lunedì 18 aprile 2016

Sacerdoti sposati: oltre l’emarginazione e la «condanna»?

di Basilio Petrà*

L’esortazione apostolica Amoris laetitia (AL) si basa su una scelta consapevole e decisa, una scelta che papa Francesco richiama formalmente in un luogo delicato del documento, il n. 296 del capitolo VIII, proprio là dove si esplicitano i principi del «Discernimento delle situazioni dette “irregolari”». Si tratta di un’autocitazione: il papa richiama infatti un passo della sua omelia del 15 febbraio 2015, tenuta durante la celebrazione dell’eucaristia con i nuovi cardinali.

Ecco quel che dice: «Il Sinodo si è riferito a diverse situazioni di fragilità o d’imperfezione. Al riguardo, desidero qui ricordare ciò che ho voluto prospettare con chiarezza a tutta la Chiesa perché non ci capiti di sbagliare strada: «due logiche percorrono tutta la storia della Chiesa: emarginare e reintegrare (…). La strada della Chiesa, dal concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione (…). La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero (…). Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita!»” (AL 296).

La logica dell’emarginazione non è dunque e non deve essere la logica della Chiesa. Il contesto fa riferimento a situazioni che si possono configurare come disordini oggettivi dei soggetti (l’AL al n. 297 usa la nozione giuridica di «peccato oggettivo», forse non la più felice). Ma se la necessità di una logica di non emarginazione vale in casi simili, quanto più deve valere quando si tratta di situazioni del tutto non disordinate, ma anzi recepite dalla Chiesa e ritenute da essa conformi alla volontà di Dio.

Mi riferisco al sacerdozio sposato della Chiesa cattolica, ovvero agli uomini sposati cattolici che esercitano il ministero sacerdotale rimanendo sposati e realizzando anche il ministero coniugale.
Ho già avuto modo di far notare l’incredibile fatto che ai due Sinodi sulla famiglia sono stati invitati rappresentanti di tutte le categorie nella Chiesa, di tutti gli stati di vita, ma non dei sacerdoti sposati cattolici.

L’esortazione Amoris laetitia sembra riconoscere che il Sinodo non è stato saggio quando non ha invitato nessun rappresentante delle famiglie sacerdotali: la loro esperienza sarebbe stata utile. Almeno a questo fa pensare quel che leggiamo in AL 202: «“Il principale contributo alla pastorale familiare viene offerto dalla parrocchia, che è una famiglia di famiglie, dove si armonizzano i contributi delle piccole comunità, dei movimenti e delle associazioni ecclesiali” (Relatio finalis 2015, n. 77; Regno-doc. 34,2015,32). Insieme con una pastorale specificamente orientata alle famiglie, ci si prospetta la necessità di “una formazione più adeguata per i presbiteri, i diaconi, i religiosi e le religiose, per i catechisti e per gli altri agenti di pastorale” (Relatio finalis 2015, n. 61; Regno-doc. 34,2015,27). Nelle risposte alle consultazioni inviate a tutto il mondo, si è rilevato che ai ministri ordinati manca spesso una formazione adeguata per trattare i complessi problemi attuali delle famiglie. Può essere utile in tal senso anche l’esperienza della lunga tradizione orientale dei sacerdoti sposati».

Una proposta per il Giubileo
È un testo che credo tutti i sacerdoti sposati cattolici saluteranno con gratitudine; è infatti uno dei rarissimi accenni da parte del magistero della Chiesa al fatto che essi posso avere qualcosa da dire alla Chiesa intera sulla famiglia, sui suoi problemi e sulla pastorale familiare in generale. Anche se qualcuno non mancherà di osservare che il linguaggio è ambiguo, giacché si parla dei sacerdoti sposati della tradizione orientale, come se non fossero cattolici DOC, e niente si dice dei sacerdoti sposati latini che pure esistono (si pensi solo a tutti i ministri anglicani e protestanti sposati e ordinati dopo la conversione senza interrompere la vita coniugale).

Qualunque sia il significato da attribuire a questo minuscolo accenno del n. 202, è lecito sperare che possa essere l’inizio di un processo di dis-emarginazione del sacerdozio sposato. Forse in futuro si comincerà a tenerne conto quando si parlerà ancor di più della ricca diversità delle vocazioni e non della loro gerarchia (AL lo fa ampiamente ai nn. 158-162); forse ci si ricorderà anche dei seminaristi del clero sposato quando si parlerà della formazione seminaristica (AL 203 non sembra ricordarli) e forse si comincerà a riflettere sul ruolo della presbytera e della famiglia sacerdotale quando si penserà al rapporto tra parrocchia e famiglia.

Oltre ai sacerdoti sposati emarginati ma non condannati, come quelli dei quali abbiamo or ora parlato, nella Chiesa ci sono anche i sacerdoti sposati emarginati e condannati a non esercitare più il ministero sacerdotale, pur avendo avuto una valida ordinazione sulla base di un discernimento ecclesialmente operato. Tale condanna è una sanzione canonica legata a obblighi concernenti il ministero sacerdotale nella ordinaria forma latina, per lo più obblighi legati alla promessa di celibato.

Perché non cogliere l’occasione del Giubileo straordinario della misericordia per attivare percorsi di riammissione all’esercizio attivo del ministero per sacerdoti nella condizione suddetta?
Se ai ministri convertiti al cattolicesimo si permette di ricevere l’ordinazione e di esercitare il ministero sacerdotale rimanendo sposati, perché non si provvede ad articolare seri percorsi di riammissione all’esercizio del sacramento dell’ordine, andando incontro a coloro che riconoscono di aver ferito la Chiesa e di aver mancato a impegni assunti ma che insieme – in accordo con la loro famiglia – chiedono la misericordia della Chiesa mettendosi a disposizione dei suoi bisogni con tutto ciò che sono, con tutto il loro essere ordinato?

Anche a loro, a molti di loro, possono e debbono essere applicate – io credo – le forti parole di papa Francesco che leggiamo in AL 297: «Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo! Non mi riferisco solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situazione si trovino».


Basilio Petrà
* Il testo apparirà anche su Il Regno-attualità n. 6/2016, insieme ad altri commenti sull'esortazione postsinodale.

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