martedì 10 novembre 2015

Il Sinodo: il testo e l’evento

di Andrea Grillo*

Due terzi dei vescovi al Sinodo sono con papa Francesco, al quale affidano la determinazione concreta della svolta pastorale sulla famiglia e il suo ruolo all’interno della Chiesa. E’ l’inizio di un grande approfondimento della esperienza matrimoniale, con accorato discernimento dei vescovi e con libertà evangelica di Francesco.
Dopo tutte le esitazioni, le discussioni, le paure, le trame, gli entusiasmi, gli sgambetti, gli intrighi, le aperture e le fughe all’indietro, i risultati di queste tre settimane di “cammino sinodale” appaiono più cospicui di quanto ci si potesse attendere. In primo luogo sull’intera Relatio si è formata una “maggioranza qualificata”, anche se questo obiettivo, sicuramente decisivo, ha significato il sacrificio di alcune importanti tematiche (nessun cenno esplicito alla comunione per le “famiglie irregolari”, nessun riferimento vero alle coppie “omosessuali”, né al rapporto tra “legge” e “coscienza”). In secondo luogo, il documento, sia pure con i limiti di “contenuto” che ho già indicato, recupera molto in termini di linguaggio, di stile e di approccio: trova il registro giusto per annunciare anzitutto la “misericordia”; infine, come era accaduto anche l’anno scorso, il discorso conclusivo di papa Francesco mette in chiaro, con estrema lucidità, quali saranno le priorità che discenderanno da questo “cammino comune” appena compiuto, ma ancora da sviluppare e da determinare. Ecco una serie di “elementi” di valutazione del Sinodo, a partire dal documento a cui è giunto (nella sua non definitività).

Il testo e il suo contesto
Non bisogna certo sottovalutare il testo approvato alla fine del Sinodo, ma non si deve neppure sopravvalutarlo. Si tratta, è bene ricordarlo, di una serie di 94 proposizioni, ordinate certo in modo strutturale, ma che fungeranno da “base” per la elaborazione del testo magisteriale che, una volta pubblicato, di fatto andrà a prendere il posto del testo sinodale, con altra autorità.

Per questo, se valutassimo il testo come “definitivo”, andremmo incontro a un abbaglio: piuttosto esso ha avuto un duplice compito: mettere a confronto le diverse culture e tradizioni ecclesiali di fronte alle sfide che la famiglia subisce e lancia alla cultura di oggi; preparare un “consenso diffuso” per sostenere un’opera di aggiornamento e di “conversione” della pastorale familiare.

Il tono sereno e costruttivo
Molto hanno lavorato i padri sinodali nel “trovare il tono giusto”: uno dei meriti di questo Sinodo è stato proprio quello di non voler arrivare ad una “normativa disciplinare” – troppo ardua da costruire in modo consensuale. Si è preferito, invece, elaborare un linguaggio dell’incontro e della misericordia, invece che un linguaggio del giudizio o della condanna. La lezione del concilio Vaticano II – rilanciata da papa Francesco – ha trasmesso ai padri sinodali il desiderio di curare la “forma” almeno tanto quanto il ”contenuto”. Questa scelta ha determinato una tendenza a portare in primo piano l’atteggiamento da favorire, prima che il contenuto da definire. Pertanto, in diversi casi, il tono “garbato” e “conciliante” non ha potuto registrare che una parte dei “temi”. La ricerca di un ampio consenso ha alzato il volume delle relazioni e abbassato quello delle questioni più brucianti.

Le resistenze e le omissioni
Cionondimeno, vi sono state resistenze, forse anche più forti di quanto si sarebbe pensato. Lettere di protesta indirizzate al papa, sul cui testo e sui cui firmatari non vi sono certezze, ma che volevano esercitare una “pressione preventiva” sul lavori del Sinodo, contestandone il merito e il metodo. Se si è arrivati a diffondere notizie false su un (inesistente) “tumore al cervello del papa”, questo ha significato che il livello di “paura” del cambiamento aveva raggiunto un livello di guardia. Il miglior commento su tutto ciò è venuto dal Cardinale Montenegro, che ha ricordato un proverbio rumeno: “Quando la carovana si mette in movimento, i cani abbaiano”.

Alcuni casi esemplari: relazioni omosessuali
e comunione ai divorziati risposati
Non vi è dubbio che nella storia del precedente Sinodo del 2014, la gestione di argomenti delicati – in primis delle coppie divorziate risposate e delle coppie gay – avevano creato resistenze e opposizioni, che si erano tradotte in un numero di voti contrari più alto del previsto. E’ però paradossale che, nel testo oggi approvato con larghe maggioranze, di fatto si siano letteralmente “obliterate” alcune questioni nodali: la omosessualità sembra riguardare la famiglia solo quando tocca “qualcuno di famiglia”: il caso cioè in cui un figlio, un fratello, uno zio manifestano un orientamento omosessuale. Ma della “relazione omosessuale di coppia” non si fa parola. Allo stesso modo ci si comporta nei paragrafi delicatissimi che riguardano la condizione ecclesiale dei “divorziati risposati”. La questione che sembrava dirimente – ossia la “comunione ai divorziati risposati – non viene mai nominata. Si gira attorno al tema, con reiterata insistenza, ma senza mai evocarlo letteralmente. Lo ripeto: tutto questo assomiglierebbe ad una “occasione perduta” se non tenessimo conto della “provvisorietà strutturale” della Relatio. Era più importante creare le condizioni di un consenso più vasto, piuttosto che sollevare tutte le questioni teoriche e pratiche e rischiare la divisione!

La libertà del papa come ”ministero ecclesiale”
Una “divisione del lavoro” come quella che abbiamo visto durante il Sinodo mi pare che raramente si dia a vedere, non solo a livello ecclesiale. Mentre la assemblea elaborava strategie del confronto, di creazione del consenso, di mediazione linguistica e culturale, il suo Presidente faceva due cose essenziali: stava in ascolto di tutti e rilanciava profeticamente il lavoro e la progettazione, sulla base della categoria di “misericordia”. Se la famiglia manifesta la “misericordia Dei” nel modo più alto, come possiamo comprenderla solo nelle categorie dei diritti e dei doveri? Questa domanda, in mille variazioni, risuonava nei discorsi di apertura e di chiusura, ma riecheggiava anche da S. Marta e, quotidianamente, da ogni occasione in cui il papa prendeva la parola. I Vescovi hanno parlato con la prudenza della cautela, il papa con la libertà della profezia. I primi dovevano fare analisi, il secondo continuamente spronava a fare sintesi. I primi avrebbero in qualche caso voluto ancora tempo, commissioni, procedure, cautele…il secondo voleva correre per strada, farsi familiare alle famiglie, toccarle e farsene toccare. Quasi mai c’è stata dura contrapposizione: quando non “in re”, almeno “in spe”.

La questione fondamentale:
la differenza tra famiglia e matrimonio
Il Sinodo che ha “scollinato” nella disciplina delle nozze cristiane, aprendo la via per un ripensamento delle prassi con cui si affrontano le crisi matrimoniali, ha dovuto farsi carico di un problema ecclesiale ben più grande e spinoso: ossia la pretesa di non perdere il monopolio della sessualità ordinata alla vita unita, indissolubile e feconda. Da quando lo stato moderno ha “requisito” la competenza sul matrimonio, la Chiesa ha reagito spesso in modo solo istituzionale, vantando una competenza originaria e inossidabile sul “sacramento-contratto”. Questa storia, lunga due secoli, influisce ancora pesantemente sul modo di affrontare le singole questioni: non di rado, accanto al “pastore” vi è sempre acquattato un “farmacista”, col suo bilancino. Spesso nella stessa persona! Accettare che vi sia una “differenza” tra famiglia e matrimonio è, per questa mentalità classica, l’inizio della fine. Il Sinodo ci ha detto che i “pastori” hanno prevalso sui non pochi “farmacisti”, oltre che su qualche “lupo”. Per i numerosi Pastori presenti al Sinodo, questa svolta è stata non una tragica fine, ma un inizio promettente.

Che cosa sarà domani?
Appena chiuso il Sinodo, un giornalista ha chiesto ad alcuni parroci che cosa avrebbero fatto dal giorno successivo. La prudenza ha giustamente prevalso. Questo ha permesso al giornale di mettere come titolo: “I parroci frenano sulla comunione ai divorziati risposati”. Per come un Sinodo è concepito, è del tutto ragionevole che ogni “mutamento della disciplina” sia accuratamente predisposto dalla autorità competente. La Relatio ci dà alcuni criteri di fondo, che tuttavia dovranno essere a loro volta tradotti e fatti propri dalle singole comunità, mediante una adeguata mediazione magisteriale e pastorale. Ecco alcune domande che dovremo affrontare nei prossimi mesi:

Alcune domande aperte
a) Familiaris consortio e la differenza tra comunione ecclesiale e comunione sacramentale.
Propriamente, la differenza tra comunione ecclesiale e comunione sacramentale, che è stata introdotta coraggiosamente da FC, quando afferma che i divorziati risposati “non sono separati dal Corpo di Cristo”, inaugura quella tensione a cui cerca di rispondere il documento sinodale, seppur solo parzialmente. Se la “forbice” tra le due forme di “comunione” era massima, nel 1981, oggi appare ridotta e ridimensionata, ma non ancora colmata. Ad ogni grado che si acquisisce come compatibile con la condizione di divorziato risposato, diventa sempre più difficile escludere il coronamento eucaristico della comunione ecclesiale. Se un divorziato risposato può fare il catechista, come può non giungere alla comunione eucaristica? Ma, d’altra parte, se un divorziato verrà tenuto esterno alla comunione sacramentale, come farà ad essere un catechista senza complessi di inferiorità?

b) Foro esterno, foro interno: e il “foro intimo”?
Fino ad oggi l’unico modo per “giudicare” della condizione dei divorziati risposati era ricorrere al procedimento canonico di riconoscimento e dichiarazione della nullità del vincolo. Questo accadeva – e tuttora accade – “in foro esterno”. Oggi è possibile che, stante la validità del primo matrimonio, si possa essere accompagnati in un cammino di integrazione ecclesiale che non esclude la comunione eucaristica, senza mettere in discussione il vincolo originario. Questo avviene “in foro interno”, nella confessione.

Ma tutto questo non basterà. Alla logica oggettiva del vincolo sembra affiancarsi, quasi in parallelo, una logica soggettiva dei singoli individui, i cui nuovi legami non sembrano avere una visibilità e una riconoscibilità. Il correttivo che il “foro interno” introduce nel sistema è utile e necessario, ma non sarà sufficiente,. La storia delle coscienze e delle libertà in comunione è molto più complessa e più intima della astrazione giuridica che compone “elementi oggettivi” con “cause soggettive”. La misericordia ha bisogno di altri linguaggi e di altre dinamiche. Su questo “foro intimo” occorrerà lavorare, affinando le categorie con cui interpretare e disciplinare i vissuti ecclesiali.

c) Cammino penitenziale e cammino eucaristico: sono ancora possibili?
Prevale ancora una lettura statica della vita: il foro esterno e quello interno sono “fermi” piuttosto che “in movimento”. Se il Sinodo ha sbloccato il sistema, ha “scollinato” nella tradizione, oggi dovrebbe essere molto più chiaro che penitenza e eucaristia non hanno solo la logica dell’atto formale di assoluzione e di consacrazione, ma la logica del processo rituale ed esistenziale di incontro con la Parola e con il sacramento. Come diceva Carlo Maria Martini, noi dobbiamo saper “capovolgere la domanda”. Non si tratta di far accedere i divorziati alla eucaristia dopo la soglia penitenziale, ma di farli entrare in una elaborazione penitenziale edeucaristica della loro identità. Nella penitenza e nella eucaristia si cambia “con il tempo”. La nuova considerazione dei divorziati risposati ci porta, ultimamente, a una nuova offerta, a tutto il popolo di Dio, di una rinnovata freschezza penitenziale ed eucaristica. Il problema della “comunione” per i divorziati risposati non è di “ricevere l’ostia”, ma di “vedere riconosciuta e valorizzata” la comunione che vivono.

Su queste “domande aperte” si misurerà la discussione e la esperienza ecclesiale del mesi prossimi: a meno che Francesco non ci sorprenda ancora una volta, “giocando d’anticipo” già tra qualche settimana, magari intorno alla soglia giubilare. Chi potrebbe escluderlo?

* Pubblicato in Settimana n. 38/2015

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