martedì 29 ottobre 2019

Sinodo amazzonico: la traduzione del discorso finale del papa

Pubblichiamo il discorso conclusivo pronunciato il 26 ottobre da papa Francesco nella sessione conclusiva dell'Assemblea speciale del Sinodo dei vescovi dedicato alla Panamazzonia. Traduzione dallo spagnolo de L'Osservatore romano (27-28.10.2019)


Prima di tutto desidero ringraziare tutti voi che avete dato questa testimonianza di lavoro, di ascolto, di ricerca, di cercare di mettere in pratica questo spirito sinodale che stiamo imparando, forse, a fissare. E che ancora non riusciamo a ultimare. Ma siamo in cammino, siamo sulla buona strada. Stiamo capendo sempre più che cosa è questo camminare insieme, stiamo capendo che cosa significa discernere, che cosa significa ascoltare, che cosa significa incorporare la ricca tradizione della Chiesa nei momenti congiunturali.

Alcuni pensano che la tradizione sia un museo di cose vecchie. A me piace ripetere quello che diceva Gustav Mahler: «La tradizione è la salvaguardia del futuro e non la custodia delle ceneri». È come la radice dalla quale viene la linfa che fa crescere l’albero affinché dia frutto. Prendere questo e farlo andare avanti: è così che i primi padri concepivano ciò che era la tradizione. Ricevere e camminare in una stessa direzione, con questa triplice dimensione tanto bella di Vincenzo di Lerino già nel V secolo [«Il Dogma cristiano, rimanendo assolutamente intatto e inalterato, si consolida con gli anni, si sviluppa con il tempo, si approfondisce con l’età»] (cf. Primo Commonitorio, 23; PL 50, 667-668). Grazie per tutto questo.

Uno dei temi che sono stati votati, e che hanno ottenuto la maggioranza — tre temi hanno ottenuto la maggioranza per il prossimo Sinodo — è quello della sinodalità. Non so se sarà scelto, non ho ancora deciso, sto riflettendo e pensando, ma certamente posso dire che abbiamo camminato molto e dobbiamo camminare ancora di più in questo percorso della sinodalità. Grazie a tutti voi per la vostra compagnia.

L’esortazione postsinodale, che non è obbligatorio che il papa la faccia, probabilmente no; scusate, la cosa più facile sarebbe: «Bene, ecco il documento, vedete voi». A ogni modo, una parola del papa su ciò che ha vissuto nel sinodo può far bene. Vorrei dirla prima della fine dell’anno, di modo che non passi troppo tempo, tutto dipende dal tempo che avrò per pensare.

Abbiamo parlato di quattro dimensioni.
In primo luogo, la dimensione culturale, l’abbiamo lavorata, abbiamo parlato d’inculturazione, di valorizzazione della cultura, e tutto ciò con grande forza, e sono rimasto contento di quel che è stato detto al riguardo, che sta dentro la tradizione della Chiesa. L’inculturazione: già la Conferenza di Puebla, per ricordare quella più vicina, aveva aperto quella porta.

In secondo luogo la dimensione ecologica. Voglio qui rendere omaggio a uno dei pionieri di questa coscienza dentro la Chiesa, il patriarca Bartolomeo di Costantinopoli. È stato uno dei primi ad aprire la via per creare questa coscienza. E dopo di lui, tanti lo hanno seguito, e con quell’inquietudine, e sempre con accelerazione di progressione geometrica, dell’équipe di Parigi; e poi sono seguiti gli altri incontri. È nata così Laudato si’ con un’ispirazione a cui ha lavorato tanta gente, a cui hanno lavorato scienziati, teologi, pastoralisti.
Ebbene, questa coscienza ecologica che va avanti e che oggi denuncia un cammino di sfruttamento compulsivo, di distruzione, di cui l’Amazzonia è uno dei punti più importanti. Direi che è un simbolo. Questa dimensione ecologica in cui si gioca il nostro futuro, non è così?
Nelle manifestazioni fatte dai giovani, nel movimento di Greta e in altri, alcuni sorreggevano un cartello con scritto: «Il futuro è nostro», ossia, «non decidete voi il nostro futuro». «È nostro!». Già in questo c’è la coscienza del pericolo ecologico, ovviamente non solo in Amazzonia, ma anche in altri luoghi: il Congo è un altro punto, altri settori, nella mia patria c’è nel Chaco, la zona dell’“Impenetrabile”, che è piccola, ma, in qualche modo, anche noi conosciamo il problema.

Accanto alla dimensione ecologica c’è la dimensione sociale di cui abbiamo parlato, che non è più solo ciò che si sfrutta selvaggiamente, il creato, la creazione, ma anche le persone. E in Amazzonia appare ogni sorta di ingiustizia, distruzione di persone, sfruttamento di persone a ogni livello e distruzione dell’identità culturale. Ricordo che arrivando a Puerto Maldonado — credo di averlo già detto, non ne sono certo — nell’aeroporto c’era un manifesto con l’immagine di una bambina molto bella, con scritto: «Difenditi e fai attenzione alla tratta». Ossia, è questo l’avvertimento al turista che arriva.
La tratta ascolta, e la tratta al più alto livello di corruzione, ma di persone a ogni livello. E questo insieme alla distruzione dell’identità culturale, che è un altro dei fenomeni che voi avete segnalato molto bene nel documento. Come si distrugge l’identità culturale in tutto ciò.

E la quarta dimensione, che le include tutte — e direi la principale — è quella pastorale, la dimensione pastorale, l’annuncio del Vangelo è urgente, è urgente. Ma che sia udito, che sia assimilato, che sia compreso da quelle culture. Si è già parlato di laici, di sacerdoti, di diaconi permanenti, di religiosi e religiose, su cui contare in questo campo. E si è parlato di ciò che fanno e di rafforzarlo.
Si è parlato di nuovi ministeri, ispirati al Ministeria quaedam di Paolo VI, di creatività in questo. Creatività nei nuovi ministeri, e vedere fino a dove si può arrivare. Si è parlato di seminari indigeni, e con molta forza. Ringrazio per il coraggio che ha avuto il cardinale O’Malley, perché ha messo il dito nella piaga in qualcosa che è una vera ingiustizia sociale, ossia che di fatto non si consenta agli aborigeni di compiere il cammino seminaristico e il cammino del sacerdozio. Creatività in tutto quel che riguarda i nuovi ministeri.

Accolgo la richiesta di riconvocare la commissione e forse allargarla con nuovi membri per continuare a studiare come nella Chiesa primitiva esisteva il diaconato permanente. Sapete di essere giunti a un accordo tra tutti che però non è chiaro. Ho consegnato ciò alle religiose, all’Unione generale delle religiose, che è stata quella che mi ha chiesto di fare la ricerca, l’ho consegnato a loro e ora ognuno dei teologi sta cercando, sta investigando. Io cercherò di farlo di nuovo con la Congregazione per la dottrina della fede e inserire nuove persone in questa Commissione. Raccolgo la sfida, che avete lanciato: «e che siano ascoltate». Raccolgo la sfida [applausi].

Sono emerse alcune cose che vanno riformate: la Chiesa deve sempre riformarsi. La formazione sacerdotale nel paese. In alcuni paesi, ho sentito dire, in un gruppo o qui una volta — io l’ho ascoltato una volta — che si notava una certa mancanza di zelo apostolico nel clero della zona non amazzonica rispetto alla zona amazzonica.
Con il cardinale Filoni abbiamo difficoltà, quando una congregazione religiosa lascia un vicariato, a trovare sacerdoti di quel paese che prendano il suo posto: «No, non sono adatto a questo». Ebbene, questo va riformato. La formazione sacerdotale nel paese è universale, e c’è la responsabilità di farsi carico di tutti i problemi dei paesi geografici, diciamo, di quella Conferenza episcopale. Per riformare bisogna che non ci sia mancanza di zelo.

Ricordo anche che due hanno detto che forse non si vede una mancanza di zelo così forte; scusate, c’è mancanza di zelo, forte o meno forte, ma... in giovani religiosi, ed è una cosa di cui bisogna tener conto. I giovani religiosi hanno una vocazione molto grande e bisogna formarli allo zelo apostolico per andare nei territori di confine.
Sarebbe bene che nel piano di formazione dei religiosi ci fosse un’esperienza di un anno o più in regioni limitrofe. Non solo, e questo è un suggerimento che ho ricevuto per iscritto, ma ora lo dico: che nel servizio diplomatico della Santa Sede, nel curriculum del servizio diplomatico, i giovani sacerdoti trascorrano almeno un anno in terra di missione, ma non facendo il tirocinio nella Nunziatura come si fa ora, che è molto utile, ma semplicemente al servizio di un vescovo in un luogo di missione. Questo punto sarà esaminato ma è anche una riforma da vedere.
E la redistribuzione del clero nello stesso paese. È stato detto, in riferimento a una situazione particolare, che c’è una grande quantità di sacerdoti di quel paese nel primo mondo, per esempio negli Stati Uniti, in Europa, e non ce ne sono per inviarli alla zona amazzonica di quello stesso paese. Questo andrà valutato, ma occorre essere d’accordo.
I fidei donum interessati... è vero che a volte — è accaduto a me mentre ero vescovo nell’altra diocesi — viene uno che tu hai mandato a studiare e ti dice che si è innamorato del posto ed è rimasto nel posto e, nonostante tutto ciò che offre il primo mondo, non vuole tornare alla diocesi. Chiaro, uno per salvare la vocazione cede. Ma su questo punto occorre fare molta attenzione e non favorire. Ringrazio i veri sacerdoti fidei donum che vengono in Europa dall’Africa, dall’Asia e dall’America, ma quelli che sono fidei donum che restituiscono quel fidei donum che l’Europa ha fatto loro. Ma quelli che vengono e rimangono sono un pericolo. È una cosa un po’ triste, mi diceva un vescovo in Italia, che ha tre di questi sacerdoti che sono rimasti e che non vanno a celebrare messa nei paesini di montagna se prima non ricevono l’offerta. È una storia di qui, di ora. Allora, facciamo attenzione a ciò, e dimostriamo coraggio nel fare quelle riforme di ridistribuzione del clero nello stesso paese.

E un punto della dimensione pastorale è stato quello della donna. Ovviamente la donna: quello che si dice nel documento “non è abbastanza”, che cos’è la donna, giusto? Nel trasmettere la fede, nel conservare la cultura. Vorrei solo sottolineare questo: che ancora non ci siamo resi conto di cosa significa la donna nella Chiesa e ci limitiamo solo alla parte funzionale, che è importante, ma deve essere nei consigli... o in tutto ciò che è stato detto. Ma il ruolo della donna nella Chiesa va molto al di là della funzionalità. È su questo che bisogna continuare a lavorare. Molto al di là.

Poi si è parlato di riorganizzazioni, è stato fatto nella parte finale del documento e ho visto, attraverso i voti, che alcuni non erano convinti. Organismo di servizio, seguendo la Repam, fare una specie di..., che la Repam abbia più consistenza, una sorta di volto amazzonico. Non so, di progredire nell’organizzazione, progredire nelle semi-Conferenze episcopali, ossia: c’è una Conferenza episcopale del paese, ma c’è anche una semi-Conferenza episcopale parziale di una zona, e questo si fa ovunque.
Qui in Italia c’è la Conferenza episcopale lombarda... Ossia, ci sono paesi che hanno Conferenze episcopali settoriali, allora perché i paesi della regione amazzonica non possono fare piccole Conferenze episcopali amazzoniche, che appartengono a quella generale, ma che fanno il loro lavoro. Organizzando questa struttura tipo Repam, tipo Celam amazzonico... Aprendo, aprendo. 

Si è parlato di una riforma rituale, di aprirsi ai riti. Questo è di competenza della Congregazione per il culto divino, e può farlo seguendo i criteri, e so che lo può fare molto bene, e fare le proposte necessarie che l’inculturazione richiede. Ma bisogna sempre mirare ad andare oltre, ad andare al di là. Non solo organizzazione rituale, ma anche organizzazione di altro tipo, quello che ispira il Signore. Delle 23 Chiese con rito proprio che sono menzionate nel documento, e che sono state menzionate almeno nel pre-documento, credo che 18, se non 19, sono Chiese sui iuris e hanno iniziato dal poco, creando tradizioni fin dove il Signore ci porterà.
Non bisogna temere le organizzazioni che custodiscono una vita speciale. Sempre con l’aiuto della Santa Madre Chiesa, Madre di tutti, che ci guida in questo cammino affinché non ci separiamo. Non abbiate paura di loro. 

E un contributo anche rispetto all’organizzazione della Curia romana. Mi sembra che bisogna farlo e io parlerò di come farlo con il cardinale Turkson. Aprire una sezione amazzonica dentro il Dicastero per il servizio dello sviluppo umano integrale. Di modo che, dato che non ha lavoro, gliene do altro...!

Vorrei, oltre che ringraziare voi, come ho già fatto, ringraziare tutti quelli che hanno lavorato fuori, soprattutto fuori da questa Aula. I segretari che hanno aiutato, la segreteria nascosta, i media, l’équipe di diffusione, quelli che hanno preparato gli incontri e le informazioni. I grandi nascosti che permettono a una cosa di andare avanti. La famosa regia, che ci ha aiutato tanto. Anche a loro va un ringraziamento.

Includo la presidenza della Segreteria Generale nel ringraziamento generale e un ringraziamento ai mezzi di comunicazione — che pensavo che sarebbero stati qui ad ascoltare la votazione, dato che è pubblica —, per quello che hanno fatto. Grazie per il favore che ci fanno di diffondere il Sinodo.

Chiederei loro un favore: che nella diffusione che faranno del documento finale si soffermino soprattutto sulle diagnosi, che è la parte più consistente, che è la parte dove davvero il Sinodo si è espresso meglio: la diagnosi culturale, la diagnosi sociale, la diagnosi pastorale e la diagnosi ecologica. Perché la società deve farsi carico di ciò.
Il pericolo può essere che a volte si soffermino forse — è un pericolo, non dico che lo faranno, ma la società lo chiede — sul vedere che cosa hanno deciso in quella questione disciplinare, che cosa hanno deciso in quell’altra, quale partito ha vinto e quale ha perso. Ossia su piccole cose disciplinari che hanno la loro importanza, ma che non farebbero il bene che questo Sinodo deve fare. Che la società si faccia carico della diagnosi che noi abbiamo fatto nelle quattro dimensioni. Io chiederei ai media di fare tutto questo.

C’è sempre un gruppo di cristiani di “élite” ai quali piace intromettersi, come se fosse universale, in questo tipo di diagnosi. In quelle più piccole, o in quel tipo di risoluzione più disciplinare intra-ecclesiastica, non dico inter-ecclesiale, intra-ecclesiastica, e dire che ha vinto questa o quell’altra sezione. No, abbiamo vinto tutti con le diagnosi che abbiamo fatto e fino a dove siamo giunti nelle questioni pastorali e intra-ecclesiastiche. Ma non ci si chiuda in questo.

Pensando oggi a queste “élite” cattoliche, e cristiane a volte, ma soprattutto cattoliche, che vogliono andare “al piccolo” e si dimenticano del “grande”, mi è venuta in mente una frase di Péguy e sono andato a cercarla. Cerco di tradurla bene, credo che ci possa aiutare, quando descrive questi gruppi che vogliono “la piccola cosa”, e si dimenticano della “cosa”. «Poiché non hanno il coraggio di stare con il mondo, loro credono di stare con Dio. Poiché non hanno il coraggio di impegnarsi nelle opzioni di vita dell’uomo, credono di lottare per Dio. Poiché non amano nessuno, credono di amare Dio». Mi ha fatto molto piacere che non siamo caduti prigionieri di questi gruppi selettivi che del Sinodo vogliono vedere solo che cosa è stato deciso su questo o su quell’altro punto intra-ecclesiastico, e negano il corpo del Sinodo che sono le diagnosi che abbiamo fatto nelle quattro dimensioni.

Grazie di cuore, perdonatemi se sono stato petulante e, per favore, pregate per me. Grazie.

Il documento si pubblica con il risultato delle votazioni, ossia di ogni numero il risultato delle votazioni.
Francesco

Nessun commento:

Posta un commento