lunedì 21 novembre 2016

Amoris laetitia o crux interpretum?

di Giorgio Concas

Il rebus dell'Amoris laetitia. Ovvero: perché la soluzione non è dove sembra che sia; oppure: perché il testo ci manda a cercare la soluzione dove non c'è.
Il problema che affronto in questo articolo è quello della comunione dei divorziati risposati e in genere di chi si trova in situazioni di unione irregolare.
E' stato detto che si tratta di un problema marginale nell'Amoris laetitia.
Penso che non si possa considerare marginale per due motivi. Il primo è che riguarda la vita di milioni di cristiani in quella situazione; è quasi offensivo nei loro confronti dire che è un problema marginale, qualsiasi soluzione gli si voglia dare.

Il secondo è che è sufficiente una sola eccezione nella dottrina per far cadere tutto l'impianto della stessa. Un'eccezione per la dottrina è come l'esperimento di Michelson e Morley (misura di velocità della luce) per la teoria della Fisica classica, che, pur essendo un solo esperimento, ha invalidato la meccanica classica e ha portato alla formulazione della relatività ristretta da parte di Einstein.

1. Il carattere del documento
Parlo del carattere dell'Amoris laetitia (AL) solo perché è stato negato il carattere magistrale di questo dal card. Burke [1]. E' senz'altro vero che il papa può parlare a titolo personale, come privato cittadino. Questo lo fa per esempio nelle lettere a E. Scalfari, che sono lettere private, anche se pubblicate su Repubblica. Al contrario, un'esortazione apostolica è per sua natura un documento magistrale, come un'enciclica. Questo vale per qualsiasi documento scritto dal papa nella sua qualità di pontefice, e quindi anche per le lettere lette di persona (o inviate) a varie assemblee. Su questo punto non è necessario aggiungere altro.

C'è poi la questione del contesto del capitolo VIII. Il paragrafo iniziale (291) del capitolo parla della “natura del vincolo matrimoniale” e della “fragilità di molti suoi figli”, e in particolare dei “suoi figli più fragili” che si sono risposati. Penso sia chiaro che, parlando della fragilità, ci si riferisce al non aver saputo tenere unito il matrimonio e al non aver resistito alla tentazione di risposarsi. I “figli più fragili” sono quelli che hanno commesso entrambi gli errori e si sono risposati. Il capitolo è appunto dedicato a loro; noi possiamo considerare le affermazioni del capitolo VIII come riferite ai divorziati risposati.

2. Che cosa afferma
Su questo punto c'è il maggior conflitto di interpretazioni (crux interpretum). Alcuni sostengono che non si dice niente di più, rispetto al magistero passato, sulla comunione ai divorziati risposati, cioè rispetto alla Familiaris consortio (par. 84) e alla Sacramentum caritatis (par. 29). Tra questi possiamo annoverare il card. Muller [2] e altri. Secondo altri invece AL permette la comunione ai divorziati risposati anche se questi non vivono in continenza come fratello e sorella.
Tra i sostenitori di questa tesi abbiamo Padre Spadaro [3], il prof. Spaemann [4], Padre Michelet [5], la dr.ssa A. M. Silvas [6] e altri, e soprattutto la Conferenza episcopale delle Filippine [7]. 
In realtà esiste anche una terza posizione, che parte dal presupposto che il documento non possa dire niente di diverso o di nuovo rispetto al magistero precedente, ed è la posizione di padre Bellon [8].

In altri termini, possiamo definirla così: “non leggiamo quello che c'è scritto, ma facciamo finta che ci sia scritto quello che abbiamo deciso a priori”. Contesto fermamente questo punto di vista. Un documento magistrale può dire qualcosa di diverso perché ha lo stesso livello di autorevolezza dei documenti precedenti, e anzi prevale su questi perché è successivo. Anzi, si può dire che ha senso scrivere un documento magistrale solo perché questo innova rispetto ai precedenti; non c'è motivo di scrivere un documento per ripetere cose già affermate prima, perché è sufficiente rileggere i documenti che precedono. Qui sto parlando di documenti che fanno affermazioni dottrinali, perché una lettera di saluto è sempre giustificata dall'occasione.
Per capire cosa dice AL, conviene far parlare direttamente il testo (par. 305). “E' possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato, … si possa vivere in grazia di Dio, … ricevendo a tale scopo l'aiuto della Chiesa”, che continua nella nota 351: “In certi casi potrebbe essere anche l'aiuto dei Sacramenti” citando la confessione e l'eucaristia. 
E' stato osservato che non si possono fare osservazioni di carattere magistrale in una nota; osservo a mia volta che la nota fa parte integrante di un documento magistrale e ha lo stesso valore del resto del testo. Qui si dice che alcuni divorziati risposati possono fare la comunione, a certe condizioni. Penso che questo sia sufficiente per proseguire il discorso.

3. Perché lo afferma
Nel cap. VIII ci sono tre indizi sparsi, lasciati cadere lì quasi per caso. Eccoli. Il primo indizio è al par. 298: “Una cosa è una seconda unione, consolidata nel tempo, con … grande difficoltà a tornare indietro senza sentire in coscienza che si cadrebbe in nuove colpe”. Si può tradurre come “non si può tornare indietro senza cadere in nuove colpe”. In corrispondenza dell'interruzione della citazione, il testo originale riporta “con nuovi figli, con provata fedeltà, dedizione generosa, impegno cristiano, consapevolezza dell'irregolarità della propria situazione”. L'essenziale è all'inizio e alla fine della frase; il resto è di contorno.

Il secondo indizio è al par. 301, che ribadisce lo stesso concetto con più forza: “Un soggetto … si può trovare in condizione concrete che non gli permettano di agire diversamente e di prendere altre decisioni senza una nuova colpa. La Chiesa riconosce situazioni in cui «l'uomo e la donna, per seri motivi – quali, ad esempio, l'educazione dei figli – non possono soddisfare l'obbligo della separazione»”.

Il terzo indizio è al par. 302: “In determinate circostanze, le persone trovano grande difficoltà ad agire in modo diverso”.
Il ragionamento è: nel caso di un'unione irregolare, una persona, pur in uno stato oggettivo di peccato, può essere in condizione di non poter uscire da questa unione senza cadere in nuove colpe verso il partner e i figli. In altri termini, non è un peccato che coinvolge solo la persona, da cui questa può recedere senza conseguenze negative su altri. Nell'unione irregolare, il perdono non richiede il recesso dalla situazione di peccato perché questo recesso provoca conseguenze negative su altri; il permanere nella situazione di peccato non indica mancanza di pentimento. Il pentimento in questo caso non richiede il recesso dalla situazione di peccato. Questo non è in contrasto con la dottrina del perdono sacramentale, che richiede il pentimento per il peccato; il come si esprime questo pentimento, dipende dalle circostanze concrete.

Qualcuno potrebbe obiettare che, per evitare conseguenze negative su altri, si potrebbe vivere in continenza. A questo risponde la nota 329: “In queste situazioni, molti … rilevano che, se mancano alcune espressioni di intimità, «non è raro che la fedeltà sia messa in pericolo e possa venir compromesso il bene dei figli»”. Cioè convivere come fratello e sorella non è un'alternativa realistica. 

Inoltre la stessa convivenza in continenza si può già considerare una conseguenza negativa per il partner, un “cadere in nuove colpe”.
Come conseguenza, si arriva al par. 305: “… è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato, si possa vivere in grazia di Dio, … ricevendo a tale scopo anche l'aiuto della Chiesa”, che “In certi casi potrebbe essere anche l'aiuto dei sacramenti” come la confessione e l'eucaristia.

4. Conclusioni

La dottrina non cambia. La prassi pastorale cambia, permettendo la comunione ai divorziati risposati, a determinate condizioni. Queste condizioni sono (in breve): un adeguato discernimento e un sincero pentimento. L'ammissione all'Eucaristia è possibile perché il sincero pentimento non richiede l'abbandono dello stato coniugale “di fatto”, perché questo abbandono costituirebbe una nuova colpa verso il coniuge “di fatto” e i figli. In questo modo viene innovata la prassi pastorale mentre si tiene ferma la dottrina.

[1] R.L. Burke , in National Catholic Register, 11.4.2016.
[2] G.L. Müller, Informe sobre la esperanza, BAC, Madrid, 2016.
[3] A. Spadaro, in La Civiltà Cattolica, 14.4.2016.
[4] R. Spaemann, Catholic News Agency, 28.4.2016.
[5] T. Michelet, in Riposte Catholique, 6.5.2016.
[6] A. M. Silvas, Sito della parrocchia J.H. Newman, Caulfield North (Melbourne). Riportato da chiesa.espressonline.it, 7.6.2016.

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