sabato 20 febbraio 2016

La comunione come metodo

di Andrea Grillo

Nella conferenza stampa “in volo” – ormai consueta – di ritorno dal Messico, papa Francesco ha stupito tutti con risposte sorprendenti e coraggiose. Vorrei soffermarmi soltanto sulla risposta data a proposito della questione della “comunione ai divorziati risposati”.
Qui tanto il papa quanto gli interlocutori erano costretti inevitabilmente a rimandare al testo ormai imminente della esortazione postsinodale. Entro Pasqua, ha confermato il papa, lo avremo. Ma è comunque interessante vedere in quale direzione si è mossa la risposta di Francesco.
Ed è significativo che le reazioni abbiano subito “polarizzato” le prospettive. Da un lato si dice “Francesco ha detto che non possono fare la comunione”; dall’altra si dice “no, ha detto che possono”.

A me pare che la novità, nella risposta del papa – in una certa continuità con i risultati del Sinodo – stia nel “metodo”. Si affronta la questione in modo “dinamico” e non “statico”. Qui, io direi, è una concezione della comunione ad essere messa in questione.

Noi, infatti, abbiamo una tradizione latina, che pensa la comunione anzitutto come “puntuale regolarità”. Il singolo e la coppia è “in comunione” – e può fare la comunione – se non viola alcuna norma. Finché la norma è violata non puoi; se non c’è più violazione, puoi.

Questo modello determinata la “impossibilità ontologica” di accedere alla comunione per i divorziati risposati. E questo modello è ancora, in sostanza, quello del diritto canonico. E’ un modello plausibile, fondato, ma molto unilaterale, perché è “digitale” e non “analogico”. E’ acceso o spento, come un “bit” del computer, e non conosce mezze misure.

Francesco introduce, accanto a questo modello, quello pastorale, che non è costruito così e che sa che la comunione è “in cammino”. E che occorre elaborare per onorare non la opposizione tra bene e male, ma anche le porzioni di bene in crescita e le porzioni di male in decrescita. Questo modello propone una “altra strada”. Per questo modello la comunione è “luogo di elaborazione”, non solo “luogo di godimento”, non solo premio, ma farmaco. Per questo, potremmo dire, la condizione dei “divorziati risposati” non è solo “puntuale”, ma “dinamica”. Anche coloro che oggi “non possono”, domani, forse “potranno”.

Questa risposta di Francesco, che corrisponde a molte altre date in questa conferenza stampa e in altre precedenti, indica una “lettura della comunione” che è più ampia e che si riflette anche sulle relazioni intraecclesiali. Anche la “famiglia episcopale” – che porta anch’essa le sue “ferite” e le sue “separazioni” – deve riscoprire questa diversa forma della comunione. Una comunione che non è fatta anzitutto di “unanimità formale”, ma di “dialogo e confronto aperto”; una comunione che “diviene” faticosamente e non che si “presuppone” come ovvia.

Dunque in attesa della esortazione, ormai prossima, possiamo già rilevare che Francesco, nel rispondere alla domanda diretta: “ma i divorziati risposati potranno fare la comunione?” indica in un ampliamento del concetto di comunione la strada per rispondere. Non sarà semplicemente una “tecnica pastorale” a dover essere inventata: sarà una forma di “comunione ecclesiale” ad essere messa in gioco, con la accettazione della differenza e della gradualità come “cammino”, non solo “verso una possibile nuova comunione futura”, ma anche come “volto nuovo della comunione già presente”.

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