venerdì 15 aprile 2016

Amoris laetitia - Amor ad gentes

di Giulio Albanese*


Chi legge senza pregiudizi l’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia, sull’amore della famiglia di papa Francesco, si accorgerà immediatamente che siamo di fronte ad un testo autenticamente missionario.
Le ragioni sono molteplici e meritano uno spazio di approfondimento.
Anzitutto siamo di fronte ad un testo aperto all’universalità, consegnando una straordinaria lezione di vita a credenti e non credenti. Non solo perché, partendo dai presupposti evangelici di una Chiesa inclusiva, apre con chiarezza e determinatezza, nel nome della misericordia, la porta dei sacramenti ai cosiddetti “irregolari della fede”, richiedendo un discernimento caso per caso.

Ma anche perché Amoris laetitia (AL) coglie appieno le sfide dell’inculturazione del Vangelo. Non a caso il papa scrive che “non tutte le discussioni dottrinali, morali o pastorali devono essere risolte con interventi del magistero”. Dunque, per alcune questioni “in ogni paese o regione si possono cercare soluzioni più inculturate, attente alle tradizioni e alle sfide locali.

Infatti, le culture sono molto diverse tra loro e ogni principio generale [...] ha bisogno di essere inculturato, se vuole essere osservato e applicato” (AL 3). In questa prospettiva, è evidente lo sforzo del Pontefice di rendere attuativa l’ecclesiologia che egli ebbe a predicare fin dall’inizio del suo mandato petrino, incentrata sulla dialettica tra centro e periferia, unità nella diversità.

Come dimenticare, ad esempio, quello che egli disse nel corso dell’udienza Generale del 9 ottobre 2013: “La Chiesa è cattolica, perché è la ‘Casa dell’armonia’ dove unità e diversità sanno coniugarsi insieme per essere ricchezza. Pensiamo all’immagine della sinfonia, che vuol dire accordo, armonia, diversi strumenti suonano insieme; ognuno mantiene il suo timbro inconfondibile e le sue caratteristiche di suono si accordano su qualcosa di comune. Poi c’è chi guida, il direttore, e nella sinfonia che viene eseguita tutti suonano insieme in armonia, ma non viene cancellato il timbro di ogni strumento; la peculiarità di ciascuno, anzi, è valorizzata al massimo! È una bella immagine che ci dice che la Chiesa è come una grande orchestra in cui c’è varietà. Non siamo tutti uguali e non dobbiamo essere tutti uguali. Tutti siamo diversi, differenti, ognuno con le proprie qualità”.

Si tratta, inutile nasconderselo, di una sfida che dal concilio Vaticano II a oggi non sempre ha trovato un felice riscontro nell’azione pastorale. Ecco perché nell’esortazione apostolica sulla famiglia, il santo padre pone da subito l’esigenza di un discernimento, per superare la sterile contrapposizione tra ansia di cambiamento e applicazione pura e semplice di norme astratte. Scrive a questo proposito: “I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche” (AL 2).

È dunque evidente che siamo di fronte ad una documento pontificio incentrato sul presupposto che la persona umana, per essere evangelizzata,non può essere percepita in termini asettici, nascondendo o sublimando debolezze, peccati o problemi che dir si voglia. A bene vedere, è lo stesso concetto di rimozione che rischia di venire enfatizzato in certa pastorale.

Stando a quanto ci insegna la stessa psicanalisi, il trauma rimosso non è mai rimosso del tutto, poiché affiora nei modi difformi dei sogni, dei lapsus e dei motti di spirito. Lo spiega bene, laicamente, Slavoj Žižek quando afferma che “l’opposto di esistenza non è inesistenza ma insistenza: quel che non lasciamo esistere continua a insistere, a lottare per emergere all’esistenza”. 

Quest’affermazione contiene, in fondo, un’indicazione metodologica molto utile per interpretare le motivazioni antropologiche, teologiche e pastorali che hanno spinto il pontefice ad affermare che“i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni forma di scandalo”. “La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali (…) Essi non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa (…) Questa integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli” (AL 299).

Una cosa è certa: Amoris laetitia è espressione di un cammino collegiale, in linea con i dettami del Vaticano II. Essa, infatti, raccoglie i risultati di due sinodi sulla famiglia indetti da Francesco nel 2014 e nel 2015, le cui relazioni conclusive sono largamente citate, insieme a documenti e insegnamenti dei suoi predecessori e alle numerose catechesi sulla famiglia dello stesso Bergoglio. Tuttavia, come già accaduto per altri documenti magisteriali, il Papa si avvale anche dei contributi di diverse conferenze episcopali del mondo (Kenya, Australia, Argentina…) e di citazioni di personalità significative come Martin Luther King o Erich Fromm.

Un approccio, dunque, quello di Francesco, olistico, all’insegna della collegialità, profondamente interiorizzata, vissuta, maturata e applicata. Le parole di papa Francesco indicano pertanto che la Chiesa deve davvero prende il largo, mostrando al mondo una palingenesi missionaria che tratteggia il suo nuovo volto, quello post-costantiniano.

Le implicazioni della Amoris Laetitia, infatti, indicano un cambiamento che partendo dalla famiglia, deve anche promuovere, in nome della già suddetta misericordia, un approccio ad gentes alla canonistica in generale, a partire dal diritto matrimoniale. È innegabile che rispetto al passato la Chiesa abbia fatto passi da gigante. Basti pensare a quello che venne scritto nel lontano 1864, nel famoso Sillabo che orientava la chiesa cattolica nei suoi rapporti con il mondo all’inizio del XX secolo: “Il romano pontefice non può e non deve riconciliarsi né accordarsi col progresso, con il liberalismo e con la civiltà moderna”.

Un criterio guida, fissato già da Pio IX, che in Italia rappresentò il fondamento della inconciliabilità, espressa emblematicamente nel non expedit: la direttiva che vietava ai cattolici di partecipare alla vita politica perprotesta contro l’“usurpazione” consumata con l’unificazione del Regno d’Italia ai danni dello stato del papa. Da allora, però, lo scenario è cambiato, grazie soprattutto allo spirito del concilio Vaticano II di cui i pontefici, a partire da Paolo VI, si sono fatti interpreti. È ancora latente però il bisogno che ciò si realizzi nella prassi, all’interno della Chiesa.

E dire che addirittura il Codice di diritto canonico, che molti considerano un testo da applicare senza “se” e senza “ma”, non preclude la possibilità di un confronto che trova il suo radicamento nella correzione fraterna, cioè in quella capacità dialogica di potersi aiutare reciprocamente nel ricercare la volontà di Dio. Anche per i canonisti, infatti, la norma ha sicuramente una sua centralità, dato che stabilisce diritti e doveri; tuttavia gli aspetti oggettivi, tutelati dalla norma, dovranno essere continuamente posti in relazione con gli aspetti soggettivi che da essa derivano.

Di qui il ribaltamento di prospettiva del diritto canonico, rispetto al diritto imposto dal legislatore civile: data una norma, sarà la predisposizione del singolo a dare concretezza a quel dato diritto o dovere contenuto nella legge. Il fedele è chiamato ad attuare delle norme di giustizia divina, che non sempre sono codificate: il suo ruolo è fondamentale. L’elasticità dell’ordinamento canonico e la sua adattabilità alle situazioni particolari dei singoli, devono rendere il diritto della Chiesa un vero strumento di giustizia ed un fondamentale mezzo di salvezza.

Con questi presupposti, il diritto canonico, alla luce delle sollecitazioni dell’Amoris laetitia può esplicare i suoi effetti anche nei confronti dei “non christifidelis”, per intenderci, quelli che vivono ai margini delle nostre comunità. Ciò non nel senso di poter imporre il rispetto di doveri ed obblighi a coloro che non siano battezzati, dal momento che tale prospettiva sarebbe contraria agli stessi principi generali del diritto canonico.

È, invece, assolutamente possibile che un acattolico o, addirittura, una persona non battezzata, possano riconoscersi in determinati diritti e doveri che, sviluppati dal soggetto stesso in modo conforme a giustizia, divengono per lui strumenti di salvezza. Ma a che titolo – si chiedono i detrattori di papa Francesco - un acattolico o, addirittura, un non battezzato, possono riconoscersi nell’ordinamento canonico? E perché dovrebbe poter trovare in esso un utile strumento di salvezza?

Rispondere a tali quesiti, alla luce della Tradizione e del Magistero della Chiesa, è possibile, soprattutto se si comprende che la persona, in quanto creata ad immagine e somiglianza di Dio, possiede in sé il “seme” della legge divina, in grado dunque di discernere, seppure a livello elementare, il bene dal male, il giusto dall’ingiusto. In questo costante compito di discernimento, però, deve essere aiutato dalle norme umane, in modo che tale “seme” cresca e si sviluppi. Tutti gli uomini sono dunque chiamati alla salvezza eterna, con gli stessi diritti e doveri che la Chiesa riconosce loro.

L’uomo deve essere lasciato libero di trovare la via verso la salvezza. Una libertà che tuttavia non è in contrasto con il fatto che l’uomo, in quanto creatura, dipende da Dio. Sulla base di queste considerazioni, la Chiesa di Francesco, facendo tesoro dell’esortazione apostolica post sinodale sulla famiglia, deve farsi con forza portavoce ed interprete dei diritti di chiunque. Essa, dunque, ha il dovere, anche giuridico, di annunziare la Buona Novella a tutti gli uomini, indipendentemente dal fatto che essi siano o meno battezzati.

A pensarci bene, l’Amoris laetitia, utilizzando il principio sacrosanto della misericordia, riesce ad armonizzare dinamicamente le istanze del diritto positivo con il cosiddetto ius ontologico, la cosiddetta legge naturale o divina che dir si voglia. Il compito, pertanto della Chiesa, come ha scritto Papa Francesco nell’Amoris laetitia è “formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle”. Un compito spiccatamente missionario, che non può essere disatteso.

* pubblicato da Il Sismografo il 13.4.2016.

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