martedì 21 giugno 2016

Spigolature sulla famiglia

di papa Francesco

In due occasioni recenti (Apertura del Convegno ecclesiale della diocesi di Roma il 16 giugno e visita a Villa Nazaret il 18) papa Francesco, rispondendo ad alcune domande, è tornato sull'argomento della famiglia e in particolare sul sacramento del matrimonio, sui molti casi di nullità e sul percorso di preparazione verso la celebrazione.
1. In occasione del convegno ecclesiale della diocesi di Roma che si teneva nella Basilica di San Giovanni in Laterano sul tema: «“La letizia dell’amore”: il cammino delle famiglie a Roma alla luce dell’esortazione apostolica Amoris laetitia di papa Francesco», il papa ha risposto ad alcune domande. Riportiamo in particolare la terza (Bollettino della Sala stampa della Santa sede del 16.6.2016).

- Santità, buonasera. Dovunque andiamo, oggi sentiamo parlare di crisi del matrimonio. E allora Le volevo domandare: su cosa possiamo puntare oggi per educare i giovani all’amore, in particolar modo al matrimonio sacramentale, superando le loro resistenze, lo scetticismo, le disillusioni, la paura del definitivo? Grazie.
"Ti prendo l’ultima parola: noi viviamo anche una cultura del provvisorio. Un vescovo, ho sentito dire, alcuni mesi fa, che gli si è presentato un ragazzo che aveva finito gli studi universitari, un bravo giovane, e gli ha detto: 'Io voglio diventare sacerdote, ma per dieci anni'. E’ la cultura del provvisorio. E questo succede dappertutto, anche nella vita sacerdotale, nella vita religiosa. Il provvisorio. E per questo una parte dei nostri matrimoni sacramentali sono nulli, perché loro [gli sposi] dicono: 'Sì, per tutta la vita', ma non sanno quello che dicono, perché hanno un’altra cultura. Lo dicono, e hanno la buona volontà, ma non hanno la consapevolezza. Una signora, una volta, a Buenos Aires, mi ha rimproverato: “Voi preti siete furbi, perché per diventare preti studiate otto anni, e poi, se le cose non vanno e il prete trova una ragazza che gli piace… alla fine gli date il permesso di sposarsi e fare una famiglia. E a noi laici, che dobbiamo fare il sacramento per tutta la vita e indissolubile, ci fanno fare quattro conferenze, e questo per tutta la vita!”. Per me, uno dei problemi, è questo: la preparazione al matrimonio.

E poi la questione è molto legata al fatto sociale. Io ricordo, ho chiamato – qui in Italia, l’anno scorso – ho chiamato un ragazzo che avevo conosciuto tempo fa a Ciampino, e si sposava. L’ho chiamato e gli ho detto: 'Mi ha detto tua mamma che ti sposerai il prossimo mese… Dove farai?…' – 'Ma non sappiamo, perché stiamo cercando la chiesa che sia adatta al vestito della mia ragazza… E poi dobbiamo fare tante cose: le bomboniere, e poi cercare un ristorante che non sia lontano…'”. Queste sono le preoccupazioni! Un fatto sociale. Come cambiare questo? Non so. Un fatto sociale a Buenos Aires: io ho proibito di fare matrimoni religiosi, a Buenos Aires, nei casi che noi chiamiamo 'matrimonios de apuro', matrimoni 'di fretta' [riparatori], quando è in arrivo il bambino.

Adesso stanno cambiando le cose, ma c’è questo: socialmente deve essere tutto in regola, arriva il bambino, facciamo il matrimonio. Io ho proibito di farlo, perché non sono liberi, non sono liberi! Forse si amano. E ho visto dei casi belli, in cui poi, dopo due-tre anni, si sono sposati, e li ho visti entrare in chiesa papà, mamma e bambino per mano. Ma sapevano bene quello che facevano. La crisi del matrimonio è perché non si sa cosa è il sacramento, la bellezza del sacramento: non si sa che è indissolubile, non si sa che è per tutta la vita. E’ difficile. Un’altra mia esperienza a Buenos Aires: i parroci, quando facevano i corsi di preparazione, c’erano sempre 12-13 coppie, non di più, non arrivare a 30 persone. La prima domanda che facevano: 'Quanti di voi siete conviventi?'.

La maggioranza alzava la mano. Preferiscono convivere, e questa è una sfida, chiede lavoro. Non dire subito: 'Perché non ti sposi in chiesa?'. No. Accompagnarli: aspettare e far maturare. E fare maturare la fedeltà. Nella campagna argentina, nella zona del Nordest, c’è una superstizione: che i fidanzati hanno il figlio, convivono. In campagna succede questo. Poi, quando il figlio deve andare a scuola, fanno il matrimonio civile. E poi, da nonni, fanno il matrimonio religioso. E’ una superstizione, perché dicono che farlo subito religioso spaventa il marito! Dobbiamo lottare anche contro queste superstizioni. Eppure davvero dico che ho visto tanta fedeltà in queste convivenze, tanta fedeltà; e sono sicuro che questo è un matrimonio vero, hanno la grazia del matrimonio, proprio per la fedeltà che hanno. Ma ci sono superstizioni locali. E’ la pastorale più difficile, quella del matrimonio.

E poi, la pace nella famiglia. Non solo quando discutono tra loro, e il consiglio è sempre di non finire la giornata senza fare la pace, perché la guerra fredda del giorno dopo è peggio. E’ peggio, sì, è peggio. Ma quando si immischiano i parenti, i suoceri, perché non è facile diventare suocero o suocera! Non è facile. Ho sentito una cosa bella, che piacerà alle donne: quando una donna sente dall’ecografia che è incinta di un maschietto, da quel momento incomincia a studiare per diventare suocera!

Torno sul serio: la preparazione al matrimonio, la si deve fare con vicinanza, senza spaventarsi, lentamente. E’ un cammino di conversione, tante volte. Ci sono, ci sono ragazzi e ragazze che hanno una purezza, un amore grande e sanno quello che fanno. Ma sono pochi. La cultura di oggi ci presenta questi ragazzi, sono buoni, e dobbiamo accostarci e accompagnarli, accompagnarli, fino al momento della maturità. E lì, che facciano il sacramento, ma gioiosi, gioiosi!

Ci vuole tanta pazienza, tanta pazienza. E’ la stessa pazienza che ci vuole per la pastorale delle vocazioni. Ascoltare le stesse cose, ascoltare: l’apostolato dell’orecchio, ascoltare, accompagnare… Non spaventarsi, per favore, non spaventarsi. Non so se ho risposto, ma ti parlo della mia esperienza, di quello che ho vissuto come parroco".

2. Riportiamo poi 
la trascrizione delle domande e delle risposte del dialogo, avvenuto sabato 18 giugno, tra il papa e alcuni membri della Comunità Villa Nazareth.
In particolare la domanda posta sulle sfide della famiglia da Massimo Moretti con la moglie Giorgia Lagattola (
http://ilsismografo.blogspot.it/ 20.6.2016).

– Santo Padre, la famiglia oggi è sollecitata dalla cultura del provvisorio. La coppia è minata dalla tentazione di ricercare la maggiore felicità possibile in una dimensione che, nonostante il matrimonio, rischia di rimanere individuale. Sappiamo di poter contare sulla grazia indissolubile del sacramento, ma non sempre abbiamo la forza e la costanza di attingere a questo tesoro. Come possiamo mantenere viva la fiamma del nostro amore e quale valore ha per il mondo di oggi la promessa di eternità che ci siamo scambiati? 

"Ho detto qualche cosa sulle famiglie, oggi, ma prenderò una o due parole tue. Quella sulla cultura del provvisorio: questo io lo ripeto sempre. Una parte della gente che si sposa non sa cosa fa. Si sposa… 'Ma tu sai che questo è un sacramento?' – 'Sì, sì, e per questo io dovrò confessarmi prima, sì, sì, lo farò, e farò la comunione, pure' – 'E tu sai che questo è per tutta la vita?' – 'Sì, sì, lo so, lo so'. Ma non lo sanno, perché questa cultura del provvisorio penetra tanto in noi, nei nostri valori, nei nostri giudizi, che poi significa – per parlare così, semplicemente – significa: 'Sì, sì, io mi sposo finché l’amore dura, e quando l’amore non dura, è finito il matrimonio'. Non si dice, ma la cultura del provvisorio ti porta a questo.

E credo che la Chiesa debba lavorare molto su questo punto con la preparazione al matrimonio. Nella Amoris laetitia c’è un capitolo, un capitolo dedicato a questo. Una signora – questo l’ho detto a San Giovanni in Laterano l’altro sera –, una signora una volta mi ha detto: 'Voi preti siete furbi: per diventare prete studiate otto anni, poi andate bene; e se la cosa non va e tu trovi una ragazza che ti piace e non te la senti più, dopo un po’ fai una procedura, vai alla Santa Sede e ti danno la dispensa, ti sposi e formi una famiglia. E noi, che riceviamo un sacramento che è indissolubile e per tutta al vita, è il mistero di Cristo e della Chiesa e dura per tutta la vita, ci preparano con tre o quattro conferenze?'.

E’ vero: la preparazione al matrimonio. E’ meglio non sposarsi, non ricevere il sacramento se tu non sei sicuro del fatto che lì c’è un mistero sacramentale, c’è lì l’abbraccio proprio di Cristo con la Chiesa; se non sei ben preparato. Poi c’è la dimensione culturale e sociale. E’ vero, sposarsi è un fatto sociale, è sempre stato un fatto sociale, sempre, perché è bello sposarsi, in tutte le culture: ci sono tanti riti belli, belli, nelle culture… quando il ragazzo va a prendere la ragazza e la porta… tante cose belle, che indicano questa bellezza del matrimonio.

Ma questo aspetto sociale, nella cultura del consumismo, della mondanità, alle volte favorisce la provvisorietà e non ti aiuta a prendere sul serio [il matrimonio]. Ho raccontato l’altra sera che avevo chiamato un ragazzo che io conoscevo; gli ho telefonato, perché la mamma mi aveva detto che si sposava, e io l’avevo conosciuto quando andavo a dire la Messa qui a Ciampino. Gli dico: 'Mi hanno detto che ti sposi…' – 'Sì, sì' – 'Lo farai in quella chiesa?' – 'Ma, veramente non sappiamo, perché dipende dal vestito della mia ragazza, che sia intonato con la chiesa, per la bellezza…' – 'Ah, che bello, che bello… E quando?' – 'Entro qualche settimana' – 'Ah, va bene, va bene. Vi state preparando bene?' – 'Sì, sì, adesso andiamo, stiamo cercando un ristorante che non sia troppo lontano, e anche le bomboniere, e questo e quello, e quell’altro…'.

Che senso ha questo matrimonio? E’ puramente un fatto sociale, un fatto sociale. Io mi domando: questi fidanzati – bravi – sono liberi da questa cultura mondana consumistica edonistica, o il fatto sociale fa sì che cadano in questa mancanza di libertà? Perché il sacramento del matrimonio si può ricevere soltanto con libertà. Se tu non sei libero, non lo ricevi. E poi, c’è una cosa che dobbiamo curare.

A me piace incontrare, sia nelle Messe a Santa Marta sia nelle udienze generali, i coniugi che fanno il 50° e il 60°, perché sempre parlo con loro, mi dicono le cose… sono felici. Una volta ho sentito dire da una di queste coppie quello che tutti volevano dire, ma quelli sono riusciti a dirlo. [Io ho chiesto loro:] '60 anni. Chi ha avuto più pazienza?' – 'Eh, tutti e due!' – dicono sempre la stessa cosa – E poi: 'Avete litigato?' – 'Quasi tutti i giorni. Ma non c’è problema' – 'Siete contenti?', e io mi sono commosso, perché si sono guardati negli occhi: 'Padre, siamo innamorati'.

Questo è grande! Dopo 60 anni, questo è grande. E questo è uno dei frutti del sacramento del matrimonio: questo lo fa la grazia. Magari tutti potessero capire questo! E c’è un’altra cosa che io vorrei dire. Che nel matrimonio si litiga, tutti lo sappiamo; a volte volano i piatti; sono cose di tutti i giorni. Ma il consiglio che io sempre do è questo: mai finire la giornata senza fare la pace, perché io ho paura della “guerra fredda” del giorno dopo. Sì, è pericolosissima! Quando tu ti arrabbi e finisci arrabbiato e non fai la pace quel giorno, diventa peggio, peggiora, peggiora. 'Ma come faccio la pace, Padre? Devo fare un discorso, inginocchiarmi?' – 'No, fa’ così [fa il gesto di una carezza] e basta'. E’ un gesto, è il linguaggio del gesto. E fra i gesti – per favore – non dimenticatevi di accarezzarvi: la carezza è uno dei linguaggi più sacri nel matrimonio. Le carezze: ti amo tanto… Le carezze… Sposi che sono capaci di accarezzarsi, di volersi così, ma anche con il corpo, con tutto, sempre… Le carezze… Credo che con questo si potrà mantenere quella forza del sacramento, perché anche il Signore accarezza con tanta tenerezza la sua sposa, la Chiesa. Andiamo avanti così".

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