giovedì 3 marzo 2016

Chi scontenterà il testo del papa: verso la postsinodale/3

di Maria Elisabetta Gandolfi


Distinguere senza separare, unire senza confondere: il principio, ripreso dal concilio di Calcedonia (451), potrebbe riassumere sinteticamente il percorso dei due sinodi indetti da papa Francesco sul tema della famiglia cui l’autore ha partecipato in quanto esperto e consultore della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi.

Rielaborando da un lato il percorso verso una riforma sinodale dell’intera Chiesa voluta da papa Francesco e dall’altro la discussione sul tema delle due assise, si raccolgono stimoli e osservazioni utili in attesa dell’esortazione postsinodale a firma pontificia.

Sul primo aspetto, si riafferma l’idea che lo strumento dell’assemblea sinodale, così come è stata riformulata e soprattutto gestita, è stata un effettivo luogo di esercizio della collegialità episcopale. La sinodalità come stile della Chiesa ha avuto – pur con tutti i limiti del caso – un ulteriore sviluppo con il coinvolgimento di tutti i fedeli nella doppia consultazione che ha precedute le due assemblee. E infine al termine di questo primo percorso è emersa la necessità di «una Chiesa sinodale a tre livelli: nelle Chiesa particolari; nelle province e regioni ecclesiastiche, nei concili particolari e nelle conferenze episcopali» (32).

Sul secondo aspetto – il tema vero e proprio – più volte schiacciato nell’interrogativo secco: «eucaristia sì o no per i divorziati risposati?», il giudizio è più complesso. E tuttavia quasi per una necessità necessitante tutta contemporanea sembra parere insopportabile che, in una Chiesa dalle porte aperte ma dall’insegnamento dottrinale sull’indissolubilità del matrimonio immutato, non si possa rispondere con un semplice «sì» o con un altrettanto semplice «no». In questo il volumetto pare riconfermare l’idea che questo tipo di risposta non ci sarà nemmeno nella postsinodale, scontentando, in fondo, un po’ tutti.

Ma – afferma l’autore che potrebbe avere dato un’occhiata alla bozza del testo – sia il percorso sia quello che il papa dirà – ovvero che ha già detto sia in Sinodo sia nelle catechesi dedicate nelle udienze del mercoledì – è molto di più.

Innanzitutto perché si riconduce l’elenco delle limitazioni alla partecipazione alla concreta vita ecclesiale (che da tre passa a cinque e poi a sette) a una prassi di una Chiesa locale (segnatamente quella italiana) codificata nel 1979 e nel 1993; essa venne ripresa tangenzialmente in un’Introduzione a un volume a firma del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede (il card. J. Ratzinger nel 1998) che tuttavia da Benedetto XVI nella postsinodale Sacramentum caritatis del 2007 scrisse «nonostante la loro situazione, continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione». Tuttavia ribadisce Gronchi: «Tali limitazioni non compaiono in alcun documento pontificio, né sono state riprese dalle esortazioni apostoliche postsinodali, perciò non possono essere ritenute impegnative per tutta la Chiesa» (75; e da 68ss sull’intero percorso).

Poi perché il sì o il no dovrebbero, coerentemente, essere applicati a ogni categoria di peccatore, come «noti politici corrotti, mafiosi, delinquenti, omicidi che sono formalmente a posto con il matrimonio» (77): l’aver ribadito il Sinodo l’importanza del discernimento, della «via discretionis, che permette ai pastori di valutare caso per caso» (78) riporta l’attenzione sulla misericordia e il perdono concessi a chi è sinceramente pentito (cf. 113s). Ovvero riguarda ogni fedele. Di conseguenza viene ribadito che il sacramento dell’eucaristia non è – e non deve essere – interpretato come «un premio peri perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (84).

Infine perché, riprendendo l’insegnamento di san Tommaso, si esce dall’impasse di considerare «gli atti coniugali» come impedimento insuperabile per un riaccostamento ai sacramenti di chi vive una nuova unione. Infatti, «la continenza (…) garantisce l’esclusione solo di una parte costitutiva della relazione autenticamente coniugale, ma (…) non l’esaurisce, dal momento che il matrimonio valido è quello che procede in primo luogo dal consenso, ovvero dall’atto volontario di donarsi e accogliersi, e in secondo luogo dalla consumazione» (80).

In definitiva, da un’idea tutto sommato casuistica «l’accento si è spostato sulla teologia morale, prediligendo la prospettiva del discernimento che non vale soltanto per alcuni ma per tutti»; all’interno del grande manto giubilare, infatti, si ribadisce che la «grazia della misericordia» è «sempre immeritata, incondizionata e gratuita» perché in ogni famiglia rinasca «la gioia dell’amore» (114).

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