lunedì 9 novembre 2015

Vocazione e missione della famiglia. Il XIV Sinodo ordinario dei vescovi

di Antonio Spadaro si*


Aprendo la XIV Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Papa Francesco ha ricordato che i padri sinodali stavano per «riprendere il dialogo» avviato con la III Assemblea straordinaria (5-19 ottobre 2014) (1). E ha proseguito: «Il Sinodo, come sappiamo, è un camminare insieme con spirito di collegialità e di sinodalità, adottando coraggiosamente la parresia, lo zelo pastorale e dottrinale, la saggezza, la franchezza, e mettendo sempre davanti ai nostri occhi il bene della Chiesa, delle famiglie e la suprema lex, la salus animarum» (2).
Il lavoro del Sinodo ordinario — durato tre settimane, dal 4 al 25 ottobre 2015 — ha coinvolto 270 padri sinodali, 14 delegati fraterni, 51 tra uditori e uditrici, di cui 17 coppie e 17 singoli. Gli interventi dei Padri sinodali in Aula sono stati suddivisi in tre tappe, corrispondenti alle parti dell’Instrumentum laboris composto a partire dalle conclusioni del Sinodo precedente, integrate da una sintesi delle risposte a un ulteriore questionario reso pubblico il 9 dicembre del 2014 (3).
«Si deve camminare insieme»
La XIV Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi si è svolta a 50 anni dall’istituzione del Sinodo da parte di Paolo VI. L’anniversario è stato celebrato il 17 ottobre con un evento specifico nel quale il cardinale Schönborn ha tenuto una relazione commemorativa e il Santo Padre ha pronunciato un discorso. Nella mens del Pontefice il Sinodo è un «processo» che dovrà sempre di più plasmare la vita della Chiesa (4), anzi è quello «che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio» (5), perché «Chiesa e Sinodo sono sinonimi» (6). La collegialità episcopale deve vivere all’interno di una Chiesa tutta sinodale. Papa Francesco lo aveva già annunciato chiaramente nell’intervista che aveva concesso alla Civiltà Cattolica — realizzata ad appena cinque mesi dalla sua elezione — con queste parole: «Si deve camminare insieme: la gente, i vescovi e il Papa. La sinodalità va vissuta a vari livelli. Forse è il tempo di mutare la metodologia del Sinodo, perché quella attuale mi sembra statica» (7).
Il fatto che il processo sinodale sia stato avviato con un questionario manifesta un contenuto di valore fondamentale. Infatti, come ha detto il Pontefice, «il sensus fidei impedisce di separare rigidamente tra Ecclesia docens ed Ecclesia discens, giacché anche il Gregge possiede un proprio “fiuto” per discernere le nuove strade che il Signore dischiude alla Chiesa». È stata questa convinzione — ha proseguito Francesco — «a guidarmi quando ho auspicato che il Popolo di Dio venisse consultato nella preparazione del duplice appuntamento sinodale sulla famiglia». Infatti, «come sarebbe stato possibile parlare della famiglia senza interpellare le famiglie, ascoltando le loro gioie e le loro speranze, i loro dolori e le loro angosce?» (8).

Sinodalità e diversità
La sinodalità implica la diversità. Questo è vero oggi più che mai. Entrando nell’Aula sinodale, i Padri hanno avuto l’impressione di un corpo vivo, capace di riflettere in maniera reale, che si confronta su problemi, linguaggi e modi di affrontare la realtà molto diversi. L’uomo nella sua concretezza e diversità non è un elemento estraneo alla predicazione del Vangelo. Allora, questa dimensione di rapporto con la realtà, con l’esperienza reale, è fondamentale e può creare divergenze. Concretamente, una soluzione buona per la Nuova Zelanda non lo è per la Lituania, un approccio valido in Germania non lo è per la Guinea.
Così, «al di là delle questioni dogmatiche ben definite dal Magistero della Chiesa», il Pontefice stesso ha constatato, nel suo discorso conclusivo del Sinodo, come sia evidente «che quanto sembra normale per un vescovo di un continente, può risultare strano, quasi come uno scandalo — quasi! — per il vescovo di un altro continente; ciò che viene considerato violazione di un diritto in una società, può essere precetto ovvio e intangibile in un’altra; ciò che per alcuni è libertà di coscienza, per altri può essere solo confusione». Allora si comprende come la cattolicità non sia affatto «globalizzazione». E si comprende come l’universalità della Chiesa non massifichi e non significhi uniformità (9).

La «parresia» e il primato
La «dinamica della sinodalità» (10) richiede la piena libertà di parola e di espressione anche delle differenze fin qui descritte. Nel suo saluto all’inizio del Sinodo straordinario, il Papa aveva affermato con decisione: «Vi domando, per favore, questi atteggiamenti di fratelli nel Signore: parlare con parresia e ascoltare con umiltà». Nell’introduzione al Sinodo ordinario, ha ripetuto lo stesso appello. Questa è dunque un’altra sfida di misericordia interna alla Chiesa: parlarsi chiaramente, ascoltarsi pazientemente, dialogare a lungo. In questo senso la Relatio Synodi, frutto di questo incontro, non è il risultato di un compromesso, ma è quello che i padri sinodali sono riusciti a scrivere insieme, attraversando differenze di ogni genere.
Questa dinamica di confronto reale non è affatto «confusione», ma «libertà»: due termini che non sono mai da assimilare, pena non vivere con coraggio una piena maturità adulta.

Del resto, «discussioni accese, liti addirittura, e l’intenso disputare fanno naturalmente parte del cammino sinodale» (11). Il conflitto può persino diventare «un anello di collegamento di un nuovo processo» (EG 227). Bisogna invece ricordare — come ha fatto il cardinale Schönborn nella sua relazione commemorativa per il cinquantesimo dell’istituzione del Sinodo — il clima del cosiddetto «Concilio di Gerusalemme»: gli Atti degli Apostoli non temono di registrare «una grande discussione» (At 15,7) tra apostoli e anziani della Chiesa di Gerusalemme, che fa seguito a un’altra «controversia» nella quale «Paolo e Barnaba dissentivano e discutevano animatamente» (At 15,2) contro altri fratelli venuti dalla Giudea circa la questione della circoncisione. E ricordiamoci che è Paolo a opporsi a Cefa «faccia a faccia» (Gal 2,11).
Francesco ha posto proprio nel suo ministero petrino il fondamento della serenità di coscienza nel dire ciò che si pensa. Come aveva specificato a conclusione della III Assemblea straordinaria, «il Sinodo si svolge sempre cum Petro et sub Petro, e la presenza del Papa è garanzia per tutti e custodia della fede». Il suo ministero è garanzia di comunione: «Il fatto che il Sinodo agisca sempre cum Petro et sub Petro — dunque non solo cum Petro, ma anche sub Petro — non è una limitazione della libertà, ma una garanzia dell’unità» (12). In tal modo Pietro non si può intendere restrittivamente come «argine» alla parola e al pensiero dentro la Chiesa, ma al contrario come la «roccia» solida che rende possibile l’espressione, perché è lui, e non altri, a essere «garante della conformità della Chiesa alla volontà di Dio, al Vangelo di Cristo e alla Tradizione della Chiesa».

È interessante notare come Francesco parli del significato del primato petrino proprio nel contesto della sinodalità, esprimendo la persuasione che «in una Chiesa sinodale, anche l’esercizio del primato petrino potrà ricevere maggiore luce. Il Papa non sta, da solo, al di sopra della Chiesa, ma dentro di essa come Battezzato tra i Battezzati e dentro il Collegio episcopale come Vescovo tra i Vescovi, chiamato al contempo — come Successore dell’apostolo Pietro — a guidare la Chiesa di Roma che presiede nell’amore tutte le Chiese» (13). La sua costante presenza in Aula è stata, peraltro, l’espressione più evidente, e tutt’altro che semplicemente simbolica, della sinodalità della Chiesa.

Dialogo e discernimento
Papa Francesco ha voluto un Sinodo più dinamico nella «disputa» e ne ha rinnovato per questo la metodologia. L’obiettivo è stato quello di rendere più agile, dinamico ed efficace lo svolgimento dei lavori, valorizzando soprattutto i Circuli minores, nei quali il numero limitato di partecipanti e l’omogeneità linguistica hanno consentito il dialogo prolungato e franco, la condivisione delle idee, la maturazione del consenso. Per cui alle 54 ore di lavoro in Assemblea in 18 Congregazioni generali hanno fatto riscontro 36 ore di lavoro in 13 sessioni di circoli minori (14).
Altro elemento importante della metodologia è stata la conferma che gli interventi in Aula non venissero diffusi e pubblicati da fonti ufficiali né da altri (15). Questa modalità ha permesso ai singoli padri di essere liberi di esprimersi senza pensare di dover essere presentati al «pubblico» tramite riassunti. Non è mancata un’infrazione interna al regolamento, ma è stato interessante vedere come essa sia stata avvertita dai più come una violazione indebita e scorretta.

Ma il motivo profondo della decisione di tenere gli interventi protetti dalle interferenze esterne è stato quello di creare «uno spazio protetto ove la Chiesa sperimenta l’azione dello Spirito Santo», come ha detto il Santo Padre nel suo intervento iniziale: «Vorrei ricordare che il Sinodo non è un convegno o un “parlatorio”, non è un parlamento o un senato, dove ci si mette d’accordo. La correttezza del procedimento sinodale non prevede neppure una convergenza totale, frutto di un bilanciamento quietista, moderato, ma falso». Dunque, come il Papa aveva già detto lo scorso anno, «le Assemblee sinodali non servono per discutere idee belle e originali, o per vedere chi è più intelligente… Servono per coltivare e custodire meglio la vigna del Signore, per cooperare al suo sogno, al suo progetto d’amore sul suo popolo» (16).

Il Sinodo è un’espressione ecclesiale, non politica o mediatica. In questo senso la riservatezza è stata quella propria di ogni esercizio spirituale di discernimento comunitario. L’obiettivo era quello di vivere un avvenimento di alto valore spirituale senza «temere le discussioni, e viverle come quel “movimento degli spiriti” che fa maturare il discernimento degli spiriti e prepara i cuori a riconoscere ciò che il Signore stesso ci mostra, sì, quello che egli ha già deciso (cf. At 15,7), quello che però noi, mediante la preghiera e le fatiche delle nostre discussioni, dobbiamo riconoscere» (17). Alla fine del Sinodo straordinario — ricordiamolo — il Papa aveva chiaramente affermato che si sarebbe «molto preoccupato e rattristato se non ci fossero state queste tentazioni e queste animate discussioni», cioè «se tutti fossero stati d’accordo o taciturni in una falsa e quietista pace» (18).

Otto nodi critici
La discussione aperta ha posto in rilievo alcuni nodi critici che, senza alcun dubbio aiuteranno la Chiesa a interrogarsi sul suo cammino futuro.
1) Un nodo interessante è stata una certa sovrapposizione tra «dottrina» e «teologia». Alcune posizioni teologiche sono state interpretate in talune situazioni come punti di dottrina. Mentre la dottrina non si riduce a una posizione teologica. Più in generale, si è compreso come la riflessione teologica recente non sia entrata molto nel dibattito. È chiaro che il Sinodo non ha intenti di dibattito teologico, e tuttavia è apparso chiaro che la meditazione dei pastori potrebbe essere meglio plasmata da una riflessione teologica. La distanza tra accademia e pastorale deve essere colmata, per evitare che le due dimensioni procedano in maniera indipendente.

In questo l’esempio di Francesco è paradigmatico, perché la sua finezza teologica si esprime in modo tale da apparire come schietta sensibilità pastorale. E nei suoi discorsi al Sinodo ne abbiano avuto ampia prova. Non si tratta di una dissimulazione, ma della forma di discorso teologico più adatta alla missione e alla riforma. È dunque necessario soprattutto riconoscere nel principio pastorale la misura dell’intelligenza del Vangelo. E l’intenso dibattito teologico dev’essere inteso come un guadagno per lo «sviluppo organico» della dottrina della Chiesa e della verità del Vangelo (19).
2) Un secondo nodo critico è quello che riguarda il significato della dottrina. Già alla fine del Sinodo del 2014 il Pontefice aveva parlato della tentazione di «trasformare il pane in pietra e scagliarla contro i peccatori, i deboli e i malati (cf. Gv 8,7), cioè di trasformarlo in “pesi insopportabili” (Lc 11,46)». La dottrina è pane, non pietra. Alla fine del Sinodo ordinario il Papa ha ripetuto l’immagine, dicendo che esso ha «testimoniato a tutti che il Vangelo rimane per la Chiesa la fonte viva di eterna novità, contro chi vuole “indottrinarlo” in pietre morte da scagliare contro gli altri».
La dottrina — come è stato ribadito in alcuni circoli minori — è l’insegnamento di Cristo, è il Vangelo stesso. Per questo non ha nulla a che fare con quei «cuori chiusi che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa, o dietro le buone intenzioni, per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite», ha detto ancora Francesco. L’obbedienza alla Tradizione non può e non deve essere confusa con quella alla lettera. E sempre si cresce nella più profonda comprensione della dottrina del Vangelo, che è sempre ordinata alla salvezza.

3) Un terzo nodo critico è stato quello di pensare che un evento ecclesiale come il Sinodo potesse servire solamente a ripetere il già detto. In tal senso sono risuonate qua e là le parole di san Giovanni XXIII, il quale nella Gaudet Mater Ecclesia disse: «Però noi non dobbiamo soltanto custodire questo prezioso tesoro, come se ci preoccupassimo della sola antichità, ma, alacri, senza timore, dobbiamo continuare nell’opera che la nostra epoca esige, proseguendo il cammino che la Chiesa ha percorso per quasi venti secoli». Lo spirito del Sinodo, in questo senso — pur nel suo modo proprio che è consultivo — è stato il medesimo del Concilio nelle parole del Papa che indisse il Vaticano II: «Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi».
La chiave di lettura del lavoro sinodale è stata data dal Pontefice proprio nel momento in cui ha introdotto i lavori: «È la Chiesa che si interroga sulla sua fedeltà al deposito della fede, che per essa non rappresenta un museo da guardare e nemmeno solo da salvaguardare, ma è una fonte viva alla quale la Chiesa si disseta per dissetare e illuminare il deposito della vita» (20). Proprio nella sua omelia mattutina del 23 ottobre — cioè nel giorno precedente alla votazione in Aula della Relatio Synodi — a Santa Marta il Pontefice ha affermato: «I tempi cambiano e noi cristiani dobbiamo cambiare continuamente. Dobbiamo cambiare saldi nella fede in Gesù Cristo, saldi nella verità del Vangelo, ma il nostro atteggiamento deve muoversi continuamente secondo i segni dei tempi». Questo cenno — posto a inizio e a fine Sinodo — al dinamismo secondo i tempi, per cui il deposito della fede disseta e illumina il deposito della vita, costi­tuisce un elemento importante per la comprensione del processo che il Pontefice ha avviato.

4) È chiaro che un nodo chiave della discussione è stato il modello di relazione tra la Chiesa e il mondo. È interessante notare le citazioni della Gaudium et spes presenti nella Relatio Synodi. In realtà questo traguardo è stato raggiunto non senza un lungo processo. Per alcuni padri, la Chiesa è circondata da un mondo ostile e demoniaco dal quale occorre difendersi, e che occorre attaccare con la proclamazione della dottrina. Altri invece hanno affermato che il compito della Chiesa è quello di discernere come Dio sia presente nel mondo e come proseguirà la sua opera. D’altra parte non possiamo né vivere sognando un mondo che non esiste più, né cadere nel «complesso di Masada», cioè nel complesso dell’accerchiamento. Questo rischia di essere una mancanza di fede in Dio che agisce nella storia. Dunque l’affascinante domanda emersa da tutti i padri — pur con differenti risposte — è stata: «Come porsi in maniera evangelica davanti a queste sfide aperte?».

5) Un quinto nodo critico che si può segnalare è legato direttamente al tema del Sinodo. Esso è stato quello di ricondurre troppo spesso il tema della famiglia a quello del matrimonio. Qualcuno per questo ha ricordato che esistono famiglie con un solo genitore, famiglie senza parenti, famiglie che comprendono i nonni e le nonne, famiglie di nonni e nipoti senza genitori, famiglie separate dalle migrazioni, ma anche le «famiglie religiose» e altre forme di convivenza, anche comunitaria, che vanno considerate.

6) Un sesto nodo critico è stato quello di andare alla ricerca di una certa esaustività sia nell’esporre la dottrina sia nell’affrontare i problemi. Lo stesso Pontefice, nel suo discorso a conclusione dei lavori, ha affermato che il Sinodo non ha «concluso tutti i temi inerenti alla famiglia», ma ha «cercato di illuminarli con la luce del Vangelo, della Tradizione e della storia bimillenaria della Chiesa, infondendo in essi la gioia della speranza senza cadere nella facile ripetizione di ciò che è indiscutibile o già detto». Come pure il Sinodo non ha «trovato soluzioni esaurienti a tutte le difficoltà e ai dubbi», ma almeno li ha «affrontati senza paura e senza nascondere la testa sotto la sabbia».

7) Un settimo nodo critico che può essere utile notare riguarda la franchezza o «parresia» e la sua applicazione ai lavori e al clima sinodale. Per due volte Papa Francesco ha chiesto di «superare ogni ermeneutica cospirativa che è sociologicamente debole e spiritualmente non aiuta». E questo perché, come egli stesso ha constatato, «le opinioni si sono espresse liberamente», ma «talvolta con metodi non del tutto benevoli». Il gruppo tedesco ha manifestato pure «grande turbamento e tristezza» per «le dichiarazioni pubbliche di alcuni padri sinodali su persone, contenuto e svolgimento del Sinodo. Ciò contraddice lo spirito dell’incontro, lo spirito del Sinodo e le sue regole elementari. Le immagini e i paragoni usati non sono soltanto indifferenziati e sbagliati, ma anche offensivi». I suoi membri — e con loro molti altri — unanimemente hanno preso le distanze. Il Sinodo non è stato dunque del tutto privo di cadute di stile, né di tentativi di pressione tra l’esterno e l’interno dell’Aula — prima del suo inizio e durante il suo svolgimento —, alcuni dei quali hanno trovato nei media un luogo per manifestarsi.

8) Un ultimo nodo critico che proponiamo in queste pagine è il forte desiderio di non limitarsi al linguaggio normativo o di condanna, ma di usare quello propositivo e aperto proprio del Concilio, valutando un proprio approccio pastorale alla luce dello stile di Papa Francesco. Il circolo minore tedesco ha anche affermato chiaramente in Aula: «Il nostro modo di pensare è troppo statico e troppo poco biografico e storico». Il linguaggio non è semplice esteriorità, ma comunica il cuore pulsante di una Chiesa evangelizzatrice e pastorale e non capace solo di parlare a se stessa e di se stessa. Il Pontefice, nel suo discorso alla fine del Sinodo, ha parlato di «trasmettere la bellezza della Novità cristiana, qualche volta coperta dalla ruggine di un linguaggio arcaico o semplicemente non comprensibile».

Il treno, la porta, la fiaccola e il navigatore
La ricchezza del lavoro sinodale non è sintetizzabile facilmente, sia perché gli interventi in Aula sono stati molto numerosi e differenti tra loro, sia perché i lavori di gruppo hanno toccato tutte le aree dell’Instrumentum laboris. Non è nostra intenzione fare qui sintesi precarie. Tuttavia può essere utile notare come nel dibattito sinodale non siano mancate le immagini. Possiamo menzionarne qui almeno quattro: il treno, la porta chiusa, la fiaccola e il navigatore satellitare. Tutte recepite, almeno nel loro significato, dal Pontefice nei suoi discorsi.
Il treno è stato evocato per dire che la Chiesa non deve essere come un convoglio in corsa, che viaggia veloce nel mondo come una freccia, ma dal quale è impossibile prestare attenzione al panorama che ci circonda. Notiamo che nella sua omelia della Messa per la conclusione del Sinodo il Papa ha ripreso il senso profondo di questa immagine. Davanti al cieco Bartimeo, infatti, «nessuno dei discepoli si ferma, come fa Gesù. Continuano a camminare, vanno avanti come se nulla fosse. Se Bartimeo è cieco, essi sono sordi: il suo problema non è il loro problema. Può essere il nostro rischio: di fronte ai continui problemi, meglio andare avanti, senza lasciarci disturbare. In questo modo, come quei discepoli, stiamo con Gesù, ma non pensiamo come Gesù. Si sta nel suo gruppo, ma si smarrisce l’apertura del cuore, si perdono la meraviglia, la gratitudine e l’entusiasmo, e si rischia di diventare “abitudinari della grazia”. Possiamo parlare di Lui e lavorare per Lui, ma vivere lontani dal suo cuore, che è proteso verso chi è ferito. Questa è la tentazione: una “spiritualità del miraggio”. Possiamo camminare attraverso i deserti dell’umanità senza vedere quello che realmente c’è, bensì quello che vorremmo vedere noi; siamo capaci di costruire visioni del mondo, ma non accettiamo quello che il Signore ci mette davanti agli occhi. Una fede che non sa radicarsi nella vita della gente rimane arida e, anziché oasi, crea altri deserti».

La porta è stata evocata da alcuni come «chiusa» o da chiudere definitivamente, come nel caso dell’Eucaristia ai divorziati risposati civilmente; da altri come «aperta» o da aprire per i motivi opposti, e parlando in termini generali, come atteggiamento pastorale fondamentale. Un padre ha parlato anche di una «porta davanti» e di una «porta di dietro» (la prima socchiusa e la seconda da chiudere). Altri hanno espresso profonda desolazione a sentir parlare, anche solo metaforicamente, di Chiesa «dalle porte chiuse». Il Pontefice aveva usato l’immagine della porta nella Messa di apertura del Sinodo, spronando la Chiesa a «essere ospedale da campo, con le porte aperte ad accogliere chiunque bussa chiedendo aiuto e sostegno; di più, a uscire dal proprio recinto verso gli altri con amore vero, per camminare con l’umanità ferita, per includerla e condurla alla sorgente di salvezza».

La fiaccola — ripresa dal Sinodo straordinario — è l’immagine del Vangelo portato «in mezzo alla gente per illuminare coloro che hanno smarrito la rotta» (Relatio Synodi, n. 55). Essa rende il senso dell’accompagnamento (il camminare insieme) e del discernimento (la luce) della Chiesa. Lo stesso Pontefice ha usato l’immagine della fiamma nel suo discorso finale, affermando che il Sinodo ha «cercato di guardare e di leggere la realtà, anzi le realtà, di oggi con gli occhi di Dio, per accendere e illuminare con la fiamma della fede i cuori degli uomini».

Il navigatore satellitare (gps) indica quale strada prendere per arrivare alla meta. Se si sbaglia o si trova un’interruzione imprevista, il gps non chiede di tornare al punto di partenza e rifare daccapo tutto il cammino, ma propone un itinerario alternativo. Analogamente, ogni volta che deviamo a causa del nostro peccato, Dio non ci chiede di tornare al nostro punto di partenza, ma ci riorienta verso di lui tracciando un nuovo percorso. Anche il Papa, nell’omelia della Messa per la conclusione del Sinodo, ha parlato di «una via accessibile, una via di consolazione» aperta da Dio, che è Padre e «si prende cura dei suoi figli, li accompagna nel cammino», sostenendo anche lo zoppo.

È interessante il fatto che comunque le immagini evochino un cammino, un itinerario, una possibilità (o meno) di ingresso. Davanti al cammino il Papa — sempre nella Messa conclusiva del Sinodo — ha messo in guardia i pastori da una tentazione, quella di cadere in una «fede da tabella»: «Possiamo camminare con il popolo di Dio, ma abbiamo già la nostra tabella di marcia, dove tutto rientra: sappiamo dove andare e quanto tempo metterci; tutti devono rispettare i nostri ritmi, e ogni inconveniente ci disturba».

La Chiesa in ascolto della famiglia
La relazione finale della XIV Assemblea ordinaria del Sinodo ha approvato a maggioranza qualificata (cioè con i 2/3 dei placet) tutti i punti proposti nella formulazione, che, a sua volta, era stata approvata all’unanimità dalla Commissione che l’ha prodotta (21). Essa si compone di tre parti.
La prima parte riguarda «La Chiesa in ascolto della famiglia» e rappresenta il frutto di una riflessione a occhi aperti sulla famiglia «reale» nel contesto antropologico, culturale, sociale ed economico. Il documento apre gli occhi anche sui membri di una famiglia, considerando pure le fasi critiche della vita (infanzia, terza età, persone disabili, migranti…), le dinamiche affettive ed emozionali e i temi legati alla vita. Pur confrontandosi con situazioni complesse e con sfide, la Chiesa è consapevole che bisogna «conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico (GS 4)» (n. 5).
Si riconosce che la cultura di oggi ha aperto «nuovi spazi, nuove libertà e nuove profondità». D’altra parte si riscontra una pericolosa tendenza all’individualismo (n. 8) e si lamenta la latitanza delle istituzioni (n. 10) davanti alla famiglia intesa come risorsa per la società. Colpisce in positivo l’opzione di parlare specificamente delle famiglie migranti e dei profughi (n. 23). E così anche il paragrafo dedicato alle persone non sposate (n. 22) che spesso rendono grandi servizi nella loro vita di relazione, professionale ed ecclesiale.

La prima parte si chiude con un paragrafo tra i più importanti del documento e che costituisce l’arco di volta di tutta la Relatio. Si legge: «Occorre accogliere le persone con comprensione e sensibilità nella loro esistenza concreta, e saperne sostenere la ricerca di senso. La fede incoraggia il desiderio di Dio e la volontà di sentirsi pienamente parte della Chiesa anche in chi ha sperimentato il fallimento o si trova nelle situazioni più difficili. Il messaggio cristiano ha sempre in sé la realtà e la dinamica della misericordia e della verità, che in Cristo convergono». Qui è espresso in sintesi lo sguardo della Chiesa. E di seguito si parla di «pluralità di situazioni concrete», di «percorsi», di «accompagnamento», di «attenzione pastorale», di «comprensione» e del fatto che «nell’ottica della fede non ci sono esclusi».

La famiglia nel piano di Dio
La seconda parte della Relatio Synodi è dedicata a «La famiglia nel piano di Dio». Si riconosce nella Parola di Dio la «bussola» che orienta nella comprensione cristiana, e per questo ci si pone «in ascolto di quello che la Chiesa insegna sulla famiglia alla luce della Sacra Scrittura e della Tradizione. Siamo convinti che questa Parola risponda alle attese umane più profonde di amore, verità e misericordia, e risvegli potenzialità di dono e di accoglienza anche nei cuori spezzati e umiliati» (n. 35). Il testo espone in sintesi la dottrina cristiana sul matrimonio e sulla sua indissolubilità, considerando anche l’«analogia imperfetta» tra la coppia marito-moglie e Cristo-Chiesa.

La Chiesa riconosce «che tra i battezzati non vi è altro vincolo nuziale che quello sacramentale» e nello stesso tempo è ben «consapevole della fragilità di molti suoi figli che faticano nel cammino della fede» (n. 51). La Chiesa non impone ideali, ma accompagna nel cammino. Poi, «di fronte a situazioni difficili e a famiglie ferite, occorre sempre ricordare un principio generale: “Sappiano i pastori che, per amore della verità, sono obbligati a ben discernere le situazioni” (Familiaris Consortio, n. 84). Il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi, e possono esistere fattori che limitano la capacità di decisione» (ivi).
Sin da questo punto, che sta al centro del documento, si afferma che, «mentre va espressa con chiarezza la dottrina, sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione» (ivi).

Ai numeri 53-55 si dispiegano le viscere di misericordia della Chiesa, che sente di dover «accompagnare i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza, come la luce del faro di un porto o di una fiaccola portata in mezzo alla gente per illuminare coloro che hanno smarrito la rotta o si trovano in mezzo alla tempesta» (n. 55).

La missione della famiglia
La terza parte della Relatio Synodi è dedicata a «La missione della famiglia». Si tratta di una sezione importante del documento, perché inquadra la famiglia non come «oggetto» di evangelizzazione, ma come «soggetto», cioè nel suo ruolo attivo (22). Qui si affrontano i temi della preparazione al matrimonio, dei primi anni della vita familiare, della responsabilità generativa intesa in senso ampio, dell’educazione dei figli, della spiritualità familiare e dell’apertura alla missione. Ed è in questa parte che si affronta anche il tema dell’accompagnamento pastorale e delle situazioni complesse.
L’istanza fondamentale dei paragrafi di questa parte è quella che pone la vita in famiglia come una sfida attuale, bella, capace di dar senso a una vita umana. Il matrimonio non è un «giogo», ma il luogo in cui l’umanità si apre a una vita ricca di senso. Esso non è innanzitutto spazio esistenziale gravato da norme, doveri e precetti esteriori, ma esperienza di vita che mette in moto l’affettività, la responsabilità, la coscienza. A tal punto che qualche padre ha anche chiesto se sia possibile usare una parola più positiva di «indissolubilità», pur mantenendo lo stesso significato.

Colpisce il modo attento, delicato e rispettoso con cui si parla della responsabilità generativa. Con l’Enciclica Humanae Vitae e l’Esortazione apostolica Familiaris Consortio si fa appello a rinvigorire la «disponibilità a procreare in contrasto con una mentalità spesso ostile alla vita». E si prosegue affermando che «la giusta strada per la pianificazione familiare è quella di un dialogo consensuale tra gli sposi, del rispetto dei tempi e della considerazione della dignità del partner». La scelta responsabile della genitorialità presuppone la formazione della coscienza, che è «il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità» (GS 16).

Discernimento, accompagnamento, integrazione, riconciliazione
Il capitolo III della terza parte della Relatio Synodi affronta il tema delle situazioni complesse. La domanda che accompagna il testo è chiara: come la Chiesa deve porsi davanti alle famiglie ferite e ai fallimenti? L’atteggiamento fondamentale appare ben descritto dalle quattro parole usate nella Relatio Synodi: discernimento, accompagnamento, integrazione e riconciliazione. Il Sinodo ha inteso «promuovere il discernimento pastorale» (n. 69), guidato dall’attenzione agli «elementi positivi presenti in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più» al messaggio evangelico (n. 70).
Si ha ben presente che la semplice convivenza «è spesso scelta a causa della mentalità generale contraria alle istituzioni e agli impegni definitivi, ma anche per l’attesa di una sicurezza esistenziale (lavoro e salario fisso). In altri Paesi, infine, le unioni di fatto diventano sempre più numerose, non solo per il rigetto dei valori della famiglia e del matrimonio, ma anche per il fatto che sposarsi è percepito come un lusso, per le condizioni sociali, così che la miseria materiale spinge a vivere unioni di fatto». L’analisi attenta a non fare di tutta l’erba un fascio aiuta ad affrontare le situazioni «in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino di conversione verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo» (ivi).

In questo contesto, si afferma che la stessa esperienza del fallimento matrimoniale, dolorosa per tutti, «può diventare occasione di riflessione, di conversione e di affidamento a Dio: presa coscienza delle proprie responsabilità, ognuno può ritrovare in Lui fiducia e speranza» (n. 79). Consapevoli delle ingiustizie che si sommano al dolore per il fallimento, i padri sinodali ribadiscono la possibilità di «un cammino che la grazia rende possibile. Di qui la necessità di una pastorale della conversione e della riconciliazione» (n. 79), anche per il bene dei figli, che spesso sono le prime vittime di queste situazioni critiche. Del resto, «il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio, di chiamare alla conversione e di condurre tutti gli uomini alla salvezza del Signore (cfr Gv 12,44-50)» (23). Francesco lo ha detto chiaramente nel suo discorso per la conclusione del Sinodo: «La Chiesa è Chiesa dei poveri in spirito e dei peccatori in ricerca del perdono e non solo dei giusti e dei santi, anzi dei giusti e dei santi quando si sentono poveri e peccatori».

I battezzati divorziati e risposati civilmente
Circa i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente si afferma innanzitutto che essi «devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili». La logica che guida i numeri 84-86 del documento è quella dell’integrazione, chiave di un solido accompagnamento pastorale. Ancora una volta la Chiesa si mostra madre, dicendo ai divorziati risposati civilmente di essere consapevoli di appartenere «al Corpo di Cristo che è la Chiesa», di essere «fratelli e sorelle». Si dice che «lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti». L’intenzione dunque è quella di affermare che queste persone non hanno perso la vocazione al bene di tutti, la loro missione nella Chiesa. La loro partecipazione ecclesiale può esprimersi in diversi servizi ecclesiali, e occorre «discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate» (n. 84). Per la comunità cristiana, prendersi cura di queste persone «non è un indebolimento della propria fede e della testimonianza circa l’indissolubilità matrimoniale: anzi, la Chiesa esprime proprio in questa cura la sua carità» (ivi).

La Relatio Synodi recepisce il criterio complessivo espresso da san Giovanni Paolo II nella Familiaris Consortio (n. 84): il «ben discernere le situazioni». Infatti c’è differenza «tra quanti sinceramente si sono sforzati di salvare il primo matrimonio e sono stati abbandonati del tutto ingiustamente, e quanti per loro grave colpa hanno distrutto un matrimonio canonicamente valido» (n. 85). Ma ci sono anche coloro che hanno contratto una seconda unione in vista dell’educazione dei figli, e sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido (cfr n. 84). Il Sinodo dunque afferma che è compito dei sacerdoti «accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento secondo l’insegnamento della Chiesa e gli orientamenti del Vescovo».

Questo itinerario impone un discernimento pastorale che fa riferimento all’autorità del Pastore, giudice e medico, il quale è anzitutto «ministro della divina misericordia» (Mitis et Misericors Iesus). In questo senso si procede nella linea dei recenti motu proprio di Papa Francesco sulla riforma del processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio. E si vede in questo riferimento ai vescovi una linea di condotta importante di riforma da parte del Papa, che attribuisce potestà pastorali maggiori ad essi.

Il documento procede su questa strada del discernimento dei singoli casi senza porre alcun limite all’integrazione, come appariva in passato. Esprime inoltre che non si può negare che in alcune circostanze «l’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere sminuite o annullate» (CCC 1735) a causa di diversi condizionamenti. «Di conseguenza, il giudizio su una situazione oggettiva non deve portare ad un giudizio sulla “imputabilità soggettiva” (Pontificio Consiglio per i testi legislativi, Dichiarazione del 24 giugno 2000, 2a)» (n. 85). Esiste una norma generale, ma «la responsabilità rispetto a determinate azioni o decisioni non è la medesima in tutti i casi». Per questo «il discernimento pastorale, pure tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni. Anche le conseguenze degli atti compiuti non sono necessariamente le stesse in tutti i casi» (ivi).

La conclusione è che la Chiesa prende consapevolezza che non si può parlare più di una categoria astratta di persone e rinchiudere la prassi dell’integrazione dentro una regola del tutto generale e valida in ogni caso. Non si afferma fino a dove possa arrivare il processo di integrazione, ma neanche si pongono più limiti precisi e invalicabili. Infatti, «il percorso di accompagnamento e discernimento orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio» (n. 86). Questo ragionamento pone a fondamento dell’agire della Chiesa e del suo giudizio la coscienza personale (n. 63).

«Quando ascolta la coscienza morale, l’uomo prudente può sentire Dio che parla» (CCC 1777); dunque, concretamente «il colloquio col sacerdote, in foro interno, — si legge nella Relatio Synodi ­— concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere» (n. 86). Questo discernimento è finalizzato alla «ricerca sincera della volontà di Dio»; è caratterizzato dal «desiderio di giungere ad una risposta più perfetta ad essa»; ed è plasmato dalle «esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa» e da condizioni quali «umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento».

Il cardinale Schönborn, intervistato dalla nostra rivista prima del Sinodo, aveva affermato che ci sono situazioni in cui il sacerdote confessore, che conosce le persone nel foro interno, può arrivare a dire: «La vostra situazione è tale per cui, in coscienza, nella vostra e nella mia coscienza di pastore, vedo il vostro posto nella vita sacramentale della Chiesa» (24). E questo il confessore può affermarlo proprio considerando che le condizioni poste dalla Familiaris Consortio sono state, 35 anni fa, un passo avanti, cioè una concretizzazione più aperta e attenta, rispetto al tempo precedente, al vissuto delle persone.

La tensione sulla situazione sacramentale dei divorziati risposati civilmente nasce proprio dal fatto che la Familiaris Consortio affermava di essi: «Non si considerino separati dalla Chiesa, potendo e anzi dovendo, in quanto battezzati, partecipare alla sua vita» (n. 84). È un concetto che anche Papa Francesco ha ripetuto molte volte. Ma questa «apertura» pone il problema serio su che cosa sia questa «comunione ecclesiale» riconosciuta. Come è possibile essere davvero in comunione ecclesiale senza arrivare, prima o poi, alla comunione sacramentale? Postulare che sia possibile una piena comunione ecclesiale senza una piena comunione sacramentale non sembra una via che possa lasciare tranquilli. Da notare inoltre che non si fa più menzione della «comunione spirituale» come strada alternativa al sacramento, così come era avvenuto fino al Sinodo straordinario (25).

La via del discernimento e del «foro interno» espone alla possibilità di decisioni arbitrarie, certo, ma «il laissez-faire non è mai stato un criterio per rifiutare un buon accompagnamento pastorale. Sarà sempre dovere del pastore trovare un cammino che corrisponda alla verità e alla vita delle persone che egli accompagna, senza poter forse spiegare a tutti perché essi assumano una decisione piuttosto che un’altra. La Chiesa è sacramento di salvezza. Ci sono molti percorsi e molte dimensioni da esplorare a favore della salus animarum» (26). Circa l’accesso ai sacramenti, il Sinodo ordinario ne ha dunque effettivamente posto le basi, aprendo una porta che invece nel Sinodo precedente era rimasta chiusa. Anzi, un anno fa non era stato possibile neppure certificare a maggioranza qualificata il dibattito sul tema, che era invece effettivamente avvenuto. Dunque si può a ragione parlare di un passo nuovo (27).

Il Sinodo verso il Giubileo
Il Sinodo ha «dato prova della vivacità della Chiesa Cattolica, che non ha paura di scuotere le coscienze anestetizzate o di sporcarsi le mani discutendo animatamente e francamente sulla famiglia», come ha detto il Papa nel suo discorso conclusivo. Ma con la sua fine non si è concluso invece il processo aperto. Il tema stesso del Sinodo e il suo atteggiamento pastorale approvato a maggioranza qualificata fluisce all’interno del Giubileo della misericordia, che prende avvio l’8 dicembre. Ma già i lavori sinodali avevano ricevuto dall’imminenza del Giubileo «una particolare luce e un preciso orientamento» (28).
È anche da considerare con attenzione il fatto che il processo sinodale ha avviato un profondo processo di riflessione, anch’esso all’insegna della parresia, sui temi della famiglia. È interessante notare quante pubblicazioni e seminari, incontri, dibattiti si siano sviluppati in vari contesti ecclesiali: da quelli parrocchiali e comunitari a quelli accademici (29).

Si è trattato, dunque, di un momento di grazia. La cosa più importante di questo Sinodo è stata, infatti, l’immagine di una Chiesa che si avvicina alla realtà per guardarla in faccia, per guardare alle persone con le loro storie concrete. La Chiesa non intende «giudicare» prima di «vedere» e toccare la vita dei suoi figli con una mano capace di accompagnare e sanare. La XIV Assemblea ordinaria del Sinodo dei Vescovi è stata, dunque, una tappa fondamentale dentro un cammino che la Chiesa sta facendo, sotto la guida di Papa Francesco, nella direzione indicata dal Concilio Vaticano II.

N.B.: Per le note cf. il testo a stampa.

* Pubblicato in http://www.laciviltacattolica.it/ e stampato in La Civiltà cattolica, quaderno n. 3.970, 28.11.2015, 311-414.

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