mercoledì 1 giugno 2016

La recezione di Amoris laetitia: il terzo tempo

di Daniela Sala*

Dopo la fase pre-sinodale della consultazione delle Chiese e la fase sinodale del confronto e dell’ascolto tra i vescovi nei Sinodi del 2014 e nel 2015, con la pubblicazione dell’esortazione postsinodale Amoris laetitia l’8 aprile scorso è iniziato ora il delicato e fondamentale processo della recezione, attraverso il quale l’insegnamento magisteriale viene interiorizzato dal popolo di Dio come criterio di giudizio ecclesiale. Come sta andando?
Se è presto per capire come è stato recepito il documento al livello della base, nelle prime settimane dopo la pubblicazione sono già diversi i vescovi che si sono espressi in merito al testo pontificio.

Ci sono quelli che hanno partecipato al processo sinodale come padri sinodali e ora iniziano la «terza fase» come pastori delle loro diocesi, e ci sono quelli «contro». Questi ultimi si sono fatti molto notare nel dibattito mediatico, che enfatizza le contrapposizioni e anzi le costruisce in funzione delle proprie dinamiche; sono pochi, ma cominciamo da loro per cogliere il punto dell’opposizione.

La prima voce si può citare per dovere di cronaca, anche se viene da «fuori» dalla Chiesa cattolica, perché non è senza influenze e tratti in comune con l’ultra-conservatorismo cattolico: è il leader della Fraternità sacerdotale di San Pio X, il vescovo lefebvriano Bernard Fellay, che in un’omelia a Puy-en-Velay il 10 aprile ha accusato l’Amoris laetitia di soggettivismo e relativismo morale: «La regola oggettiva è sostituita, alla maniera protestante, dalla coscienza personale (…) Invece di elevare ciò che è al livello di ciò che deve essere, si abbassa ciò che deve essere a ciò che è, alla morale permissiva dei modernisti e dei progressisti». Insomma, altro che letizia, «c’è di che piangere».

Rifiuta di riconoscere all’esortazione apostolica lo statuto di un atto di magistero l’ultra-conservatore card. Raymond Burke, di aperte simpatie lefebvriane, già vescovo di Saint Louis (USA), già prefetto del Supremo tribunale della Segnatura apostolica, paladino della posizione del «no a tutto » nel Sinodo del 2014 (cf. Regno-att. 18,2014,611) e dal 2014 patrono del Sovrano ordine militare di Malta. Egli sostiene che nell’Amoris laetitia il papa esprima il suo pensiero personale, e così risolve il quesito se il documento costituisca o meno una rottura della tradizione ecclesiale, che è il punto del problema: siccome non è un atto di magistero, il magistero precedente rimane invariato.

La terza posizione da recensire nelle file dell’opposizione è quella del filosofo tedesco Robert Spaemann, docente emerito di Filosofia all’Università di Monaco, già consigliere di Giovanni Paolo II e amico di Benedetto XVI, che in un’intervista all’edizione tedesca della Catholic News Agency del 28 aprile ha affermato che il papa ha «elevato il caos a principio con un tratto di penna», aprendo la strada a incertezza e confusione dalle conferenze episcopali fino alle più sperdute parrocchie, e a uno scisma nel cuore stesso della Chiesa.

Un’esortazione di consenso
Il card. Gerhard Müller, invece, che è il prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e durante i due Sinodi aveva interpretato i timori di quanti si opponevano a cambiamenti dottrinali, ha accolto il documento postsinodale di Francesco come una riaffermazione dell’insegnamento della Chiesa, insieme a un’indicazione pastorale per accogliere e integrare i percorsi individuali nel discernimento ecclesiale.[1]

E questa posizione è condivisa dai numerosi vescovi che si sono pronunciati nelle settimane successive alla pubblicazione. In particolare, quanti hanno partecipato come padri sinodali al processo di confronto collegiale non condividono la negazione dell’autorità magisteriale all’Amoris laetitia, che raccoglie il risultato di uno scambio di punti di vista pastorali ed esperienze di Chiese locali diverse, che è stato insieme faticoso e fruttuoso.

Il card. Donald William Wuerl, per esempio, che è arcivescovo di Boston, in un intervento sul suo blog[2] ha affermato il valore innegabilmente magisteriale di un documento che s’inserisce nella continuità degli insegnamenti ecclesiali e che è stato concepito come esito di un profondo discernimento al termine di un’ampia consultazione delle Chiese locali e di due Sinodi dei vescovi. E in un altro intervento, l’11 aprile, ha definito la postsinodale un’«esortazione di consenso», usando un termine teologicamente denso che rimanda a Lumen gentium, n. 12.[3]

E questo stesso aspetto è stato sottolineato anche dal card. Ricardo Blásquez Pérez, arcivescovo di Valladolid e presidente della Conferenza episcopale spagnola: «In questa bellissima esortazione è ultimato un lungo itinerario percorso “sinodalmente”. Non c’è un cambiamento di dottrina, ma ci sono un respiro nuovo, un linguaggio attuale e un atteggiamento innovativo dinanzi a situazioni, che non sono più, o ancora non lo sono pienamente, matrimonio cristiano».[4]

E ancora dai cardinali Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e presidente della Conferenza episcopale tedesca, e Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia e vicepresidente della Conferenza episcopale italiana;[5] e dagli arcivescovi Bruno Forte di Vasto e Paul André Durocher di Gatineau in Canada.[6]
Quest’ultimo esprime bene anche un altro elemento che sta a cuore ai pastori: l’atteggiamento – appunto – pastorale che deve permeare la cura delle anime loro affidata: «La prima sfida sarà di assicurare la lettura e l’assimilazione dell’esortazione da parte dei nostri sacerdoti e da quanti sono impegnati nelle attività pastorali. Fortunatamente, molti di loro vi troveranno la conferma dell’atteggiamento d’accoglienza, d’accompagnamento e d’inclusione che praticano già nel loro ministero parrocchiale. Il fatto nuovo per noi sarà di avere a portata di mano un testo magisteriale che pone i fondamenti biblici, teologici e psicologici di un simile atteggiamento».

Perché, come ha sottolineato l’arcivescovo di Westminster card. Vincent Nichols nella lettera che ha fatto leggere in tutte le parrocchie il 1° maggio, tra i dogmi di fede che la Chiesa deve custodire c’è anche quello della misericordia di Dio: Francesco «ripresenta da capo il chiaro insegnamento della Chiesa sul matrimonio e ci ricorda costantemente la verità della misericordia infinita di Dio per ciascuno di noi».

Rinnovamento di tutta la pastorale
Ci sono altre due sottolineature negli interventi dei vescovi a livello globale: una sull’aspetto dell’inculturazione, a partire da Amoris laetitia n. 3 che invita le Chiese locali a cercare le soluzioni pastorali più inculturate ai problemi della famiglia; e l’altra sulla responsabilità della recezione e dell’applicazione, che la postsinodale pone in capo a tutti i fedeli.

Rispetto all’inculturazione, sulla quale si sofferma in particolare il card. Marx, dal momento che la Chiesa tedesca è stata particolarmente propositiva in questo senso,[7] come ha rimarcato significativamente il card. Angelo Scola, arcivescovo di Milano, parlando ai decani ai primi di maggio, dalla postsinodale consegue la responsabilità delle conferenze episcopali nazionali, dei vescovi diocesani e degli operatori pastorali d’individuare punti di riferimento e di esercitare il discernimento con sapienza, ed è auspicabile che vengano indicazioni dalla Chiesa italiana e si affrontino a livello diocesano aspetti più specifici.

E il compito/responsabilità di rinnovamento profondo che tutto questo «processo sinodale ben riuscito» (Durocher) pone davanti a ogni battezzato è «davvero impegnativo per la cura pastorale, poiché senza un processo di dialogo personale, e talora anche più intenso, tutto ciò non sarà possibile.

La triade “accompagnare, discernere e integrare” descritta da papa Francesco diventerà il cantus firmus della pastorale, se essa vuole davvero raggiungere l’uomo e dischiudere quel cammino che Dio stesso percorre con queste persone» (Marx). Di qui l’invito del card. Nichols a tutti i fedeli: «Per favore a casa leggetela, insieme con quelli che amate. E anche voi ne coglierete la bellezza, con lacrime di gioia».

* Anticipiamo qui il testo che verrà pubblicato sul prossimo numero de Il Regno attualità n. 8.

[1] Il card. Müller ha tenuto il suo discorso sull’Amoris laetitia a Oviedo, in Spagna, il 4 maggio; il discorso è pubblicato sul blog di Sandro Magister chiesa.espresso.repubblica.it l’11 maggio insieme ai collegamenti alle traduzioni inglese e tedesca.
[3] La totalità dei fedeli «non può sbagliarsi nel credere, e manifesta questa proprietà particolare mediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popolo, quando “dai vescovi fino agli ultimi fedeli laici” esprime il suo universale consenso in materia di fede e di morale. Col senso della fede suscitato e sorretto dallo Spirito di verità, il popolo di Dio, sotto la guida del sacro magistero cui si conforma fedelmente, accoglie non già una parola d’uomini, ma realmente la parola di Dio (cf. 1Tm 2,13); aderisce indefettibilmente “alla fede trasmessa una volta per tutte ai santi” (Gd 3), vi penetra più a fondo con retto giudizio e la applica più pienamente alla vita» (EV 1/316).
[4] L’Osservatore romano 15.4.2016, 1.
[5] OR 27.4.2016, 7 e 10.4.2016, 1.
[6] OR 30.4.2016, 7 e 11-12.4.2016, 1.
[7] Si pensi a tutta la discussione sull’ammissione dei divorziati risposati ai sacramenti; cf. Regno-att. 9,2015,577.

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