martedì 15 novembre 2016

Castellucci: Il Signore e la casa

La metafora domestica costituisce l’intreccio della prima lettera pastorale dell’arcivescovo Erio Castellucci, che pone al centro della riflessione il tema della famiglia. «In greco, d’altra parte, le parole “casa” e “famiglia” sono intercambiabili», scrive il vescovo.
Presentata nel duomo di Modena il 24 settembre, durante l’assemblea di apertura dell’anno pastorale, non è una lettera cattedratica o dal taglio teologico, ma un documento pastorale frutto «dell’esperienza e della riflessione di tante persone: organismi singoli, famiglie e gruppi, che in diocesi, nelle parrocchie e nelle case hanno offerto il loro contributo».

Sono tre le novità di rilievo contenute nel documento, che costituirà la base del programma pastorale della diocesi per il prossimo anno: la proposta dei «gruppi del Vangelo nelle case», che risponde «all’esigenza di valorizzare la casa come luogo della “Chiesa domestica”»; il progetto delle «coppie-guida di altre coppie», dal momento che «non è pensabile e neppure necessario che siano solo i presbiteri ad assumere il compito di guide spirituali»; e infine l’avvio di un servizio diocesano rivolto ai separati o divorziati risposati «sia per la verifica della nullità [matrimoniale] sia per l’eventuale inizio del percorso di riammissione alla comunione eucaristica» (Regno-doc. 17,2016,527).

Questa lettera pastorale è il frutto dell’esperienza e della riflessione di tante persone: organismi singoli, famiglie e gruppi che in diocesi, nelle parrocchie e nelle case hanno offerto il loro contributo. È il frutto specialmente della pastorale familiare diocesana, molto intensa da anni nella nostra Chiesa e sostenuta da un ufficio attivo e competente. È il frutto, infine, della riflessione che ha caratterizzato e seguito l’annuale «Tre giorni» di giugno (2016), confluita nella relazione finale che – opportunamente integrata con diversi contributi – ne è alla base. Si può dire che stiamo vivendo una piccola esperienza «sinodale» in formato diocesano.
     Un piccolo «sinodo», il nostro, che attinge a piene mani al lavoro dei due Sinodi sulla famiglia voluti e guidati da papa Francesco e soprattutto dall’esortazione post-sinodale del 19 marzo 2016 Amoris laetitia, della quale non vuole in alcun modo sostituire la lettura, ma semmai, anzi, vuole incentivarla. Questa lettera pastorale s’innesta poi nell’Anno della misericordia e quasi lo dilata. La misericordia, del resto, è un’esperienza profondamente connessa con la famiglia. L’etimologia latina richiama il cuore, simbolo della vita affettiva, che nel bene e nel male si plasma in famiglia; l’etimologia greca richiama il grembo materno, casa nella quale tutti siamo venuti al mondo e che resta per sempre il segno più intimo dell’accoglienza della vita.
    Due atteggiamenti sono contrari alla misericordia, come ci ricorda continuamente papa Francesco: la condanna implacabile in nome della verità e l’approvazione incondizionata in nome della carità. È facile cadere in entrambe le tentazioni, davanti alle situazioni di fragilità: è facile cadere nella condanna implacabile, scagliando la pietra contro tutti quelli che non sono arrivati alla meta; ma in questo modo rimangono bloccati nella loro condizione, perché si sentono esclusi, lontani, spacciati. È facile cadere nell’approvazione incondizionata, assecondando tutti i comportamenti e considerandoli indifferentemente uguali tra di loro; ma in questo modo le persone rimangono nuovamente bloccate nella loro condizione, perché si sentono a posto, legittimate, e non si mettono in cammino.
     Accompagnare, discernere e integrare: ecco i tre verbi-chiave dell’Amoris laetitia, i tre aspetti della misericordia. È la strada più difficile, certo – è facile sia condannare tutti sia assolvere tutti – ma è la strada della Chiesa, perché è la strada seguita da Gesù. La Chiesa «in uscita», e non arroccata su se stessa, che il papa prospetta nell’Evangelii gaudium è una comunità non tanto che va «per strada», ma che «fa strada» con le persone, prendendole per mano dal punto in cui sono verso la meta. Noi desideriamo «fare strada» con le famiglie, perché siano le famiglie stesse a prendere per mano le altre famiglie – assumendone le fragilità materiali, affettive, morali e spirituali – e incoraggiarle a camminare verso il Signore. Siamo chiamati a passare da una pastorale della perfezione a una pastorale della conversione: dove la meta, la dottrina, rimane la stessa, ma viene evidenziata la necessità di accompagnare verso la meta e non di sedersi alla meta per additare la posizione di chi sta camminando per strada. È lo stile delle nostre comunità, non il contenuto del messaggio, che deve mostrare una maggiore aderenza al Vangelo.
     Ci accompagnerà la metafora della casa, che custodisce i tempi, gli spazi e le relazioni della famiglia: in greco, d’altra parte, le parole «casa» e «famiglia» sono intercambiabili: oikos e oikia significano l’una e l’altra. Premettendo che sia l’Antico Testamento sia il Nuovo mettono in guardia dalla tentazione di costruirsi da soli la casa, senza chiedere l’aiuto del Signore. Il salmista dice chiaramente che «se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori» (Sal 127,1). E Gesù, chiudendo il discorso della montagna apertosi con le beatitudini, invita a costruire la casa sulla roccia e non sulla sabbia (cf. Mt 7,21-27), cioè sulla solidità di Dio e non sulla friabilità degli uomini.



I. Una casa di grandi dimensioni

   Il documento Amoris laetitia, che raccoglie gli apporti dei due Sinodi sulla famiglia (2014 e 2015), non è un testo concentrato unicamente su alcune situazioni problematiche e specialmente sulla possibilità della comunione ai divorziati risposati. Alcuni mezzi di comunicazione hanno puntato i riflettori su questo aspetto – presente, come vedremo – tralasciando l’intera costruzione attorno alla quale i sinodi stavano lavorando. È come se ad alcuni interessasse solo l’angolo di una stanza, mentre i sinodi e il papa stavano edificando una casa di grandi dimensioni: attraverso la storia e la geografia.
     Attraverso la storia: i due testi finali dei sinodi e soprattutto Amoris laetitia sono intrisi di Scrittura, tradizione, magistero; sono intrisi di teologia, pastorale, spiritualità e umanità. Sono testi che spigolano la grande esperienza della Chiesa e dei cristiani nei secoli, passando dall’Antico al Nuovo Testamento, dai padri della Chiesa agli autori medievali, dai papi degli ultimi secoli e decenni al concilio Vaticano II. In particolare, papa Francesco è debitore a Giovanni Paolo II, sia nella Familiaris consortio sia – soprattutto – nelle 129 catechesi su corporeità, sessualità, amore e matrimonio, che tenne nei primi anni del suo pontificato (1979-1984). Amoris laetitia è un testo ricco, articolato, che dovrebbe essere utilizzato nelle sue diverse parti per la lettura e meditazione personale e di coppia, per ritiri e catechesi, per i corsi di preparazione al matrimonio e i gruppi famiglie, per la formazione all’affettività, alla sessualità e all’amore e per gli operatori pastorali. Potrebbe diventare un testo di riferimento anche per i consigli pastorali. È un documento del «sì», dove anche i «no» – come quelli detti con chiarezza all’individualismo, alla libertà sfrenata, al narcisismo, all’ideologia del gender, e a tutte quelle impostazioni che connotano la cultura del relativismo (cf. Amoris laetitia, c. II) – vengono pronunciati per fare risaltare la bellezza e la purezza dell’amore, degli affetti, della sessualità, del matrimonio e della famiglia. Il papa riesce a parlare in positivo di questi argomenti, scardinando la diffusa convinzione che la Chiesa ne possa parlare solo in negativo, fissando unicamente dei divieti. Dentro a questa fondamentale bellezza – o letizia, per usare la parola francescana scelta dal papa – si collocano i riferimenti precisi e ampi alle ferite, ai limiti, ai peccati, agli abusi. Qui interviene la seconda componente di questa grande casa costruita dai sinodi: la componente geografica, già evidente nel fatto che papa Francesco cita molti contributi sull’amore, il matrimonio e la famiglia, provenienti dalle Chiese locali e dagli episcopati di diversi continenti. Chi si è concentrato unicamente sul problema della comunione ai divorziati risposati ha purtroppo dimenticato che i sinodi erano mondiali: e in molte zone del pianeta vengono prima tanti altri problemi, toccati da Amoris laetitia (cf. ancora il c. II), come la miseria materiale e morale che impedisce di formare delle famiglie stabili, la piaga dell’aborto, la pratica del cosiddetto «utero in affitto», lo sfruttamento dei bambini e delle donne, gli abusi sessuali e le violenze anche dentro le famiglie, la migrazione per motivi economici o politici che separa quasi sempre le famiglie, la presenza di persone disabili e inferme in casa, la disoccupazione che ostacola ogni progetto stabile e alimenta i vizi, la difficoltà di un’adeguata educazione dei figli e in alcuni luoghi l’impossibilità dell’istruzione: dentro a questo quadro mondiale si collocano anche – e ricevono il giusto posto – i problemi delle separazioni, dei divorzi, delle convivenze e dei matrimoni civili.


II. Una casa in costruzione

     La famiglia non è mai costruita una volta per tutte: è un cantiere aperto, che si chiama «formazione» e riguarda le parrocchie come la diocesi. Grazie a Dio, vi sono tanti cantieri aperti nella nostra Chiesa locale, che da molti anni ha posto al centro delle proprie attenzioni la pastorale familiare. Il Centro Famiglia di Nazaret (CFN) – che intendiamo rilanciare come servizio diocesano per la pastorale familiare – ne è il segno più evidente.
     È attivo il cantiere dell’educazione dei ragazzi e dei giovani alla vita affettiva, che passa attraverso la pastorale giovanile diocesana, parrocchiale e di associazioni e gruppi: un cantiere difficile, che registra però un crescente interesse da parte di genitori ed educatori, come s’evidenzia negli incontri sull’affettività svolti da parrocchie e diocesi. Viviamo un «tempo favorevole», perché esiste la percezione di una vera e propria «sfida educativa» che anche molti genitori non praticanti sono disposti a raccogliere: a partire dai genitori delle scuole cattoliche, i quali – pur mantenendo a volte visioni di vita diverse – sono pronti a interrogarsi su tutto ciò che riguarda il bene dei loro figli. Il nostro progetto pastorale intende quindi proseguire anche nella declinazione del tema decennale scelto dalla CEI, Educare alla vita buona del Vangelo. San Giovanni Paolo II e papa Francesco si sono domandati per quale motivo la preparazione di un sacerdote o di un religioso richiede almeno sei anni e la preparazione al matrimonio – vocazione certo non meno impegnativa – richieda solo pochi incontri. L’educazione alla castità, ossia a un’autentica affettività e sessualità, deve iniziare fin da ragazzi e non riguarda solo i consacrati, ma – in forme e modalità diverse – riguarda tutti i battezzati.

Educhiamo l’affettività degli adolescenti

È una proposta formativa di riflessione in stretta collaborazione tra l’Ufficio famiglia e il Servizio di pastorale giovanile, rivolta ai genitori in tre venerdì sera, e ai ragazzi nei tre sabati successivi, per favorire il dialogo e il confronto tra genitori e figli sul tema dell’educazione affettiva e sessuale.
Per informazioni: Ufficio Famiglia, via S. Eufemia 13, Modena. Tel. 059 2133845, fax 059 2133807, e-mail cdpfam@modena.chiesacattolica.it.
     È attivo il cantiere dei percorsi dei fidanzati, sia quello più lungo, strutturato in un biennio, sia quello più breve, in via di riforma per integrare meglio la parte teorica e la parte esperienziale. I percorsi per i fidanzati – oggi spesso conviventi da tempo e qualche volta già genitori – sono spesso per chi li frequenta delle occasioni per riscoprire un volto di Chiesa accogliente e qualche volta anche una fede viva e per chi li guida un’opportunità di offrire relazioni e di favorire l’inserimento nel tessuto vitale delle comunità. Sarebbe utile affidare una coppia tutor a ogni coppia di fidanzati.

Preparazione remota e prossima
al matrimonio

Sono previsti momenti vocazionali per innamorati per crescere nel loro cammino attraverso ritiri o incontri guidati da giovani coppie di sposi.
Per i fidanzati che vorranno approfondire e vivere in modo più allargato l’esperienza di Chiesa proponiamo due giorni di ritiro e la veglia di san Valentino, occasione, quest’ultima, per tutte le coppie che lo desiderano per pregare insieme al nostro arcivescovo.
In preparazione al sacramento del matrimonio vi è l’itinerario diocesano di fede per i fidanzati («Cammino lungo»), della durata di due anni, in cui sarà possibile approfondire meglio la propria vocazione di coppia, o in alternativa le serate di preparazione al matrimonio nelle parrocchie che dal prossimo anno saranno costituite da 12 incontri: 8 in alcune parrocchie dei diversi vicariati e 4 appuntamenti comunitari nelle proprie parrocchie.
Per informazioni: Ufficio Famiglia, via S. Eufemia 13, Modena. Tel. 059 2133845, fax 059 2133807, e-mail cdpfam@modena.chiesacattolica.it.
     È attivo il cantiere dell’accompagnamento spirituale degli sposi e delle famiglie. Un cantiere complesso, che comprende i gruppi-famiglie presenti nelle parrocchie e diverse proposte in centro diocesi e nelle varie zone. Nella nostra Chiesa locale sono presenti anche esperienze particolari, come Chemin neuf e le Équipes Notre Dame. Esiste, certo, il rischio che i gruppi-famiglie si chiudano in se stessi, curando più le relazioni interne che l’apertura all’esterno. Ma sono invece tanti i gruppi che intercettano anche le persone e le famiglie ferite per vari motivi, dai separati ai divorziati, dai conviventi alle famiglie d’origine straniera. In tutte queste situazioni occorre in primo luogo accogliere e ascoltare; dentro l’accoglienza può stare la proposta di un cammino. È necessario valorizzare le opportunità che ancora oggi le famiglie offrono, ad esempio chiedendo il battesimo per i loro bimbi: è importante che vi siano alcune persone nelle parrocchie – possibilmente coppie – che incontrano questi genitori, magari nelle case: spesso diventa l’occasione per aiutarli a riscoprire un volto accogliente e domestico di Chiesa. Si possono collegare queste esigenze d’apertura a una doppia «novità» – in realtà già sperimentata in alcune situazioni – che proponiamo in diocesi: i «gruppi del Vangelo nelle case» e il sostegno alle coppie che si rendono disponibili per fare da guida spirituale ad altre coppie.
Per mano nel deserto

Sono pomeriggi di ritiro per sposi per approfondire la fede e la vita di coppia. Gli incontri si tengono al CFN la seconda domenica del mese, dalle 16 alle 18.30 con l’introduzione di un sacerdote o diacono o religiosa e di una coppia di sposi, seguita da una lungo spazio di riflessione e silenzio, per poi concludere il pomeriggio con la preghiera comunitaria; durante il tempo di riflessione dei genitori alcuni animatori si occupano di far giocare i figli.

Ritiro sposi

È l’appuntamento annuale a Le Piane di Mocogno di due giorni di riflessione dal taglio biblico e spirituale, con momenti di adorazione e preghiera a misura di famiglia; per i figli è presente un’équipe di animatori.

Percorso spirituale per giovani sposi

È la proposta di una serie di incontri rivolti a sposi con meno di dieci anni di matrimonio, tesi a consolidare il cammino coniugale, favorendo un approccio sponsale alla lettura della parola di Dio e la condivisione tra coppie.

Venite in disparte

Tutti i venerdì da metà settembre a metà giugno presso la cappella del CFN alle ore 18 c’è l’adorazione eucaristica, conclusa alle ore 19 dalla recita dei Vespri, per gli sposi che vogliono ritagliarsi un momento di preghiera di coppia.
Per informazioni:  Ufficio famiglia, via S. Eufemia 13, Modena. Tel. 059 2133845, fax 059 2133807, e-mail cdpfam@modena.chiesacattolica.it.
    Il cantiere dei «gruppi del Vangelo nelle case» risponde all’esigenza di valorizzare la casa come luogo della «Chiesa domestica», ossia luogo di testimonianza e comunicazione della fede. La Chiesa cristiana nacque nelle case – nei primi tre secoli era vietato costruire luoghi di culto pubblici – e ancora oggi, dove le comunità sono piccole e/o perseguitate, la fede si trasmette nelle case. L’evangelizzazione domestica, attorno al Vangelo, favorisce la partecipazione anche di coloro che non s’accosterebbero alle strutture centrali e della parrocchia e rende evidente che la parrocchia non s’identifica con la canonica, ma con le persone che abitano il territorio. È il cantiere di una Chiesa missionaria, «in uscita».
    Gli animatori possono essere soprattutto – non esclusivamente – singoli e coppie che partecipano ai gruppi-famiglie e tutti coloro che hanno un ministero nella Chiesa: diaconi, accoliti, lettori, catechisti, laici di Azione cattolica e di altre aggregazioni: nei territori di missione questo tipo d’evangelizzazione è radicato e sperimentato e sta diffondendosi anche in Europa. Qualche volta, specialmente nelle realtà urbane ad alta densità abitativa, questo metodo favorisce la «pastorale di vicinato», riallacciando relazioni condominiali prima fredde o tiepide; alcune diocesi in Italia l’hanno scelto come metodo privilegiato d’evangelizzazione e catechesi degli adulti: in realtà spesso coinvolge anche i bambini e gli anziani, creando un ponte intergenerazionale molto fecondo.

Per avviare i gruppi del Vangelo nelle case

«Intorno al pozzo, molti discutono sull’acqua, pochi, chinati ne attingono».
Il progetto nasce dal desiderio del nostro vescovo di aprire nuove piste di evangelizzazione come «Chiesa in uscita», con speciale attenzione alla famiglia.
In questo anno pastorale dedicato alla famiglia, l’obiettivo è di portare il Vangelo nelle case. Attingendo all’esperienza e all’aiuto di tanti gruppi che da anni leggono la Bibbia, al bacino dei gruppi famiglie, ai diaconi e lettori istituiti e tanti altri doni presenti nel popolo di Dio, lo scopo è accogliere e generare alla fede nuovi figli e che le nostre case diventino sempre più «chiese domestiche».
Questo progetto d’evangelizzazione attraverso il recupero della dimensione familiare e domestica, richiede tempi e spazi particolari.

Prima fase: lancio dell’iniziativa
L’iniziativa annunciata già alla «Tre giorni» pastorale di giugno va proposta nelle comunità parrocchiali o movimenti prima o all’inizio del nuovo anno pastorale. Il lancio consiste nella sensibilizzazione in parrocchia e nei movimenti all’iniziativa diocesana di evangelizzazione nelle case e nell’individuazione e invito da parte del parroco e dei suoi collaboratori a quanti dovranno essere «Animatori dei gruppi del Vangelo» (AgV). S’identificheranno alcune parrocchie pilota.

Seconda fase: «Il cenacolo»
1.Nel cenacolo in ascolto
Si propone il mese di ottobre e di novembre come «fase del cenacolo» con la preparazione degli AgV. Si terrà a livello diocesano nelle varie zone: per la montagna Pavullo, per la bassa San Felice e per la città Santa Caterina. Le serate verteranno sui seguenti temi:
– «Vangelo nelle case: progetto di ascolto, progetto di Chiesa» (vescovo Erio).
– «Bibbia come parola di Dio» (don Claudio Arletti).
– «Bibbia e liturgia: il Vangelo del giorno del Signore» (don Roberto Montecchi).
– «Secondo Matteo: Vangelo della comunità, Vangelo della famiglia» (don Giacomo Violi).
– «Come condurre il gruppo del Vangelo nelle case» (don Giacomo Violi ed équipe Servizio apostolato biblico).
– Incontro-tipo al termine del percorso con il vescovo Erio.
2. Nel cenacolo in preghiera
– In Avvento due incontri di lettura orante del Vangelo nelle parrocchie con i parrocchiani e gli AgV.
– Il parroco e l’équipe apportano al metodo suggerito dalla diocesi il taglio più confacente alla propria comunità. Si cerchi di salvaguardare una certa unità di metodo.
– Se è opportuno il «gruppo unico» duri anche mesi per formarsi bene.
3. Verifica orante ed ecclesiale «del cenacolo»
Dopo l’Epifania si suggerisce una verifica, in preghiera, per verificare l’efficacia o meno della «fase del cenacolo», se si è riusciti a creare uno stile «parrocchiale/comunitario» condiviso e ripetibile, da riproporsi nelle famiglie.
Terza fase: «Dal cenacolo (comunità) alla Chiesa domestica» e «dalla Chiesa domestica al cenacolo»
1. In questa fase si comincia a portare il bagaglio d’esperienza nelle singole case di coloro che danno disponibilità. Nei primi incontri (2 o 3) un membro dell’équipe diocesana o parrocchiale affianchi l’AgV.
2. Un incontro con scadenza periodica (ad esempio uno ogni quattro) sia comunitario in chiesa: per sottolineare l’ecclesialità del progetto, la gioia del ritrovarsi insieme come comunità orante e per evitare i rischi di gruppismo, cenacolismo, derive personaliste, devozionali, politiche, dottrinali…
3. Piano piano i membri dell’équipe lascino gli AgV lavorare da soli.
Quali pagine del Vangelo?
Per i primi anni si consiglia la lettura orante del Vangelo della domenica.
Grandezza dei gruppi
Non devono essere più di 12-15 persone per favorire una comunione e condivisione reale e sincera.
Chi guida questi cenacoli?
AgV opportunamente formati. È importante che ogni gruppo sia condotto con serietà e competenza. Gli animatori devono essere persone di fede, di Chiesa, capaci di creare comunione, in armonia con la parrocchia dalla quale vengono e verso la quale portano: capaci di condurre con semplicità, senza tecnicismi, senza improvvisazioni. Per aiutare l’animatore e tutto il gruppo, il vescovo, con il Servizio apostolato biblico diocesano, provvederà a fornire un sussidio ad hoc e a suggerire testi e letture utili.
Tempi e temi
Si curi di rimanere fedeli ai tempi nelle singole parti della preghiera (in modo sapiente ma non ossessivo), per evitare derive di vario tipo, soprattutto personaliste, intimiste… S’accolgano i problemi esistenziali e si portino nella preghiera, senza però andare fuori strada: l’incontro è sul Vangelo!
Possibile struttura dell’incontro
di lettura orante del Vangelo nelle case
Rilettura silenziosa con riflessione personale («cosa mi dice il testo»)
Preghiera conclusiva finale con riferimento alla vita
e struttura solide


1.Accensione della lampada della preghiera e invocazione allo Spirito Santo
2. Lettura del Vangelo della domenica
3. Breve riflessione dell’AgV («cosa dice il testo»)
4. 
5. Condivisione guidata
6. Preghiera che nasce dal testo
7. 
Le parrocchie che desiderano approfondire o avviare questo progetto contattino don Giacomo Violi e/o don Claudio Arletti: giacomovioli@libero.it, dindonclaudio@tiscalinet.it
     Il cantiere delle coppie-guida di altre coppie non è così difficile da costruire come potrebbe sembrare. Non è pensabile e neppure necessario che siano solo i presbiteri ad assumere il compito di guide spirituali: anzi, all’origine della tradizione cristiana erano i laici – gli eremiti e i monaci erano quasi tutti laici – a guidare spiritualmente i fratelli di fede. Non sarebbe del resto neppure possibile per i presbiteri e i consacrati rispondere a tutte le richieste che arrivano, se viene offerta disponibilità. In certi casi, poi, la parola di una coppia è più efficace per un’altra coppia, rispetto a quella di un presbitero o di una persona consacrata, perché risulta filtrata dall’esperienza diretta. Non occorrono particolari qualifiche specialistiche per accompagnare altre coppie: basta il sostegno che può venire dalla diocesi – con un percorso apposito – unito ad alcune disposizioni e attitudini e a una grande capacità d’ascolto. Sarebbe bene far passare a poco a poco l’idea che l’accompagnamento «personalizzato» non è riservato alle coppie che manifestano gravi problemi, ma che esiste un accompagnamento «fisiologico», fatto di dialoghi sulle proprie vicende e di confronto sui problemi della vita quotidiana alla luce del Vangelo e della dottrina della Chiesa. In un gruppo di studio alla «Tre giorni» di giugno è emerso l’identikit di questa coppia guida: «È necessario formare persone che sappiano approcciarsi e sappiano dare all’occorrenza indicazione di specialisti a cui rivolgersi. La parrocchia può individuare una famiglia che sappia intervenire e sappia tenere i rapporti con discrezione, non con tecnicismi o competenze professionali ma con naturalezza e normalità». Non tanto dei professionisti, ma dei fratelli maggiori che possano accompagnare un cammino di crescita fisiologica e sappiano inviare ai professionisti coloro che vivono delle fasi patologiche. Siamo così condotti al capitolo seguente.

3. Una casa in restauro

     La casa a volte richiede dei restauri, anche profondi, specialmente se provata da terremoti e alluvioni. Vi sono delle situazioni che richiedono un’attenzione specifica e specializzata e spesso un’opera di ricostruzione.
     Il cantiere del restauro, nella nostra diocesi, è in piedi da anni per quanto riguarda l’accompagnamento delle famiglie toccate da lutti gravi, delle vedove e dei vedovi, dei separati, divorziati ed eventualmente risposati o conviventi.

Credo la vita eterna:
accompagnamento nel lutto

È un percorso di fede e di sostegno umano rivolto a chi soffre la morte di un figlio o di una persona cara, attraverso incontri, ritiri o altri momenti comunitari. Durante la messa che conclude gli incontri c’è la possibilità di pregare in modo privilegiato per i defunti, ricordando uno a uno quelli dei presenti.
La fraternità rende più lieve il cammino: per questo sono state istituite quattro cene all’anno, momenti amichevoli e informali in cui vivere una vicinanza e una condivisione che aiuta.
Sono attivi anche gruppi di ascolto, guidati da psicologi in collaborazione con il Centro di consulenza per le famiglie, per aiutare la condivisione e la metabolizzazione del lutto.
Esiste inoltre il Movimento di spiritualità vedovile.
Sulla misura del cuore del Signore

È un percorso diocesano per separati o divorziati che intendono fare un cammino di fede e sentirsi così parte della comunità cristiana, confrontarsi con la parola di Dio, pregare insieme, partecipare alle celebrazioni liturgiche e alla santa messa, scambiarsi esperienze, sostenersi, condividere momenti di ritiro, di riflessione o d’incontro più a carattere conviviale e fraterno come gite e visite artistiche e culturali.
Le persone singole e le coppie che vi partecipano provengono da diverse parrocchie della diocesi e si dimostrano desiderose di fare un cammino di forte spiritualità e di fede per essere poi testimoni e portatori di speranza anche nella proprie comunità parrocchiali.
Per informazioni: Ufficio famiglia, via S. Eufemia 13, Modena. Tel. 059 2133845, fax 059 2133807, e-mail cdpfam@modena.chiesacattolica.it.
     Attraverso Rétrouvaille è possibile anche affrontare le situazioni d’incomprensione, litigio e fratture che sono sull’orlo della separazione o l’hanno appena decisa e attuata. Esiste anche un’esperienza d’accompagnamento dei singles e si può mettere meglio a fuoco l’idea di un accompagnamento delle persone separate che intendono rimanere fedeli al loro primo matrimonio e che vanno sostenute e incoraggiate nel loro proposito di fedeltà. In un gruppo di studio alla «Tre giorni» di giugno è stata chiesta una maggiore attenzione verso le famiglie con figli disabili. Due altre situazioni sono più difficili da affrontare, e come diocesi ci impegniamo in questo anno a studiare delle proposte, sulla base di esperienze positive in atto presso altre diocesi: l’accompagnamento delle persone omosessuali e dei padri divorziati con figli a carico. Molte persone che vivono queste ferite tendono comprensibilmente a chiudersi in loro stesse e difficilmente rispondono a qualche «convocazione» in parrocchia o in diocesi. La strada principale di questo cantiere non è la convocazione, ma la relazione diretta: «andarli a trovare», come è stato detto in un gruppo di studio, in modo che un eventuale invito parta dall’ascolto e dall’accoglienza.
     Un cantiere di restauro bene avviato in diocesi è quello del Consultorio, formato da diversi psicologi, una pedagogista e un assistente ecclesiastico, la cui attività consiste nell’accompagnare e curare le persone, le coppie e le famiglie provate negli affetti. Il Consultorio ha poi un’attività di formazione, nelle scuole e dovunque venga richiesto, che si può configurare come prevenzione. Svolge quindi la doppia funzione, preventiva e curativa, che manifesta un’attenzione integrale della comunità cristiana verso i propri componenti.
Il Centro di consulenza per la famiglia

Il Centro è articolato su due settori: la consulenza e la formazione.
La consulenza offre uno spazio gratuito di alcuni incontri in cui, attraverso l’aiuto di professionisti, poter riflettere e fare chiarezza in un momento di difficoltà (etica, psicologica, educativa, sociale, medica), di cambiamento o di crescita che s’incontrano nell’arco della vita del singolo, della coppia, di genitori, di adolescenti e di bambini.
Una delle particolarità del centro sta nella presenza di un’équipe composta da più figure professionali che mettono in gioco le proprie conoscenze per una maggiore comprensione della problematica, sia essa inerente al singolo, alla coppia o alla famiglia. Al suo interno operano psicologi, pedagogisti, consulenti morali, medici (psichiatra, ginecologo, ostetrica, pediatra), avvocati, istruttrici di metodi naturali e assistenti sociali i cui differenti punti di vista portano a una visione completa e complementare della situazione presentata.
La formazione opera sul binario della prevenzione ed è rivolta ad adolescenti, giovani, mondo della scuola, fidanzati, sposi, genitori, anziani, comunità parrocchiali, ecc., per un aiuto a prevenire difficoltà e problemi propri e della vita familiare arrivando a una maggiore consapevolezza delle proprie scelte e decisioni.
Per informazioni: Centro di consulenza per la famiglia, presso il CFN, via Formigina 319, Modena. Tel. 059 355386.
     Un cantiere di restauro – forse potremmo dire proprio di ricostruzione – che Amoris laetitia ci chiede d’aprire, senza darci soluzioni prestabilite, riguarda le coppie che, sulla base del fallimento del loro precedente matrimonio sacramentale, chiedono da conviventi o sposati civilmente di poter accedere alla comunione eucaristica. È bene richiamare in merito alcuni passi che si possono compiere e che Amoris laetitia non ha reso affatto superati, ma ha poi integrato.
     Già il Direttorio CEI di pastorale familiare del 1993, sulla scia del n. 84 dell’esortazione Familiaris consortio di Giovanni Paolo II (1981), invita gli operatori pastorali a un «ponderato discernimento» delle diverse situazioni che hanno portato a contrarre un nuovo matrimonio. E prima di esprimersi a proposito dell’ammissibilità ai sacramenti, i vescovi italiani propongono altre considerazioni, che evidentemente ritengono più importanti dal punto di vista pastorale: i divorziati risposati o conviventi sono e rimangono cristiani e membri del popolo di Dio e come tali non sono esclusi dalla comunione con la Chiesa, anche se non si trovano nella pienezza della stessa comunione ecclesiale. È un elemento importante, che spesso non viene tenuto in conto: i divorziati risposati o conviventi non sono scomunicati: pur non potendo partecipare alla comunione eucaristica, sono incorporati alla Chiesa. Le indicazioni del Direttorio CEI per questa situazione sono le seguenti: la comunità cristiana li tratti con amore di madre, preghi per loro, li incoraggi e li sostenga, senza giudicarli (n. 215) e li inviti caldamente a prendere parte attiva alla sua vita (n. 217).
     Papa Benedetto XVI, nell’esortazione Sacramentum caritatis (2007), è entrato nel dettaglio: «I divorziati risposati, nonostante la loro situazione, continuano ad appartenere alla Chiesa, che li segue con speciale attenzione, nel desiderio che coltivino, per quanto possibile, uno stile cristiano di vita attraverso la partecipazione alla santa messa, pur senza ricevere la comunione, l’ascolto della parola di Dio, l’adorazione eucaristica, la preghiera, la partecipazione alla vita comunitaria, il dialogo confidente con un sacerdote o un maestro di vita spirituale, la dedizione alla carità vissuta, le opere di penitenza, l’impegno educativo verso i figli» (n. 29; EV 24/136-138).
     I divorziati risposati civilmente o comunque i conviventi non potevano dunque essere assolti e partecipare alla comunione eucaristica; e nemmeno svolgere nella comunità ecclesiale quei servizi che esigono una piena testimonianza cristiana, come i ministeri legati alla trasmissione della fede (lettori, catechisti, padrini e madrine di battesimo e di cresima…) e all’amministrazione dell’eucaristia (ministri della comunione…). Solo nel caso in cui «la loro situazione non presenti una concreta reversibilità per l’età avanzata o la malattia di uno o di ambedue, la presenza di figli bisognosi d’aiuto e d’educazione o altri motivi analoghi, la Chiesa li ammette all’assoluzione sacramentale e alla comunione eucaristica se, sinceramente pentiti, s’impegnano a interrompere la loro reciproca vita sessuale e a trasformare il loro vincolo in amicizia, stima e aiuto vicendevoli. In questo caso possono ricevere l’assoluzione sacramentale e accostarsi alla comunione eucaristica in una chiesa dove non siano conosciuti, per evitare lo scandalo» (Direttorio CEI, n. 220).
     Insieme a queste considerazioni, già da molto tempo la Chiesa consiglia la verifica canonica circa l’effettiva esistenza del vincolo. In certi casi infatti esiste il legittimo sospetto che il matrimonio sia nullo e che, anzi, il motivo di nullità possa avere influito sul fallimento della relazione. Conviene tenere presente, in via preliminare, che non è esatto parlare di «annullamento del matrimonio», come si fa comunemente. Un matrimonio sacramentale valido non può essere annullato: o esiste, e permane; o non esiste, e viene «dichiarato» nullo. La dizione giusta infatti è: «riconoscimento della nullità del matrimonio». Il processo canonico dunque viene istituito per stabilire se il matrimonio sacramentale, fin dall’inizio, esiste oppure no. Non ha niente a che vedere con una specie di «divorzio ecclesiastico», altra espressione entrata purtroppo nell’uso comune.
     I principali capi di nullità che vengono preventivamente valutati da un avvocato ecclesiastico e poi – se il processo inizia – vengono vagliati dai giudici sono: l’esclusione della prole; la mancata comprensione e accettazione degli elementi essenziali del matrimonio (unità, indissolubilità); l’esistenza di condizionamenti tali che abbiano compromesso la libertà nel prestare il consenso; l’incapacità psichica a contrarre il vincolo matrimoniale in genere o quel vincolo matrimoniale specifico; l’errore circa l’identità della persona dell’altro; la frode e il sotterfugio; e alcuni elementi riguardanti la forma e la celebrazione. Naturalmente questi possibili capi di nullità devono essere provati, con testimonianze personali e di altri: come per ogni altro processo, anche in questo caso i giudici devono valutare la credibilità di queste prove e quindi vi sono ovviamente margini di errore. È comunque impossibile negare che possano darsi situazioni nelle quali, per la mancanza di elementi essenziali del matrimonio, il vincolo in realtà non esiste.
     La recente riforma di papa Francesco nel decreto Mitis iudex Dominus Iesus (2015), oltre a favorire dei processi ordinari più snelli (senza l’obbligo della doppia sentenza conforme) e comunque gratuiti, introduce il processo brevior. L’opportunità più promettente di questa nuova forma non riguarda tanto l’innovazione canonica, che tutto sommato è scarsa quanto al diritto sostanziale – ad esempio papa Francesco non introduce nuovi motivi di nullità – ma riguarda la sua auspicabile integrazione con la pastorale familiare e l’attività del consultorio: qualora venga intrapresa questa strada, dovrebbe diventare per la coppia un’occasione di accostamento ai percorsi che la diocesi mette a disposizione.
L’accompagnamento delle persone separate
nella verifica dell’eventuale nullità
del loro matrimonio

Quando gli sposi sperimentano problemi nelle loro relazioni, devono poter contare su di un aiuto esterno, anche professionalmente qualificato, e sull’accompagnamento di persone esperte.
Per i fedeli che hanno vissuto un’esperienza matrimoniale infelice, terminata con un’irreparabile rottura, la verifica dell’invalidità del matrimonio rappresenta una via che può essere percorsa.
Anche la nostra diocesi offre un servizio dedicato a coloro il cui matrimonio si è infranto.
A Modena rimane e continua a funzionare il Tribunale ecclesiastico regionale emiliano, ora nella veste di Tribunale interdiocesano, per i fedeli delle diocesi che vanno da Modena a Piacenza.
La riforma voluta da papa Francesco ha introdotto una semplificazione delle procedure per l’eventuale dichiarazione di nullità matrimoniale, assicurando un accesso più facile a tale strumento di giustizia.
Scopo dichiarato della riforma non è moltiplicare le nullità dei matrimoni, bensì moltiplicare e diffondere maggiormente la possibilità del loro accertamento giudiziale, rendendolo più accessibile.
L’accresciuta accessibilità passa anche attraverso una riconfermata attenzione, già presente, all’aspetto economico: infatti, la Chiesa italiana da almeno un ventennio dedica a tale scopo ingenti risorse, arrivando a garantire la completa gratuità delle cause di nullità a chi non può permettersi spese.
L’altra novità introdotta da papa Francesco è la maggiore celerità delle procedure per mezzo del cosiddetto processo più breve, applicabile in taluni casi e a determinate condizioni, accanto al processo ordinario tuttora vigente.
Anche per questa nuova forma di processo, che evidenzia la figura del vescovo nel ruolo di giudice, la nostra diocesi si sta organizzando e attrezzando, nella cornice di un più stretto e organico rapporto fra il Tribunale ecclesiastico e il Centro di consulenza per la famiglia.
Sarà quindi meglio strutturato, in tal senso, quel servizio d’informazione, di consiglio e di mediazione, legato alla pastorale familiare, che possa pure accogliere le persone in vista di un’indagine preliminare al processo di nullità matrimoniale.
Tutto il sistema riguardante l’accertamento della nullità dei matrimoni è teso a rispondere alla reale sofferenza dei fedeli, che di fronte al fallimento della loro unione hanno non solo bisogno di una risposta, ma anche il diritto a una risposta.
     Se viene stabilito che il precedente matrimonio è valido, rimane la possibilità di accettare una condizione di partecipazione alla vita ecclesiale che non s’esprima anche nella comunione eucaristica – e in questo caso è interamente valido quanto era stato stabilito in precedenza ed è stato sopra ricordato – oppure d’intraprendere un percorso che possa sfociare nel riaccostamento alla comunione eucaristica, pur permanendo la situazione di convivenza non sacramentale; possibilità, questa, che rappresenta una novità della Amoris laetitia, approvata con stretta maggioranza dai padri sinodali.
     Papa Francesco preferisce utilizzare anche in questa situazione la categoria di completo/incompleto, anziché quella di regolare/irregolare. La prima risponde all’idea del tempo, la seconda all’idea dello spazio. Nella sua prima esortazione post-sinodale, Evangelii gaudium (2013), papa Francesco aveva espresso la convinzione che «il tempo è superiore allo spazio» (cf. nn. 222-225), deducendone che «dare priorità al tempo significa occuparsi di iniziare processi più che di possedere spazi» (n. 223; EV 29/2329). Con l’eco in Amoris laetitia, n. 202: «Si tratta di generare processi più che di dominare spazi» (Regno-doc. 5,2016,171). Papa Francesco vuole aiutarci a capire che anche le situazioni incomplete possono camminare verso una completezza, perché nessuno deve essere escluso per sempre finché cammina su questa terra. Il papa non ci offre un manuale, ci indica una meta e il compito di «accompagnare, discernere e integrare».
     Data la grande varietà delle situazioni, anche in riferimento alla diversità delle culture e delle tradizioni, il papa ha lasciato ai singoli vescovi – cioè alle singole Chiese – il compito di stabilire degli itinerari, fornendo alcuni criteri per il discernimento. Questa decisione è certamente scomoda, perché istintivamente avremmo preferito una risposta netta dal papa: sì o no. Ma una risposta simile sarebbe stata nella logica dello spazio e non del tempo: avrebbe cioè semmai spostato l’asticella verso un’ulteriore possibilità oppure l’avrebbe mantenuta dov’è ora; in entrambi i casi, avrebbe risposto alla domanda immediata «si può o non si può?». Invece papa Francesco vuole metterci in cammino e non intende ricadere nella semplice casistica, nello schema spaziale in cui inevitabilmente si ritrovano insieme coloro che in nome della verità e della norma oggettiva dicono subito di «no» e coloro che, al contrario, in nome della carità e della comprensione soggettiva dicono subito di «sì». In entrambi i casi, la partita si risolve come su di una scacchiera: o bianco o nero. È decisivo, piuttosto, che le persone si mettano in cammino, che accettino la sfida del tempo, che non pretendano la facile soluzione immediata. Solo un percorso accompagnato può aiutare a discernere le singole esperienze e situazioni. Un percorso che non coinvolge solo le persone divorziate e conviventi e neppure solamente coloro che guideranno questi percorsi, ma anche, e forse ancora prima, le comunità cristiane chiamate ad accompagnare, discernere e integrare.
     Nella nostra diocesi esiste già da anni il percorso «Sulla misura del cuore del Signore», che fa da base e da esperienza collaudata anche di questo nuovo cammino, nel quale devono intrecciarsi almeno quattro dimensioni, che potranno anche costituire fasi successive o integrate di «conversione»: a) il rasserenamento da risentimenti e accuse: ci si potrà avvalere del consultorio e, tenendo conto delle situazioni, si dovrà cercare di raggiungere le due grandi esigenze evangeliche dell’amore, valide anche nella coppia e nella famiglia: la correzione fraterna e il perdono (cf. Mt 18); b) un cammino di gruppo, che rappresenta già di per sé un aiuto reciproco, vista la possibilità di comunicare ad altri storie, emozioni e riflessioni diverse: incontri periodici di gruppo scandiranno quindi un percorso che potrà durare qualche anno; c) il servizio in una comunità cristiana (parrocchia, diocesi, ente religioso…), che può favorire una riscoperta delle relazioni e deve aiutare le coppie a recuperare, dove fosse perduta o indebolita, l’appartenenza concreta alla Chiesa; d) il percorso va accompagnato da una persona o una coppia che faccia da «tutor» e aiuti gradualmente chi è in cammino a mettersi di fronte alla propria coscienza, perché sia lei stessa a rendersi conto della propria maturazione. Qui la coscienza non è sinonimo di benessere interiore o propensione sentimentale – come talvolta oggi viene intesa – ma di nucleo intimo della persona che, alla luce dello Spirito e con l’aiuto della comunità, si mette in ascolto della parola di Dio per decidere.
     La durata di questi percorsi di conversione non è prestabilita e l’esito non è scontato: dipendono, appunto, dalle singole condizioni. Questo cammino è un servizio proposto dalla diocesi: i parroci e gli operatori pastorali possono indirizzare i singoli e le coppie al centro diocesano sia per la verifica della nullità sia per l’eventuale inizio del percorso di riammissione alla comunione eucaristica.
     La sfida pastorale fondamentale risiede dunque nel creare delle prassi comunitarie che accolgano di fatto livelli diversi di appartenenza ecclesiale. Se la Chiesa è famiglia, ogni comunità deve diventare capace di far sentire ciascuno a casa propria, anche quando non è in grado di prendere parte alla mensa. Il paragone, che non vuole minimamente suonare offensivo, è con la persona che deve stare a dieta per malattia: a nessuno in casa verrebbe in mente di pensare che non fa più parte della famiglia perché non può condividere «tutto». Infatti il magistero – come s’è visto – ribadisce che anche chi non è – temporaneamente o stabilmente – nella condizione di ricevere l’eucaristia rimane membro della Chiesa ed è invitato a prendere parte a tutti gli altri gesti.
     In fondo la situazione di oggi presenta aspetti simili a quella che si era creata nel V-VI secolo d.C., quando il sacramento della penitenza si poteva ricevere una sola volta nella vita e molti non potevano ricevere l’eucaristia: o perché ancora catecumeni e quindi non ancora battezzati, o perché avevano compiuto grossi peccati dopo il battesimo, o perché erano in cammino penitenziale verso l’assoluzione sacramentale, o infine perché, avendo già ricevuto l’unica possibile assoluzione, erano caduti di nuovo in un peccato grave. La comunità considerava queste persone «fratelli», pregava per loro e li accompagnava in un percorso al proprio interno. In quella situazione di stallo la Chiesa, attraverso l’introduzione graduale della penitenza ripetibile, decise d’adattare meglio la disciplina penitenziale alla mutata situazione pastorale. Una comunità che, come vera famiglia, si faccia carico anche della diversità dei cammini, anziché cadere nel duplice contrapposto rischio del relativismo e della condanna delle persone, fa risaltare meglio la caratteristica di fondo del Padre di famiglia: la misericordia.
Servizio pastorale Amoris laetitia

A chi è rivolto: a persone separate, divorziate e risposate, «segnate dall’amore ferito e smarrito» (n. 291; Regno-doc. 5,2016,190).
Finalità: «Aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”» (n. 297; Regno-doc. 5,2016,192).
Obiettivo: attivare un itinerario d’accompagnamento, di discernimento e d’integrazione «che orienti questi fedeli alla presa di coscienza della loro situazione davanti a Dio» (n. 300; Regno-doc. 5,2016,193); «per aiutarli a vivere meglio e a riconoscere il loro posto nella Chiesa» (n. 312; Regno-doc. 5,2016,196-197).
Come: attraverso la proposta di un graduale percorso pastorale-spirituale con il sostegno e l’aiuto di un’équipe incaricata dal vescovo;
1. dal primo contatto all’accoglienza;
2. l’accompagnamento comunitario e il discernimento personalizzato;
3. l’integrazione nella comunità ecclesiale.
Coordinamento del servizio «Amoris laetitia»: coniugi Raffaella e Gabriele Benatti, cell. 333 2299043, presso Centro Famiglia di Nazaret, via Formigina, 319, Modena, tel. 059 340799.

IV. Una casa dalle fondamenta

     La dimora di cui parliamo forse non mostra di sé alcuni angoli e piani che passano inosservati, che diamo per scontati, ma che ne rappresentano le fondamenta e la struttura di fondo. Noi siamo infatti tentati d’occuparci della casa solo quando dobbiamo costruirla e restaurarla. È normale, ma in questo modo rischiamo di non apprezzarla pienamente.
     Parliamo della vita liturgica e spirituale di coloro che quotidianamente e silenziosamente vivono l’appartenenza alla comunità cristiana, testimoniando e offrendo la loro vita semplice e a volte dimenticata: sono i nostri anziani nelle parrocchie, che mettono il calcestruzzo dei loro servizi di volontariato, della loro preghiera, della loro presenza nelle case e nella comunità; sono gli ammalati, le persone sottoposte a prove difficili, chi sta lottando contro un male pesante o una situazione di vita drammatica, che mettono le loro mattonelle forate per consolidare pareti e pavimenti della casa. Sono i poveri, gli emarginati, i profughi, i disperati che domandano a noi di saper scendere nelle cantine lasciate ammuffire dalla nostra indifferenza, ma dove conservano spesso, in condizioni malsane, l’olio della consolazione per tutta la Chiesa e il vino della gioia. La sofferenza offerta, l’amore quotidiano speso nelle relazioni domestiche, il sacrificio della cura reciproca, la fatica e le speranze d’ogni giorno: sono le fondamenta invisibili di questa casa che è la famiglia; fondamenta senza le quali crollerebbe, perché sarebbe costruita sulla sabbia e non sulla roccia (cf. Mt 7,24-29).
     Ancora più in profondità, la casa è sostenuta dalle fondamenta invisibili della comunione dei santi, dei martiri, dei beati che partecipano attivamente al suo mantenimento, anzi mostrano un consolidamento oramai avvenuto, cantando la lode all’Agnello (cf. Ap 15,1-4). Non possiamo dimenticare che tutto l’edificio, dalle sue parti solide, alle parti in restauro, alle parti nuove, si regge su un fondamento comunitario alimentato dalla vita spirituale e dai sacramenti amministrati dalla Chiesa, che attingono dalla grazia del Signore. È la vita sacramentale della Chiesa che illumina tutti i piani della casa, che ci spinge ad aprire la casa a tutti coloro che passano, che ci permette di gustare in anticipo la bellezza della casa compiuta, la Gerusalemme celeste.
     Tutto questo potrebbe sembrare pura poesia, se lo confrontiamo con una realtà di cantiere spesso povera: case scrostate, mura diroccate, piani sconnessi. Le famiglie, come già accennato, sono oggi spesso un crocevia di problemi e di povertà. Ma come cristiani, e prima ancora come cittadini e uomini, non possiamo accodarci alla litania delle lamentazioni sterili, che servono solo ad accrescere il senso generale di sfiducia e di malumore. Dobbiamo guardare, parlare, se necessario denunciare, ma poi agire. L’azione fondamentale – proprio nel senso di azione alle «fondamenta» – è l’offerta di noi stessi per la costruzione della casa. Tanti parlano e criticano, ma pochi si offrono. E non si tratta di offrire solamente gli scampoli della propria vita, ma d’impegnare dall’inizio alla fine energie, tempo e risorse.
     I sacramenti nella Chiesa, innervati dalla parola di Dio, servono a sostenere l’offerta di sé. La Chiesa non è una semplice organizzazione benefica, un ente morale filantropico, ma è e deve essere la casa della carità, il luogo dove ci s’allena al dono di sé e lo si sperimenta. Nessuno, però, può estrarre da se stesso la capacità di donarsi, d’amare senza riserve: è una capacità che non viene da dentro, non viene dagli altri, viene solo dal Signore. E lui ha voluto donarcela attraverso la parola e i sacramenti. Non è questo il luogo per proporre una catechesi sui sacramenti. Vorrei però richiamare almeno, continuando a utilizzare la metafora della casa, la profonda connessione che esiste tra il matrimonio – base della famiglia – e l’eucaristia, sacramento nel quale si concentrano tutti i significati dell’amore.
     Non richiamo neppure per sommi capi gli aspetti dottrinali del rapporto tra i due sacramenti, trattati con chiarezza e profondità da Benedetto XVI nell’esortazione Sacramentum caritatis, nn. 27-29, a cui rimando. Mi limito a ricordare alcune connessioni pratiche a partire dalla liturgia eucaristica. Come ho già ricordato, nei primi tre secoli l’eucaristia – come anche il battesimo – veniva celebrata nelle case, perché solo dal IV secolo in avanti nacquero le comunità territoriali, poi dette «parrocchie», con chiese, strutture e centri pastorali. L’esperienza dei primi secoli si è dimostrata provvidenziale, segnando già dalle comunità apostoliche la vita delle comunità cristiane in maniera profonda. Le comunità cristiane «vivevano» nelle case, dove celebravano, ascoltavano la Parola e l’annunciavano, sperimentavano la fraternità e l’aiuto ai poveri, accoglievano i missionari itineranti e così via. È un’esperienza che ha segnato anche la forma della celebrazione eucaristica, intrecciandola proprio alla dimensione della «casa»: basti pensare che il pane e il vino – elementi di per se stessi domestici – venivano consacrati normalmente non su un altare ma su una mensa, su una tavola nella quale prima o dopo si consumavano i pasti. E il luogo della celebrazione era una delle sale di casa. Gli stessi ministri assunsero ben presto dei ruoli domestici: il vescovo venne assimilato al padre di famiglia, i presbiteri ai fratelli più maturi e i diaconi ai servi di casa. E le donne, che nella cultura antica erano le «signore» della  casa – mentre agli uomini era riservato lo spazio pubblico – svolgevano un ruolo di accoglienza.
     L’ambientazione della casa – direi di più, l’esperienza della casa – si rifletté anche, con ogni probabilità, sulla struttura della celebrazione, che richiama i luoghi della casa. Ricordare questo intreccio non è solo una rievocazione delle origini, ma anche un recupero del significato dei due sacramenti e del loro rapporto intimo. La struttura della casa, dunque, è di solito piuttosto semplice, piccola o grande che sia: un atrio, una cucina con annessa sala da pranzo, una o più camere da letto e, quando è possibile, un salotto, che a volte coincide con la sala da pranzo o la cucina.
     L’atrio o ingresso è il luogo attraverso il quale, passando per la porta di casa che dà sull’esterno, si entra e si esce. L’atrio si attraversa per andare a scuola o al lavoro, per recarsi a fare la spesa o per andare dagli amici, per raggiungere la parrocchia o per accedere ai vari servizi; e si attraversa di nuovo per rientrare, andare a pranzo o cena, ritirarsi nelle camere da letto e riposare. L’atrio è il segno della comunicazione con il mondo e con la comunità, è segno dell’incontro con persone che stanno al di fuori e segno del rientro nella propria intimità.
     La saletta è il luogo dell’ascolto e della distensione; risponde al desiderio di vivere dei momenti di gratuità e di dialogo, di gioco e di relax; se dotata di televisione o computer, è anche il luogo dell’informazione e del confronto; se ci sono bambini e nonni in casa, è l’occasione per uno scambio tra le generazioni.
     La cucina e la saletta da pranzo, che a volte coincidono, sono il luogo della preparazione e consumazione del pasto, che definisce la famiglia al punto da essere un tempo chiamata anche «focolare domestico»; la famiglia è quella che si raduna insieme – oggi purtroppo non sempre, per i ritmi scolastici e lavorativi – e condivide la mensa.
     La camera da letto, che è più di una se oltre ai coniugi sono presenti figli, nonni o altri familiari, è il luogo del riposo e del silenzio, dell’espressione coniugale degli affetti e della sessualità. Diversamente dalle case religiose, in quelle domestiche non c’è una cappellina, un luogo dedicato unicamente alla preghiera, perché la vocazione dei laici sposati mette l’accento sull’incisività del Vangelo in tutte le dimensioni dell’esistenza quotidiana: lavoro, affetti, impegno sociale e politico. In un certo senso ogni stanza della casa deve essere un luogo in cui si fondono preghiera e vita. Anche per il fatto che per secoli la celebrazione eucaristica si è svolta nella casa, ne riecheggia la struttura. I riti d’ingresso e di conclusione sono l’atrio attraverso il quale si entra nella liturgia provenendo dalla strada e si ritorna nel mondo uscendo dalla celebrazione. Chi entra in chiesa per la messa, dopo il richiamo alla comunità radunata «nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo», è invitato a rientrare in se stesso attraverso l’esame di coscienza e la confessione dei propri peccati o atto penitenziale. È un rientro nella casa del proprio cuore. E quando esce, si sente invitato ad annunciare a tutti l’amore che ha sperimentato nell’eucaristia: si rimette in cammino per le strade rinnovato dal corpo di Cristo, rifornito della grazia di donarsi.
     La liturgia della Parola è il luogo dell’ascolto e del dialogo con il Signore, come la saletta nella quale si «perde tempo» – rispetto ai canoni efficientisti nei quali siamo immersi – per accogliere nuovamente il messaggio di Dio attraverso le Scritture, per renderle «tradizione» viva, per rispondere con la preghiera; un tempo nel quale «l’anziano», il ministro ordinato, narra e attualizza l’amore di Dio verso ciascuno e verso la comunità.
     La Liturgia eucaristica, nella quale prima s’accoglie il dono del pane e del vino, «frutto della terra e del lavoro dell’uomo» (offertorio) e poi s’invoca lo Spirito perché diventino un frutto ben più maturo, l’offerta del sacrificio di Cristo (consacrazione), richiama la cucina e la mensa; tutti i presenti, in forza del loro sacerdozio battesimale che li abilita al sacrificio spirituale (cf. 1Pt 2,5.9 e Rm 12,1-2), danno il proprio contributo alla preparazione del cibo: tutti infatti sono rappresentati in quel pane e in quel vino; ma è il Signore che lo confeziona e lo rende saporito. La comunione, che conclude la liturgia eucaristica, è il momento della fusione con il Signore, la realizzazione di un «unico corpo» con lui e tra di noi (cf. 1Cor 10,16-17), il culmine della nostra relazione con Cristo e con la Chiesa; dopo la comunione è necessario un silenzio che custodisce il mistero di questa unione e che, potendo, si prolunga in altri momenti con l’adorazione eucaristica. Il richiamo non è solo alla mensa, ma anche alla camera da letto dei coniugi, luogo della relazione affettiva e sessuale, segno della loro vocazione a diventare «una carne sola» (cf. Gen 2,24 e Mt 19,5) e luogo del silenzio che custodisce e rinforza l’attività.
     È la stessa tradizione cristiana a stabilire che la relazione coniugale non è semplice unione esteriore dei corpi ma, quando esprime un amore pieno e vero, diventa segno dell’unione del Signore con noi. Giovanni Paolo II, nelle menzionate catechesi su corpo, sessualità, amore e matrimonio, disegnò una vera e propria «teologia» in merito al linguaggio del corpo, che comprendeva anche la sessualità. Purtroppo, allo stesso modo con cui spesso viene banalizzata la comunione eucaristica, il diventare «un corpo solo» con Cristo e tra di noi, viene banalizzata la sessualità, il diventare «una carne sola» tra l’uomo e la donna.
     Alcuni si pongono allora la questione su come sia possibile riammettere alla comunione persone che, avendo un matrimonio sacramentale valido, hanno costruito una famiglia nuova basata su un vincolo non sacramentale. È una domanda legittima, come abbiamo già visto prima, affrontata dagli ultimi sinodi e da Amoris laetitia. Per impostarla bene, occorre avvertire prima di tutto che mai nessuno, né i sinodi né papa Francesco, ha messo in discussione l’indissolubilità del matrimonio: che, anzi, è stata continuamente riaffermata. Non potrebbe essere diversamente, visto che Gesù è stato chiaro: «L’uomo non separi quello che Dio ha congiunto» (Mc 10,9). Il matrimonio sacramentale nella Chiesa cattolica, se è valido, è indissolubile.
     La discussione dunque non è sull’indissolubilità del matrimonio, ma sulla possibilità che a determinate condizioni anche coloro che vivono in una situazione di oggettivo contrasto con il vincolo matrimoniale possano accedere alla comunione eucaristica. Papa Francesco, come abbiamo detto, non risolve la questione con un «sì» o con un «no», ma offre dei criteri per un cammino, che potrebbe anche sfociare nella riammissione eucaristica (cf. Amoris laetitia, n. 300). I coniugi devono entrare in un percorso nel quale emerga: come si sono comportati verso i loro figli quando l’unione coniugale è entrata in crisi; se ci sono stati tentativi di riconciliazione; come è la situazione del coniuge abbandonato; quali conseguenze ha la nuova relazione sul resto della famiglia e la comunità dei fedeli; quale esempio essa offre ai giovani che si devono preparare al matrimonio.
     Verificati questi elementi, in quel paziente cammino – che, ripetiamo, non si risolve con decisioni immediate, concessioni o eccezioni – papa Francesco prospetta la possibilità della riammissione alla comunione eucaristica, pur permanendo il contrasto oggettivo con il sacramento del matrimonio. Il papa ricorda, già in Evangelii gaudium, che «l’eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa» (n. 47; EV 29/2153). Dei due aspetti della comunione eucaristica – medicina nel cammino e segno della piena appartenenza alla Chiesa – papa Francesco ritiene che il primo sia stato troppo trascurato facendo emergere unicamente il secondo, e vuole rimettere i due aspetti in equilibrio.
     Esiste un altro caso, nella prassi della Chiesa, in cui è possibile fare la comunione eucaristica in una situazione di imperfetta comunione ecclesiale: nel rapporto con le Chiese ortodosse e con alcune Chiese e Comunità protestanti. In questo settore fu il concilio Vaticano II a superare la distinzione tra «vera e falsa» incorporazione alla Chiesa, per sostituirla con la distinzione tra «piena e imperfetta» incorporazione (cf. Lumen gentium, n. 14); un passaggio che ricorda da vicino quello tra regolare/irregolare e completo/incompleto adottato da papa Francesco per il matrimonio. Lo stesso Concilio, poi, in virtù di questo passaggio aprì la possibilità ai fedeli delle Chiese ortodosse di ricevere la comunione eucaristica cattolica (cf. Orientalium ecclesiarum, n. 27). E Giovanni Paolo II aprì la stessa possibilità, a determinate condizioni, anche per i fedeli non cattolici di altre Chiese o confessioni cristiane, ossia per i fedeli protestanti, affermando: «Se in nessun caso è legittima la concelebrazione in mancanza della piena comunione, non accade lo stesso rispetto all’amministrazione dell’eucaristia, in circostanze speciali, a singole persone appartenenti a Chiese o Comunità ecclesiali non in piena comunione con la Chiesa cattolica. In questo caso, infatti, l’obiettivo è di provvedere a un grave bisogno spirituale per l’eterna salvezza di singoli fedeli, non di realizzare un’intercomunione, impossibile fintanto che non siano appieno annodati i legami visibili della comunione ecclesiale» (Ecclesia de eucharistia, n. 45; EV 22/287-288). Ora, nel caso del rapporto con le Chiese ortodosse, da parte cattolica è permessa la comunione eucaristica perché riconosciamo una comune fede nel sacramento del corpo e sangue di Cristo, pur essendo ancora in cammino verso la piena comunione ecclesiale. Nel caso delle altre confessioni, invece, il motivo precisato da Giovanni Paolo II è l’«eterna salvezza di singoli fedeli», ossia un motivo di carattere soggettivo. Nel caso del matrimonio, la Chiesa può riconoscere che la nuova unione familiare, pur non essendo oggettivamente completa, incarna soggettivamente una serie di valori reali e riflette alcuni doni di grazia che il Signore non fa mancare a chi con umiltà si apre a lui e alla Chiesa, facendo il bene che gli è possibile in quella determinata situazione.
     È bene infine ricordare che anche la seconda dimensione dell’eucaristia – segno della piena appartenenza alla Chiesa – andrebbe meglio illustrata di fronte alla disinvoltura con la quale a volte si fa la comunione. Non mi riferisco solo alla trascuratezza, quella esteriore dei gesti e quella interiore del cuore, ma anche alla superficialità con la quale si sorvola l’aspetto ecclesiale: la comunione eucaristica, cioè, deve esprimere una comunione ecclesiale o almeno una vera tensione verso di essa. E allora, forse, una coppia che – pur non essendo in piena comunione sacramentale con la Chiesa – ha percorso un cammino serio di conversione, ha verificato che non è di fatto più possibile tornare indietro senza danni ancora più gravi, si è reinserita in una comunità cristiana, ha riscoperto con l’aiuto della parola di Dio e di una guida spirituale una fede più viva, non potrà avere raggiunto un grado di «comunione ecclesiale» che, pur non ancora pieno, le permetta di riaccostarsi alla mensa eucaristica?

V. Una casa aperta
alla comunità civile e religiosa

     Per quanto incompleti, questi spunti sarebbero gravemente mancanti se non ci riferissimo anche alla dimensione sociale del matrimonio e della famiglia. Il matrimonio, in effetti, rischia oggi d’essere completamente privatizzato – ce ne rendiamo conto anche dalle semplici richieste riguardanti il luogo e l’orario della celebrazione delle nozze – e la sua dimensione pubblica completamente disattesa. In realtà il consenso matrimoniale è già il riconoscimento che la relazione d’amore, che s’esprime e si rafforza nella relazione sessuale, non può essere lasciata a se stessa, ma va custodita per potere essere se stessa: se amore e sessualità vogliono essere davvero dono totale e fedele, devono accettare di sganciarsi dalla precarietà dei sentimenti e agganciarsi a una volontà espressa esteriormente: una volontà tale, cioè, da produrre effetti anche «storicamente» e «socialmente» riconosciuti.
     Che cosa aggiunge dunque l’espressione del consenso all’amore di coppia? Può mai un elemento giuridico-esteriore completare un elemento morale-interiore? Se l’amore venisse inteso solo come sentimento d’attrazione, certo non sarebbe compatibile con un impegno della volontà e non avrebbe necessariamente una dimensione sociale: nessuno può impegnarsi a mantenere a lungo o per sempre un sentimento, che di sua natura non dipende dalla sfera razionale e non può essere oggetto di patti; del resto né lo stato né la Chiesa potrebbero pretendere la rilevanza pubblica di un sentimento. Ma se l’amore viene inteso – conforme alle sue caratteristiche – anche come volontà di donazione, allora non solo può esprimersi in un impegno concreto, ma non sarà compiuto finché non lo farà.
     E se per l’amore genitoriale o quello tra amici basterà un impegno interiore, una costanza dettata dai fatti, per l’amore coniugale sarà necessaria anche quell’espressione esteriore della volontà di donarsi che si verifica nella celebrazione delle nozze: da una parte, infatti, l’amore tra uomo e donna richiede – se vuole essere conforme alla sua caratteristica intrinseca di totalità e fedeltà – di venire protetto da un «patto» e di non essere quindi lasciato alla spontanea iniziativa dei due; e dall’altra l’unione tra l’uomo e la donna crea dei vincoli «sociali» – tra di loro e poi con la nascita dei figli – che consigliano di non affidare la relazione alla pura e semplice volontà dei due. Entrambi questi elementi sono fortemente contrastati dalla mentalità corrente.
     Al primo punto, che si potrebbe concentrare nell’espressione «ti amo così tanto da sposarti» – ossia voglio a tal punto il tuo bene, che mi impegno a stare con te non sulla base inaffidabile dei sentimenti, ma su quella della volontà – oggi si tende a sostituire preferibilmente l’inverso: «ti amo così tanto che non ti sposo», cioè non c’è bisogno di alcun vincolo giuridico che «garantisca» il nostro affetto, tanto esso è sicuro. Siamo di nuovo in presenza della confusione tra amore e sentimento, con l’idea implicita che, una volta esaurito il sentimento, scompare l’amore; ma questo atteggiamento rischia di cadere nella sperimentazione dell’altro. Il vincolo matrimoniale, oltre a liberare l’amore dalla dipendenza dal sentimento, lo rende più capace d’affrontare le difficoltà: quando l’amore si è impegnato in un patto intenzionalmente indissolubile, è anche maggiormente disposto a fronteggiare gli inevitabili problemi che gli si presentano davanti: fatica nelle relazioni, sofferenze, incomprensioni, nuovi affetti per altre persone, grandi cambiamenti nelle condizioni di vita, malattie; in caso contrario, se non esiste alcun impegno, basteranno le prime difficoltà per dedurre che la sperimentazione è fallita.
     Il secondo punto – la dimensione sociale del vincolo – mette in evidenza che il matrimonio custodisce anche quelle caratteristiche della sessualità e dell’amore che hanno una valenza sociale: la «comunità di vita e d’amore», che comporta l’amore reciproco dei coniugi e l’apertura alla vita (cf. Gaudium et spes, n. 48). Il matrimonio naturale, così come è assunto nel sacramento, non è solo contratto, ma è anche contratto. Ed è un contratto che non viene stipulato solamente tra i due – per questo basterebbe un accordo privato – ma anche tra essi e la società civile ed ecclesiale. Come tale, esso fissa reciproci diritti-doveri che vanno a beneficio sia della società sia della coppia/famiglia:
     – la coppia/famiglia dona alla società l’impegno a svincolare sessualità e amore dalla logica della pura eventualità (visione sentimentale) e a immetterla in quella più impegnativa e costruttiva della stabilità, in modo che la società possa contare sulla coppia e la famiglia per una collaborazione costante a tutti i livelli che fanno sussistere e crescere la società: lavoro, ricambio generazionale, patrimonio, educazione, cultura. In tal modo l’unità, l’indissolubilità e la procreazione/educazione della prole ricevono un’ulteriore ragione di carattere sociale;
     – la società dona alla coppia/famiglia diritti proporzionati all’impegno assunto dalla coppia/famiglia di collaborazione stabile, agli stessi livelli: assistenza lavorativa, sanitaria, educativa, culturale; per cui anche la famiglia «cresce» facendo crescere la società. Non è positiva la tendenza, presente anche nella nostra cultura e in alcune leggi dello stato, a favorire piuttosto quelle convivenze che non si impegnano a donare alla società una collaborazione stabile. Lo stato è poi chiamato a incentivare le politiche familiari, mettendo sul piatto della bilancia iniziative più lungimiranti di sostegno economico a coloro che nel matrimonio s’impegnano a costruire legami stabili e ad accogliere i figli.
     Questa «casa», la famiglia, è quindi aperta alla comunità civile e cristiana: direi quasi che è costruita come un incrocio, con le porte spalancate sulle strade. Nella famiglia s’incrociano praticamente tutte le situazioni della vita: dall’evento della nascita a quello della morte, dai problemi della scuola a quelli del lavoro, dallo sport alla malattia, dai temi legati ai bambini a quelli riguardanti i giovani, gli adulti e gli anziani, dall’affettività alla vocazione, dalle decisioni quotidiane a quelle importanti e definitive. Di conseguenza, la nostra pastorale incrocia continuamente la famiglia, che ne rimane il perno. Così ad esempio la pastorale vocazionale, la pastorale liturgica, catechistica e scolastica, i settori dei ministeri, della comunicazione e della cultura, i servizi relativi all’ecumenismo, al dialogo interreligioso, alle migrazioni e alla missione, il centro per la pastorale sociale e del lavoro, la pastorale giovanile, la Caritas e gli altri enti d’assistenza, la pastorale della salute e la cura per i carcerati e i disagiati, i settori dello sport, del turismo e del tempo libero… sono tutti in qualche modo coinvolti nel tema della famiglia. Quest’anno pastorale dunque non interpella solo la pastorale familiare, il consultorio o il tribunale ecclesiastico, ma interpella davvero tutti gli ambiti della pastorale, perché la famiglia è la cellula della società e della Chiesa: è un vero e proprio incrocio.
* * *
     L’ultima delle sfide che vorrei ricordare, concludendo la presente Lettera, riguarda la nostra capacità di pensare alla famiglia, nella società e nella comunità cristiana, non come semplice destinataria di iniziative – con il rischio, a volte, di vivisezionarla, convocando a turno i bambini, i ragazzi, i giovani, le mogli, i mariti, gli anziani; pur essendo queste convocazioni indispensabili, occorre chiedersi come la famiglia possa essere protagonista della pastorale; dovrebbero aumentare e anzi divenire lo stile delle nostre proposte, a cominciare dalla messa per andare a tutte le altre iniziative, le occasioni nelle quali la famiglia si propone come tale nella sua interezza – e non «a fette» – e diventa davvero soggetto di celebrazione, annuncio e fraternità.
Invece di chiederci: «Che cosa dobbiamo fare per la famiglia?», o accanto a questa domanda, dovremmo chiederci: «Siamo una comunità a portata di famiglia?». Il discorso s’aprirebbe, a questo punto, verso l’identità e i compiti di una parrocchia, che dovrebbe essere plasmata sul modello della famiglia e non essere semplicemente un luogo in cui «anche» la famiglia trova qualche spazio. Ma questo discorso, se il Signore vorrà, costituirà il tema del prossimo anno pastorale, dedicato alla misericordia nelle nostre parrocchie.
     Per ora ci fermiamo qui, mettendoci in cammino verso il recupero della testimonianza della famiglia in quanto tale e quindi, anche su questo punto, raccogliamo umilmente l’invito di papa Francesco: «Camminiamo, famiglie, continuiamo a camminare!» (Amoris laetitia, n. 325; Regno-doc. 5,2016,200).

Nessun commento:

Posta un commento