domenica 8 gennaio 2017

Amoris laetitia: gli aperti, i nascosti, i malevoli

di Maria Elisabetta Gandolfi*

Quattro cardinali e la salus animarum

È «normale, anzi salutare, riscontrare delle difficoltà, che, nel caso della riforma, si potrebbero presentare in diverse tipologie di resistenze: le resistenze aperte, che nascono spesso dalla buona volontà e dal dialogo sincero; le resistenze nascoste, che nascono dai cuori impauriti o impietriti che si alimentano dalle parole vuote del “gattopardismo” spirituale di chi a parole si dice pronto al cambiamento, ma vuole che tutto resti come prima; esistono anche le resistenze malevole, che germogliano in menti distorte e si presentano quando il demonio ispira intenzioni cattive (spesso “in veste di agnelli”). Questo ultimo tipo di resistenza si nasconde dietro le parole giustificatrici e, in tanti casi, accusatorie, rifugiandosi nelle tradizioni, nelle apparenze, nelle formalità».


Il bilancio che a fine anno il papa ha stilato di fronte alla curia (cf. il commento di G. Brunelli in Regno-att. 22,2016, 641) comprendeva anche questo passo molto aspro che si riferiva in prima battuta ai contrari alla riforma nella Chiesa. È lecito pensare che, essendo il Sinodo e la sinodalità il cuore della prima riforma di Bergoglio, esso possa estendersi anche alla discussione che da mesi circonda l’esortazione apostolica postsinodale Amoris laetitia (resa nota l’8 aprile), e una certa cacofonia comunicativa che si è generata attorno al documento grazie anche alla libertà di parola che Francesco pratica e chiede di praticare nella comunità ecclesiale.

Si stanno così mescolando due elementi: la recezione del testo nelle Chiese locali e la ricca messe degli influencer professionisti o meno, con o senza incarichi ecclesiali, tutti occupati nel «conteggio» tra pro o contro le aperture dell’esortazione, e pro o contro il papa. Dibattito intra ed extra-ecclesiale diventa un’unica cosa, una volta che si esce del tutto dallo «spazio protetto» della discussione sinodale.

Proviamo a ripercorrerne la traiettoria principale. Avevamo pubblicato una prima panoramica già in Regno-att. 8,2016,248, individuando da subito le posizioni «senza se e senza ma» dei contrari all’ipotesi – semplifichiamo – di poter riammettere ai sacramenti i divorziati risposati (il lefebvriano B. Fellay, il canonista card. R. Burke e il laico «wojtyliano» R. Spaemann) e quelle dei favorevoli invece a un approccio potremmo dire «del discernimento caso per caso», maggioritario specialmente tra i vescovi diocesani ma non solo (cardd. G. Müller, D. Wuerl, R. Blásquez Pérez, R. Marx, G. Bassetti, V. Nichols e i monss. B. Forte, P.A. Durocher).

Seguendo il dibattito anche sul nostro blog, avevamo segnalato l’intervento di mons. F.G. Brambilla che su L’Osservatore romano (17.5) apriva una riflessione parafrasando una nota preghiera: «Dacci oggi il nostro amore quotidiano!»; e I criteri fondamentali per l’applicazione del c. VIII dell’Amoris laetitia, scritti dai vescovi argentini della Regione pastorale di Buenos Aires ai loro sacerdoti (tradotti e pubblicati in Regno-doc. 21,2016,676 e, in lingua originale qui).

Quest’ultimo è il testo che segna una cesura nel dibattito perché, avendo ricevuto una lettera di encomio da parte del papa, diventa un modello per l’interpretazione autentica della postsinodale e della volontà del pontefice. «Il testo è molto buono – scrive infatti Francesco – e mostra chiaramente il significato del c. VIII dell’Amoris laetitia. Non ci sono altre interpretazioni».

I dubia
Suona quindi un primo allarme per il fronte dei «contrari» a cui se ne aggiunge un secondo un paio di settimane dopo, quando viene pubblicato, con eccessiva enfasi, uno studio del Wijngaards Institute (Londra) che ritiene il ricorso alla contraccezione moralmente fondato, a cui risponde una contro-dichiarazione in difesa dell’insegnamento dell’Humanae vitae proveniente dagli USA.

I «contrari» decidono quindi di uscire in pubblico con un elenco di 5 argomentati dubia a firma di quattro cardinali (W. Brandmüller, R. Burke, C. Caffarra, J. Meisner) tutti ormai fuori da incarichi di governo, ma con una forte propensione a un uso disinvolto dei media, pur essendo Burke – il capofila del gruppo – un canonista e quindi buon conoscitore delle norme.

Facendo leva sul diritto di parola (oggi) e sulla preoccupazione per il popolo di Dio giudicato «confuso e smarrito» essi hanno consegnato il 19 settembre al pontefice la propria petizione. Tuttavia, poiché sono trascorsi due mesi e il papa «ha deciso di non rispondere. Abbiamo interpretato questa sua sovrana decisione come un invito a continuare la riflessione e la discussione, pacata e rispettosa. E pertanto informiamo della nostra iniziativa l’intero popolo di Dio, offrendo tutta la documentazione» il 14 novembre ai media di tutto il mondo. Insomma, si ricorre alla più ampia divulgazione pro salus animarum.

Ci si può domandare come mai siano così interessanti per i media generalisti non tanto le questioni morali in senso lato, ma lo specifico della disciplina ecclesiastica su di esse, come in questo caso, la riammissione ai sacramenti dei divorziati risposati che, numericamente parlando, rappresentano una fetta di pubblico molto esigua (cf. Regno-att. 22,2016, 646).

I 4 cardinali mostrano spregiudicatezza sul piano comunicativo, sapendo che molti media sono interessati a enfatizzare la loro posizione. La domanda è: a chi giova? Perché combattere una «battaglia» interna alla Chiesa, facendo pressione dall’esterno e sperando d’influenzare e portare a sé un’opinione pubblica ecclesiale ed ecclesiastica che comunque era stata ampiamente interpellata prima, dentro, fuori e dopo i due Sinodi del 2014 e del 2015? E perché minacciare anche una «pubblica correzione del pontefice»?

Lo schema comunicativo fa pensare che il percorso seguito risponda a logiche in primo luogo statunitensi: il fatto che il dibattito si sia inasprito all’indomani della vittoria del candidato Trump (9 novembre) non è una coincidenza (cf. Regno-att. 20,2016,593). E poiché la potenza comunicativa d’Oltreoceano e di lingua inglese costituisce una massa d’urto non trascurabile dai media in generale, essa detta l’ordine del giorno e ignora tutto ciò che non passa nel suo flusso.

Così ha avuto ampia risonanza, ad esempio, il dibattito tra l’arcivescovo di Philadelphia mons. J. Chaput – che ha pubblicato linee guida pastorali per la diocesi entrate in vigore il 1o luglio – e il cardinale (allora designato e poi creato il 19 novembre) Kevin Farrell, già vescovo di Dallas, prefetto del nuovo Dicastero per i laici, la famiglia e la vita, che gli ha rimproverato di aver forzato i tempi sulle normative diocesane e non aver atteso il dibattito dell’Assemblea plenaria dei vescovi in novembre, che doveva prendere in esame l’indagine condotta presso i vescovi e i responsabili delle organizzazioni cattoliche del paese sulla recezione della esortazione apostolica Amoris laetitia.[1]

Ancora cinquant’anni…
Al contrario, il recente ampio documento dell’XI Assemblea plenaria della Federation of Asian Bishops’ Conferences (FABC; cf. in Regno-att 22,2016,662) The catholic family in Asia: domestic Church of the poor on a mission of mercy che tenta una lettura in chiave asiatica – un tempo si sarebbe detto «inculturata» – è passato quasi del tutto inosservato, pur essendo espressione di un’assise che raduna da tutta l’Asia 19 conferenze episcopali e 8 rappresentanze (per i paesi in cui la Chiesa ha una presenza minore).

Altro esempio: la diocesi di Portland (Oregon) è certamente importante e va ricordato che mons. A.K. Sample, nella sua lettera del 7 ottobre pubblicata in inglese e spagnolo, ribadisce un chiaro «no» alle modifiche della disciplina ecclesiastica, citando a piene mani l’enciclica Veritatis splendor di Giovanni Paolo II; ma non vanno sottaciute – senza pretesa di esaustività – le pastorali o gli interventi argomentati degli italiani A. Vallini (ausiliare di Roma), E. Castellucci (Modena; cf. Regno-doc. 17,2016,527), P. Lagnese (Ischia) o dei vescovi del Piemonte orientale (Mana, Catella, Brambilla e Arnolfo) che hanno istituito un Centro interdiocesano di accompagnamento per i fedeli separati; del francese D. Lebrun, vescovo di Rouen; dell’irlandese D. Martin (Dublino); dei tedeschi S. Burger (Freiburg) e K.-H. Wiesemann (Speyer); o, di nuovo, dello staunitense R. McElroy, vescovo di San Diego che, dopo la pubblicazione di una pastorale ad hoc, ha convocato un sinodo diocesano conclusosi il 29 e 30 ottobre scorsi.[2]

Sottinteso a tutto questo vi è l’indomita anima intransigente (cf. anche Regno-att. 22,2016,643), decisa a dare battaglia contro un corso del pontificato giudicato troppo «moderno», ma che per far questo ricorre al mezzo moderno per eccellenza: i media mainstream, come dimostrano i testi dell’editorialista del New York Times (cf. in particolare il 19.12.2016), Ross Douthat, il brillante retore che difende le ragioni del gruppo tradizionalista.

I 4 cardinali – scrive – puntano ad Amoris laetitia come argine per difendere un generale confine di «civiltà» che comprende l’idea che le opzioni liberal della normativa sui sacramenti possano poi applicarsi a «coppie dello stesso sesso, poligamisti e conviventi»; o che aprano all’«intercomunione tra cattolici e protestanti», per allargarsi infine alla questione dell’«eutanasia»…

Tuttavia, sovrastimando l’importanza delle parole e dei soggetti che le pronunciavano, anche i cosiddetti «difensori del papa» hanno forse superato il segno, quando si sono lanciati in disquisizioni su berrette cardinalizie da riconsegnare o sulla necessità di formali manifestazioni d’obbedienza al papa…

Nel frattempo, forse, i 4 diventeranno 3, visto che il card. Brandmüller si è smarcato in parte dal gruppo, affermando che Burke non ne è un «portavoce»; che lo scopo che si voleva ottenere, cioè «l’apertura di un dibattito nella Chiesa», è stato raggiunto; e che comunque «una possibile correzione fraterna del papa deve avvenire in camera caritatis e non attraverso atti pubblici o scritti fatti circolare» (www.periodistadigital.com, 26.12.2016).

Pare in ogni caso che gli strumenti ecclesiali che hanno condotto sin qui, cioè due Sinodi di vescovi e il relativo lavoro a monte e a valle, sia stato dimenticato. Confondere comunione e comunicazione non ha fatto fare un passo avanti alla vita della Chiesa.

Tuttavia dalla recente intervista a Stefania Falasca (Avvenire 17.11.2016) non sembra che papa Francesco abbia perso la serenità: «Pensa a certe repliche ad Amoris laetitia, continuano a non comprendere, o bianco o nero, anche se è nel flusso della vita che si deve discernere. Il Concilio ci ha detto questo, gli storici però dicono che un concilio, per essere assorbito bene dal corpo della Chiesa, ha bisogno di un secolo… Siamo a metà».


Maria Elisabetta Gandolfi

* Il testo apparirà in Regno-att. 22,2016,645, in corso di stampa.

[1] Chaput ha poi risposto in questi termini: «Penso che ciascun vescovo negli Stati Uniti provi una speciale fedeltà a papa Francesco in quanto santo padre. Viviamo questa fedeltà facendo il lavoro per il quale siamo stati ordinati come vescovi. Secondo il diritto canonico – per non dire secondo il senso comune – il governo di una diocesi appartiene al vescovo del luogo come successore degli apostoli, non a una conferenza, sebbene una conferenza di vescovi possa spesso offrire un valido spazio per la discussione. In quanto ex vescovo residenziale, il cardinale designato Farrell sicuramente lo sa. E questo rende i suoi commenti ancora più strani, alla luce del nostro impegno per una collegialità fraterna» (Catholic News Service, 17.11.2016).
Una visione meramente accessoria della collegialità episcopale che è all’opposto di quella espressa dal card. D. Wuerl, arcivescovo di Washington, nella relazione tenuta alla Canon Law Society of America (Houston, Texas, 10-13.10.2016) dal titolo: «Pope Francis: Fresh Perspectives on Synodality».

[2] A questo elenco non completo sono da aggiungere gli episcopati latinoamericani e africani e molti altri che hanno risposto sia a livello nazionale sia di conferenze di vescovi.

3 commenti:

  1. ma cosa dire a questi Cardinali? è cosa buona scandalizzare il popolo di Dio?

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Direi che i 4 Cardinali sono sulla buona strada, che vivono e agiscono "in sequela Christi", perché sono evidentemente fedeli ai comandamenti e insegnamenti di Gesù.
      Del resto non è chi fa luce sull'errore ad esser responsabile per lo scandalo, ma chi l'errore lo produce.
      Anche i paesani di Gesù si scandalizzarono per le Sue parole (cfr. Mt. 13,57), nonostante Gesù predicasse la Verità. Io dico: ben venga lo scandalo della Verità!
      "Se il mondo vi odia, sappiate che prima ha odiato me" (Gv. 15,18)

      Elimina
  2. il popolo di Dio è già scandalizzato dalla confusione creata con AL

    RispondiElimina