martedì 26 aprile 2016

C'è una "rivoluzione" in Amoris laetitia, si chiama coscienza

di Andrea Volpe*

In Amoris laetitia la parola coscienza (al singolare e al plurale) compare 21 volte. Non prendendo in considerazione le 6 volte che essa viene utilizzata o come «obiezione di coscienza» o come sentimento o come consapevolezza, essa viene assunta come elemento primario in cui rispecchiarsi dal punto di vista etico e spirituale 15 volte.

L'appello alla coscienza morale
La coscienza è la chiave interpretativa decisiva per la corretta comprensione di tutta l’esortazione postsinodale. Solo alla luce della comprensione della prospettiva con cui papa Francesco entra in dialogo con i fedeli, appellandosi alla loro coscienza morale, infatti, è possibile condividere le sue posizioni, per molti aspetti rivoluzionarie, rispetto a temi come i sacramenti alle «cosiddette» coppie irregolari, ai metodi per la programmazione della maternità/paternità responsabile e all’omosessualità.
La prima volta che nell’esortazione compare la coscienza è al n. 37, dove, partendo da un’autocritica ecclesiastica sul passato, il pontefice invita a non diffidare dell’autonomia soggettiva dei fedeli di Cristo: «Stentiamo anche a dare spazio alla coscienza dei fedeli, che tante volte rispondono quanto meglio possibile al Vangelo in mezzo ai loro limiti e possono portare avanti il loro personale discernimento davanti a situazioni in cui si rompono tutti gli schemi. Siamo chiamati a formare le coscienze, non a pretendere di sostituirle». Quindi per Francesco la formazione delle coscienze non consiste nella loro oggettivizzazione mediante contenuti esternamente elaborati ed aventi presunzione di universale validità, ma nel riconoscimento della dignità e della propositività di una soggettività credente.
La coscienza degli sposi: tra genitorialità responsabile e libero arbitrio
La seconda volta la coscienza compare al n. 42, nella accezione di coscienza degli sposi nei riguardi della maternità/paternità responsabile, la cui peculiare libertà viene elevata a sollecitudine ecclesiale contro ogni forma di prevaricazione da parte dello stato: «E’ vero che la retta coscienza degli sposi, quando sono stati molto generosi nella trasmissione della vita, può orientarli alla decisione di limitare il numero dei figli per motivi sufficientemente seri, ma sempre “per amore di questa dignità della coscienza la Chiesa rigetta con tutte le sue forze gli interventi coercitivi dello stato a favore di contraccezione, sterilizzazione o addirittura aborto”».
La terza volta compare al n. 222 nell’ambito di una citazione della Relatio Synodi 2015 n. 63, ancora in riferimento alla maternità/paternità responsabile«La scelta responsabile della genitorialità presuppone la formazione della coscienza, che è “il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli è solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità” (GS 16). Quanto più gli sposi cercano di ascoltare nella loro coscienza Dio e i suoi comandamenti (cf. Rm 2,15), e si fanno accompagnare spiritualmente, tanto più la loro decisione sarà intimamente libera da un arbitrio soggettivo e dall’adeguamento ai modi di comportarsi del loro ambiente».
Al n. 265 la coscienza compare come soggetto morale a cui obbedire senza interferenze esteriori: «Per quanto la coscienza ci detti un determinato giudizio morale, a volte hanno più potere altre cose che ci attraggono».
La coscienza per il discernimento personale...
Altre 8 volte la coscienza è citata in riferimento al discernimento delle situazioni dette «irregolari».
Due volte al n. 298 la coscienza viene citata come tribunale ultimo delle proprie decisioni in merito a questioni spirituali e responsabilità sociali«Una cosa è una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe. (…) C’è anche il caso di quanti (…) talvolta sono soggettivamente certi in coscienza che il precedente matrimonio, irreparabilmente distrutto, non era mai stato valido”».
Altre 2 volte la coscienza viene citata al n. 300 come atteggiamento personale rispetto ad un approccio sacramentale risolutivo: «(…) sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento (…)”. Si tratta di un itinerario di accompagnamento e di discernimento che “orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio”».
…e per quello congiunto
Al n. 302 la coscienza del fedele viene citata come interlocutore del discernimento che i pastori devono applicare: «Nel contesto di queste convinzioni, considero molto appropriato quello che hanno voluto sostenere molti padri sinodali: “In determinate circostanze le persone trovano grandi difficoltà ad agire in modo diverso. (…) Il discernimento pastorale, pur tenendo conto della coscienza rettamente formata delle persone, deve farsi carico di queste situazioni”».
Infine al n. 303 la coscienza viene citata per 3 volte come la sede dove i discernimenti congiunti, personale del fedele ed ecclesiale del pastore, possano pervenire ad una “sicurezza morale” di quello che Dio stesso sta chiedendo in quel momento contingente, sebbene questo venga riconosciuto come ideale soggettivo e non oggettivo: «(…) possiamo aggiungere che la coscienza delle persone dev’essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa in alcune situazioni che non realizzano oggettivamente la nostra concezione del matrimonio.
Naturalmente bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del Pastore (…) Ma questa coscienza (…) può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo».
No alla linea difensiva, sì al contributo di singoli soggetti
L’esortazione Amoris laetitia risulta permeata dalla profonda revisione con cui il magistero ecclesiale si rapporta alla coscienza: essa non viene più vista con la diffidenza di alcuni precedenti documenti magisteriali, ma con benevolenza e fiducia nelle sue capacità di pervenire al migliore discernimento possibile anche nelle singole anime dei fedeli di Cristo.
Viene cosi modificata la posizione ecclesiale rispetto alla coscienza personale: viene abbandonata la prospettiva difensiva di alcuni documenti recenti, come Humanae vitae oVeritatis splendor, per aprire la coscienza morale ecclesiale ai contributi dei singoli soggetti, per quanto applicabili solo a specifici casi personali, senza alcuna presunzione di generalizzazione.
La fonte della coscienza morale non è più esclusivamente ecclesiale, ma alla sua formazione sono chiamati a partecipare attivamente le coscienze individuali di tutti i credenti. La coscienzanon è più percepita come un contenitore da riempire con norme confezionate in relegati luoghi di produzione etica, ma essa stessa viene chiamata a contribuire alla formazione della coscienza ecclesiale a partire dal singoli fedeli di Cristo e dalle loro vicissitudini esistenziali.
* Pubblicato dal blog Moralia a cura dell'Associazione teologia italiana per lo studio della morale (ATISM) il 21.4.2016.

2 commenti:

  1. Condivido tutto eccetto che "la somma delle 'coscienze' individuali possa diventare -o contribuire a formare- coscienza ecclesiale" come sembra adombrarsi nel finale.
    In altre parole: penso che la mia coscienza possa essere l'arbitro finale delle decisioni morali che debbo prendere, ma ciò non vuol dire insieme alle altre possa determinare regole morali comuni a tutti; quasi che laddove una maggioranza di "coscienze" pensano in un dato modo, questo diventa regola morale universale.
    Non credo che in campo morale possano valere le leggi della democrazia, quanto piuttosto la ricerca della verità a livello generale e l'obiettiva considerazione delle situazioni a livello personale.

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  2. No, non è una questione di maggioranze, ma una partecipazione di tutte le coscienze credenti (non solo di quelle elette di pochi) guidate dallo Spirito.

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