mercoledì 8 giugno 2016

Il percorso a tappe di Amoris laetitia

di Andrea Volpe

In molti, anche ministri ordinati, si chiedono quale comportamento la comunità ecclesiale e, ancor più nello specifico, i confessori debbano assumere nei percorsi di integrazione dei divorziati risposati nella vita della comunità, in accordo alle sollecitazioni dell’esortazione apostolica Amoris laetitia (AL).

Per formulare una risposta a questo quesito, per molti aspetti inedito, si seguirà, per cercare di evitare presentazioni personali, l’unica via perseguibile che è quella di riportare, per quanto possibile, le “stesse parole” che il papa ha voluto utilizzare in AL per guidare la Chiesa e i suoi pastori.

Chiesa “ospedale da campo”
«La Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto, riconoscendo che la grazia di Dio opera anche nelle loro vite dando loro il coraggio per compiere il bene, per prendersi cura con amore l’uno dell’altro ed essere a servizio della comunità nella quale vivono e lavorano. […] La Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza, come la luce del faro di un porto o di una fiaccola portata in mezzo alla gente per illuminare coloro che hanno smarrito la rotta o si trovano in mezzo alla tempesta» (AL 291).

Quindi la rotta che imposta il papa è quella di accompagnare e discernere per giungere alla integrazione possibile delle fragilità esistenziali. Su questa rotta i fari indicati sono due:
il discernimento ecclesiale
la coscienza soggettiva

Discernimento ecclesiale
«La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero (…). Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita! (…) Sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione» (AL 296).
«Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo!» (AL 297).
«I divorziati che vivono una nuova unione, per esempio, possono trovarsi in situazioni molto diverse (…). Una cosa è una seconda unione consolidata nel tempo, con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell’irregolarità della propria situazione e grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe. La Chiesa riconosce situazioni in cui «l’uomo e la donna, per seri motivi - quali, ad esempio, l’educazione dei figli - non possono soddisfare l’obbligo della separazione» (AL 298).

A questo punto è inserita la nota 329, qui di seguito riportata per esteso, che, richiamando Gaudium et spes n. 51, chiude la singolare vicenda dell’astinenza sessuale come via per la riammissione all’eucaristia dei divorziati risposati: «(cfr) Giovanni Paolo II, esort. ap. Familiaris consortio (22 novembre 1981), 84: AAS 74 (1982), 186. In queste situazioni, molti, conoscendo e accettando la possibilità di convivere “come fratello e sorella” che la Chiesa offre loro, rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, «non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli» (Concilio ecumenico Vaticano II, cost. past. Gaudium et spes, n. 51)». La norma di FC 84 viene confutata, perché non consente di realizzare il valore, cioè l’educazione dei figli, per cui era stata formulata!

Papa Francesco poi conclude: «E’ possibile […] un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché «il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi», le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi» (AL 300). Qui è inserita la nota cruciale 336, che, secondo l’insegnamento di San Tommaso (vedi AL 304 e successiva nota 348), estende questa condizione anche alla disciplina sacramentale nei termini di seguito riportati: «Nemmeno per quanto riguarda la disciplina sacramentale, dal momento che il discernimento può riconoscere che in una situazione particolare non c’è colpa grave. Qui si applica quanto ho affermato in un altro documento: cf. esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 44.47: AAS 105 (2013), 1038-1040».

La coscienza soggettiva
Esame di coscienza
«I presbiteri hanno il compito di «accompagnare le persone interessate sulla via del discernimento […]. In questo processo sarà utile fare un esame di coscienza, tramite momenti di riflessione e di pentimento. I divorziati risposati dovrebbero chiedersi [1] come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; [2] se ci sono stati tentativi di riconciliazione; [3] come è la situazione del partner abbandonato; [4] quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; [5] quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio [la numerazione in parentesi quadra è stata aggiunta al testo dell’Esortazione]. Una sincera riflessione può rafforzare la fiducia nella misericordia di Dio che non viene negata a nessuno» (AL300).

Colloquio in foro interno non sacramentale
«Si tratta di un itinerario di accompagnamento e di discernimento che «orienta questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio. Il colloquio col sacerdote, in foro interno, concorre alla formazione di un giudizio corretto su ciò che ostacola la possibilità di una più piena partecipazione alla vita della Chiesa e sui passi che possono favorirla e farla crescere. Dato che nella stessa legge non c’è gradualità (cf. Familiaris consortio, n. 34), questo discernimento non potrà mai prescindere dalle esigenze di verità e di carità del Vangelo proposte dalla Chiesa. Perché questo avvenga, vanno garantite le necessarie condizioni di umiltà, riservatezza, amore alla Chiesa e al suo insegnamento, nella ricerca sincera della volontà di Dio e nel desiderio di giungere ad una risposta più perfetta ad essa. (…). Quando si trova una persona responsabile e discreta, che non pretende di mettere i propri desideri al di sopra del bene comune della Chiesa, con un Pastore che sa riconoscere la serietà della questione che sta trattando, si evita il rischio che un determinato discernimento porti a pensare che la Chiesa sostenga una doppia morale» (AL 300).

circostanze attenuanti
«La Chiesa possiede una solida riflessione circa i condizionamenti e le circostanze attenuanti. Per questo non è più possibile dire che tutti coloro che si trovano in qualche situazione cosiddetta “irregolare” vivano in stato di peccato mortale, privi della grazia santificante. I limiti non dipendono semplicemente da una eventuale ignoranza della norma. Un soggetto, pur conoscendo bene la norma, può avere grande difficoltà nel comprendere «valori insiti nella norma morale» o si può trovare in condizioni concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa» (AL 301).

«Riguardo a questi condizionamenti il Catechismo della Chiesa cattolica si esprime in maniera decisiva: «L’imputabilità e la responsabilità di un’azione possono essere diminuite o annullate dall’ignoranza, dall’inavvertenza, dalla violenza, dal timore, dalle abitudini, dagli affetti smodati e da altri fattori psichici oppure sociali». In un altro paragrafo fa riferimento nuovamente a circostanze che attenuano la responsabilità morale, e menziona, con grande ampiezza, l’immaturità affettiva, la forza delle abitudini contratte, lo stato di angoscia o altri fattori psichici o sociali. Per questa ragione, un giudizio negativo su una situazione oggettiva non implica un giudizio sull’imputabilità o sulla colpevolezza della persona coinvolta» (AL 302).
«La coscienza delle persone dev’essere meglio coinvolta nella prassi della Chiesa in alcune situazioni che non realizzano oggettivamente la nostra concezione del matrimonio. (…) Questa coscienza (…) può anche riconoscere con sincerità e onestà ciò che per il momento è la risposta generosa che si può offrire a Dio, e scoprire con una certa sicurezza morale che quella è la donazione che Dio stesso sta richiedendo in mezzo alla complessità concreta dei limiti, benché non sia ancora pienamente l’ideale oggettivo» (AL 303).

Foro interno sacramentale e accesso ai sacramenti
«Un pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa. (…). A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa» (AL 305).

Qui è inserita la decisiva nota 351, che così prosegue: «In certi casi, potrebbe essere anche l’aiuto dei sacramenti. Per questo, «ai sacerdoti ricordo che il confessionale non dev’essere una sala di tortura bensì il luogo della misericordia del Signore» (esort. ap. Evangelii gaudium [24 novembre 2013], 44: AAS 105 [2013], 1038). Ugualmente segnalo che l’eucaristia «non è un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli» (ibid., 47: 1039)».

«Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio. (…). La pastorale concreta dei ministri e delle comunità non può mancare di fare propria questa realtà» (AL 305).


In sintesi può essere così riepilogato il “percorso a tappe” indicato dal romano pontefice:
1. Discernimento ecclesiale: la Chiesa non può condannare eternamente nessuno e deve cercare sempre la massima integrazione possibile. In questa prospettiva i sacramenti non sono un premio per i perfetti, ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli.
2. La coscienza oggettiva ecclesiale non è sovrapponibile alla coscienza soggettiva personale. La situazione personale analizzata e meditata dalla coscienza credente, pastoralmente supportata, porta il fedele alla propria valutazione spirituale e alle consequenziali decisioni esistenziali ed ecclesiali.
3. Questo percorso del fedele è articolato in foro interno, ma in due tempi diversi: il primo non sacramentale nel colloquio pastorale, possibile anche con laici (vedi AL 312), il secondo sacramentale, se scelto in quanto ritenuto necessario e accettato dal fedele, nella celebrazione della confessione con un presbitero per l’ammissione all’eucaristia.
4. Il discernimento ecclesiale, attuato in ultima istanza dal presbitero, non comporta la verifica della piena corrispondenza della situazione esistenziale del fedele all’ideale oggettivo della norma, ma alla sincerità della valutazione soggettiva presentata dal fedele e alla sua volontà di fare tutto quanto è in suo potere per perseguire il bene.
5. La logica pastorale di AL intende realizzare il “bene possibile” (AL 308) presente nelle situazioni esistenziali, anche se difficili e controverse, operando nell’ambito di una comunità che se ne fa carico. In questo si può leggere un rinvio anche a servizi diocesani appositamente disposti per l’accompagnamento delle persone in tali situazioni.

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