martedì 17 maggio 2016

Dacci oggi il nostro amore quotidiano

di Franco Giulio Brambilla*

«Dacci oggi il nostro amore quotidiano!». Il cammino della coppia si trasforma in invocazione orante. La prima parte del capitolo IV (nn. 90-119) di Amoris laetitia ha delineato una mirabile sintesi tra passione erotica e tenerezza dell’amore. La carità coniugale è un amore santificato dalla grazia del sacramento. Così la grazia di agape (di Cristo per la sua Chiesa) diventa il segno storico-salvifico dell’agape trinitaria, sorgente del “mistero grande” dell’amore.






Con realismo papa Francesco nel seguito del capitolo svolge il cammino storico dell’amore (nn. 120-162) e le sue trasformazioni (163-164). Egli afferma, infatti, che «non si deve gettare sopra due persone il tremendo peso di dover riprodurre in maniera perfetta l’unione che esiste tra Cristo e la sua Chiesa» (n. 122). Tra l’amore di Cristo per la sua Chiesa e il rapporto uomo donna esisterà sempre un’asimmetria invalicabile e un insopprimibile rimando.
Per questo il papa nel bel n. 123 sulla scorta di Tommaso definisce l’amore coniugale come «la più grande amicizia» (maxima amicitia). Nel rapporto uomo donna la differenza assume i tratti della sponsalità esclusiva e dell’apertura al definitivo. Secondo le parole del Bellarmino ciò non può accadere «senza un grande mistero» (n. 124). Segue un ventaglio di numeri che disegnano alcuni tratti del «totius domesticae conversationis consortium» (San Tommaso).

L’incontro uomo donna diventa così l’archetipo dell’amore di amicizia.
Lo sguardo di papa Francesco sulla “drammatica” dell’amore arricchisce la famiglia dell’eloquenza di gesti affascinanti. La vicenda di una coppia e la generazione dei figli deve viaggiare tra le false idealizzazioni e le cadute deprimenti.

È un’armonia di note che risuonano nella vita della famiglia: la cura della gioia (n. 126), l’estetica della bellezza del valore dell’altro (n. 127-9), la condivisione del dolore (n. 130), la preparazione al passo definitivo (nn. 131-132), la pratica e la crescita dell’amore (permesso, grazie, scusa: nn. 133-135), il dialogo, l’ascolto e il tempo donato (n. 136-141), la custodia e l’educazione dei sentimenti (nn. 143-149), lo stupore della dimensione erotica, le sue deviazioni e le sue riprese (nn. 150-157), il rapporto con la verginità (nn. 158-162).
Infine, corona questo capitolo-gioiello un cenno (nn. 163-164), risuonato anche nell’aula del sinodo, sulle “trasformazioni dell’amore”.

Se l’amore è un labor, un cammino e una lotta, esso è soggetto alla trasformazione delle sue figure. Solo l’assolutizzazione della forma romantica dell’innamoramento, spesso con fantasmi fortemente adolescenziali, produce un’esaltazione e un’idealizzazione dei modi dell’amore.
Papa Francesco in due numeri racconta le cose essenziali sui cambiamenti dell’amore. Anzitutto, il prolungamento della vita prospetta un mutamento della relazione intima e del senso di appartenenza per più decenni successivi, spostandosi dal desiderio sessuale al sentimento di complicità.

Occorre sviluppare altri tipi di appagamento che rendono capaci di godere le diverse età della vita, la generazione dei figli e la ripartenza con la venuta dei nipoti. Infine, la fedeltà al proprio progetto di vita genera forme simboliche di condivisione che talvolta si scoprono soprattutto con la perdita del partner.
Un testo sintetico dice bene la capacità di realizzare la totalità, talvolta debordante dell’amore erotico, nella dedizione profonda dell’amore di benevolenza.

Ascoltiamo questo brano: «Ci si innamora di una persona intera con una identità propria, non solo di un corpo, sebbene tale corpo, al di là del logorio del tempo, non finisca mai di esprimere in qualche modo quell’identità personale che ha conquistato il cuore. Quando gli altri non possono più riconoscere la bellezza di tale identità, il coniuge innamorato continua ad essere capace di percepirla con l’istinto dell’amore, e l’affetto non scompare. Riafferma la sua decisione di appartenere ad essa, la sceglie nuovamente ed esprime tale scelta attraverso una vicinanza fedele e colma di tenerezza. La nobiltà della sua decisione per essa, essendo intensa e profonda, risveglia una nuova forma di emozione nel compimento della missione coniugale» (n. 164).

Proprio nelle trasformazioni dell’amore la grazia di agape è capace di attivare il lavoro di eros, attraverso la feconda gestazione dell’“amicizia più grande”. Eros, philía e agape celebrano la loro danza circolare nella fecondità di un cammino che s’irradia sui sentieri della vita. Questa sintesi dell’amore è il riverbero della pericoresi trinitaria nella storia, non un suo facile rispecchiamento, né solo un trionfale inveramento, ma la sua “incarnazione” nella relazione tra l’uomo e la donna.

In sintesi, potremmo dire che charitas salutis cardo. Se all’inizio Dio “uomo e donna li creò” nella tenerezza preveniente del dono, la misericordia di Cristo “uomo e donna li unirà” nel cammino con cui la grazia di agape porta a pienezza il lavoro di eros. Solo affidandosi alla relazione promettente nell’attraversamento del deserto della vita, l’uomo e la donna entreranno nella terra promessa in cui scorre in abbondanza la gioia.
* Il testo del vescovo di Novara è apparso ne L'Osservatore Romano del 17 maggio 2016

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