro
L’esito del Sinodo non era scontato e più volte è sembrato essere messo in forse. Innanzitutto dalla relazione d’apertura del Sinodo del card. Erdo˝, che sembrava aver dimenticato il percorso di questi due anni. Il testo del porporato ungherese è cupo nei toni laddove descrive l’esistente – «Non è che un vedere», afferma a rimarcare una neutralità ancorché pessimista dell’osservatore –.

In questo quadro, mentre elogia le famiglie che vivono con gioia l’insegnamento cristiano su matrimonio e famiglia, si lascia sfuggire un’espressione rivelatrice: la famiglia dev’essere aiutata «a discernere circa i rispettivi adempimenti o le eventuali mancanze». Un linguaggio del dover essere più che dell’empatia.

Quando poi passa alle situazioni cosiddette difficili, il cardinale ribadisce il già noto: no a «criteri soggettivi come criteri di giustificazione», perché la misericordia deve essere sempre collegata alla «giustizia». L’accompagnamento misericordioso «non lascia dubbi circa la verità dell’indissolubilità del matrimonio. La misericordia di Dio offre al peccatore il perdono, ma richiede la conversione. Il peccato di cui può trattarsi in questo caso non è soprattutto il comportamento che può aver provocato il divorzio del primo matrimonio» – ci sono infatti responsabilità diverse tra le parti – «ma la convivenza del secondo rapporto che impedisce l’accesso all’eucaristia».

Così la prassi ortodossa è troppo diversa per essere applicata in Occidente e il «riconoscimento pratico della bontà di situazioni concrete» non è possibile perché «tra il vero e il falso, tra il bene e il male, infatti, non c’è una gradualità» (corsivi nostri). Così anche per questioni come la pianificazione delle nascite, l’omosessualità, l’aborto: l’orizzonte della misericordia pare unicamente giuridicistico.
Tuttavia una panoramica dei lavori dei gruppi mette in evidenza che la discussione è stata al contrario molto ricca e composita: accanto a chi esplicitamente ha detto «no» ai sacramenti (confessione ed eucaristia) per i divorziati risposati (gruppi Francese B, Inglese A, Inglese C e D), vi è chi ha sottolineato con forza che la fedeltà e l’indissolubilità sono un dono e una chiamata più che un dovere giuridico (Francese A) o che il cammino di fede è una maturazione che si dipana nel tempo senza salti del tipo tutto/niente (Tedesco).

E, semmai vi fosse il dubbio, emerge che a cinquant’anni di distanza, alcune espressioni che nel Concilio hanno avuto una particolare (ancorché dibattuta) valorizzazione non sono state ancora pienamente accolte. Il caso più evidente – emerso già lo scorso anno – è quello del timore dell’uso dell’espressione «semina Verbi» a cui sarebbe preferibile quella di «presenza dei doni di Dio» (Francese A), ad esempio nelle persone (o situazioni) che ancora non conoscono la fede ovvero che non vivono una relazione pienamente conforme all’insegnamento della Chiesa.
All’opposto, per altri sono scontate alla lettera, come laddove (Inglese B) si chiede che il percorso di discernimento delle situazioni di vita delle persone venga attuato tramite «un ascolto reverenziale»; o nella sostanza, come laddove (Spagnolo A) si precisa che la risposta cristiana al «grido» di chi chiede d’essere integrato nella vita ecclesiale non deve essere «burocratico» o dare l’idea di una «concezione elitaria» della comunità.

Mancata bocciatura
Allo stesso tempo vi sono linee comuni che ritornano: un sentimento diffuso di gratitudine nei confronti di papa Francesco che ha optato con convinzione per la forma della sinodalità; il riconoscimento della necessità di una sua parola definitiva, terminato il percorso sinodale (sotto la forma di un’esortazione apostolica?); la necessità di fare maggiore riferimento alla coscienza (formata); l’approfondimento del rapporto tra fede, sacramento e contratto matrimoniale (anche per le implicazioni ecumeniche); il fatto che la preparazione al matrimonio debba avvenire in una forma sempre più catecumenale alla fede.

Di tutta questa ricchezza la Relazione finale tiene conto in maniera decisamente organica e con una prospettiva – lo dicevamo all’inizio – di convergenza. I paragrafi, infatti, sono stati tutti approvati con la maggioranza dei 2/3: il che significa che su 265 padri presenti erano necessari 177 voti. Un paragrafo ha rischiato la «bocciatura»: il n. 85, passato per essere il paragrafo della «comunione ai divorziati risposati».

In realtà in esso si spiega in che cosa consiste il percorso di «discernimento» (che cita Familiaris consortio n. 84) che si rifà alla proposta del gruppo Tedesco e Inglese B, che a loro volta ricordano la lettera pastorale del 1993 dei vescovi Kasper, Lehmann e Saier poi fermata da Roma l’anno dopo (cf. Regno-doc. 19,1993,643;19, 1994,577).

Il n. 86, che per altro non usa mai la parola «sacramenti», ma che valuta come attuare «una più piena partecipazione alla vita della Chiesa» e i «passi che possono favorirla e farla crescere», è stato approvato con 190 voti. Mons. J. Bonny, vescovo di Anversa, ha poi dichiarato a chiusura del Sinodo che l’idea del «gruppo dei contrari», identificabile attorno al nucleo dei firmatari non smentiti della lettera al papa (i cardd. Caffarra, Napier, Müller, Pell, Sarah, Urosa Savino e i vescovi Collins, Dolan, Eijk), è stata di non chiedere modifiche ai due paragrafi sino all’ultimo, «sicuri» di una loro bocciatura in dirittura d’arrivo.

Il fatto che non si sia verificata sta a indicare non tanto un errore di calcolo quanto che il percorso del Sinodo ha realmente modificato gli equilibri con i quali esso era partito.

Nel testo rientrano alcuni temi «dimenticati» nella Relatio Synodi del 2014: uno stile di vita ecologico (16); i nonni nella vita delle famiglie e nella trasmissione della fede (n. 17. 18. 93); la vedovanza; il ruolo dei disabili (21) e delle persone non sposate (22); le famiglie numerose (62); l’adozione e l’affido (65); la violenza entro le mura domestiche, comprese le violenze sessuali sui minori e la «tolleranza zero» (nn. 61 e 78). Da ultimo rientra anche un riferimento a Tommaso sulla misericordia divina come luogo in cui «Dio manifesta la sua onnipotenza» (Summa II-II, q. 30, art. 4), che nel periodo intersinodale – anche da queste pagine – era stato ripreso e riscoperto. Disseminato, invece, con precisione e abbondanza il riferimento ai «semina Verbi» (nn. 37. 47) che al 70 diventano «elementi positivi» da cogliere e al 71 «segni dell’amore di Dio» che vanno colti e valorizzati nelle convivenze o nei matrimoni civili. Al Vaticano II d’altra parte, viene dedicato l’intero n. 42.

Più che le parole, testimoni
Assente «giustificato» il tema dell’omosessualità, su cui il n. 76 ribadisce una posizione scontata e difensiva: d’altra parte alla chiusura di un dibattito che già partiva in difficoltà ha dato un pesante contributo la dichiarazione fatta alla vigilia del Sinodo da mons. K. Charamsa – ufficiale della Congregazione per la dottrina della fede e segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale – d’essere omosessuale e di avere un partner.

Sul tema della sessualità, su cui il gruppo Inglese B aveva chiesto un paragrafo dedicato per mettere in luce come «nell’espressione dell’amore sessuale i coniugi fanno esperienza della tenerezza di Dio», si dedica il n. 49 (en passant) e il n. 63, ma in forma più sbilanciata verso l’amore generativo e sulla necessaria formazione della coscienza per una «scelta responsabile della genitorialità». Esso evita di addentrarsi in divieti e si esprime invece in favore di una maggiore disponibilità, da ridestare nelle coppie, nel procreare e d’altra parte – doverosamente – chiede che anche la comunità di fede sia «più a misura di bambino».

Il fatto che la Chiesa abbia un clero uxorato, ancorché minoritario, poteva dar voce maggiore (Inglese D) all’integrazione di questo punto e anche di altri, come ha scritto per il nostro blog Basilio Petrà (Famiglie dimenticate, sposi assenti. Un rimedio possibile e doveroso, 17.10.2015).

Da ultimo il tema delle donne, che viene trattato dai numeri 24, 27 e 28, 61: si parla delle donne sole che si fanno carico dei figli, del loro sfruttamento, della violenza nei loro confronti anche in famiglia, della necessità di un «ripensamento dei compiti dei coniugi nella loro reciprocità e nella comune responsabilità verso la vita famigliare» a motivo dell’emancipazione femminile.

Una «maggiore valorizzazione della loro responsabilità nella Chiesa», come «nei processi decisionali», nel «governo di alcune istituzioni» e «nella formazione dei ministri ordinati (n. 28 e cf. n. 61). Eppure la «scivolata» clericale di non aver concesso il voto in Sinodo alle tre superiore maggiori, a fronte dell’equiparazione del superiore – laico – dei Piccoli fratelli di Charles de Foucauld ai membri – chierici – del Sinodo, dice la distanza tra le parole dei documenti e la realtà.

Non è una mera questione «rivendicativa»: ha più a che fare con l’essere che con il lessico «politically correct». Come ha scritto il gruppo Francese C, più che dare un «messaggio più chiaro» o trovare una maniera nuova di «dire le cose» nel mondo d’oggi occorre «essere»: il mero insegnamento «non basta più» e cede il passo alla testimonianza, che è la sua misura concreta e credibile. La valutazione sulla riuscita del Sinodo sta in fondo tutta qui: quanto esso sarà stato capace di modificare i sinodali che vi hanno partecipato e, tramite loro, di far sì che «la parola “famiglia” non suoni più come prima» (Francesco, Discorso di chiusura del Sinodo, 24 ottobre), per tutti i suoi membri e in tutte le sue accezioni.
E laddove un «malinteso sforzo di rispetto della dottrina della Chiesa» (Gruppo Tedesco) avesse alimentato «atteggiamenti duri e intransigenti nella pastorale che hanno fatto soffrire le persone», occorre «chiedere loro perdono».
* Sul prossimo numero de Il Regno-attualità, 9,2015,577.

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