lunedì 30 novembre 2020

Il Sinodo al concistoro

Sabato scorso, 28 novembre, papa Francesco ha presieduto il suo settimo Concistoro ordinario pubblico per la creazione di 13 nuovi cardinali. All'inizio della celebrazione monsignor Mario Grech, segretario generale del Sinodo dei vescovi, ha rivolto un indirizzo di saluto nel quale ha sottolineato lo stile sinodale, una "Chiesa come popolo che cammina insieme" e una "Chiesa che ascolta", come cifra interpretativa dell'invito rivolto dal pontefice alle 13 nuove porpore (red.).

Santità,

convocati in Concistoro in tempi così gravi per l’umanità intera a causa della pandemia, vogliamo rivolgere il nostro pensiero ai «fratelli tutti» che sono nella prova. Le drammatiche circostanze che la Chiesa e il mondo stanno attraversando ci sfidano ad offrire una lettura della pandemia che aiuti tutti e ciascuno a cogliere in questa tragedia anche l’opportunità di «ripensare i nostri stili di vita, le nostre relazioni, l’organizzazione delle nostre società e soprattutto il senso della nostra esistenza».[1] 

Posta come «sacramento, cioè segno e strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità del genere umano»,[2] la Chiesa è chiamata ad aprire cammini, anzi a rimettersi Lei stessa in cammino.[3] È questa la lezione del concilio Vaticano II, nel capitolo II di Lumen gentium, che recupera l’idea del Popolo di Dio in cammino:[4] per il Nuovo Testamento la condizione dei cristiani è quella dei pellegrini, i quali vivono nel mondo come stranieri, ben sapendo che la pienezza la potremo raggiungere soltanto nel Regno di Dio.[5] Ancora una volta, all’inizio di uno nuovo millennio, lo Spirito sembra dirci che dobbiamo tornare a essere «quelli della via» (cf. At 9,2). 

Una Chiesa che cammina è una Chiesa che «cammina insieme».[6] Il popolo di Dio non è una somma di individui; è il «santo Popolo fedele di Dio».[7] Se cammina «insieme» non sbaglia strada, perché come totalità dei battezzati esercita quella capacità «infallibile in credendo», il sensus fidei che lei tanto invita ad ascoltare per discernere «ciò che lo Spirito dice alla Chiesa»[8]. Erano queste le sollecitazioni che lei, santità, dava a tutti in occasione del 50° dell’istituzione del Sinodo, quando disegnava il profilo di una «Chiesa costitutivamente sinodale».[9] 

Una Chiesa sinodale è «una Chiesa dell’ascolto».[10] L’ascolto reciproco come ascolto dello Spirito è forse la forma più vera di realizzare quel «pensiero aperto, cioè incompleto, sempre aperto al maius di Dio e della verità, sempre in sviluppo»[11] che lei, santità, sottolinea volentieri come disposizione del buon filosofo, del buon teologo, evidentemente anche del “buon vescovo”. Non si tratta in alcun modo di relativismo; piuttosto, si coglie qui il dinamismo stesso della Tradizione, in forza della quale «la Chiesa tende verso la pienezza della verità divina, finché in essa giungano a compimento le parole di Dio».[12] 

Dentro questo dinamismo si chiarisce il profilo della Chiesa sinodale e della sinodalità come forma e stile della Chiesa. È questa la visione che Lei, Santo Padre, ci propone con forza. La costituzione Episcopalis communio[13] prova ad attuarlo, interpretando il Sinodo dei vescovi non più come evento, ma come processo, nel quale sono coinvolti in sinergia il Popolo di Dio, il Collegio dei vescovi e il vescovo di Roma, ciascuno secondo la sua funzione. Mi piace sottolineare il ruolo irrinunciabile che in questo processo ricopre il Popolo di Dio. In questo modo il sensus fidei recupera la sua funzione attiva, che permette di praticare l’ascolto come principio di una Chiesa veramente tutta sinodale. 

La sinodalità immette tutti i livelli di vita e missione della Chiesa in una dinamica di circolarità feconda: le Chiese particolari, le province e regioni ecclesiastiche, la Chiesa universale, in cui anche il Collegio dei cardinali offre la sua parte, sono inserite in quel processo sinodale che manifesta «un dinamismo di comunione che ispira tutte le decisioni ecclesiali».[14] 

È questa la base del compito che insieme siamo chiamati a svolgere, e al cui servizio si pone la Segreteria del Sinodo. Essa può collaborare a rendere più facili i passaggi tra i livelli di esercizio della sinodalità. Il suo primo contributo è proprio quello dell’ascolto: ho già scritto a tutti i vescovi, offrendo la nostra disponibilità, e molti, da ogni parte della terra, mi hanno confermato l’importanza del reciproco ascolto. Ma credo e desidero che la Segreteria possa fare di più, ad esempio sostenendo i vescovi e le Conferenze episcopali nella maturazione di uno stile sinodale, senza interferire, ma accompagnando i processi in atto ai diversi livelli della vita ecclesiale. 

Può essere questa la modalità con cui la Segreteria del Sinodo partecipa al dinamismo della «Chiesa in uscita»,[15] in un mondo, che, nelle circostanze drammatiche che stiamo attraversando, ha ancora più bisogno che la Chiesa sia veramente «sacramento universale di salvezza» (LG 48). 

A sostenerci è la speranza, dono dello Spirito Santo per i tempi difficili. Charles Péguy, ne Il portico del mistero della seconda virtù, la immaginava come «una bambina da niente», la più piccola delle sorelle, tra la fede, paragonata a una sposa, e la carità, vista come una madre. E concludeva: Il popolo cristiano non fa attenzione che alle due sorelle grandi, la prima e l’ultima .... Ciechi che sono a non vedere che invece è lei nel mezzo a tirarsi dietro le due sorelle grandi.[16] 

«Non lasciamoci rubare la speranza!».[17] Maria, la Stella maris, che noi maltesi veneriamo sotto il titolo di Madonna Ta’ Pinu, ci infonda questa speranza. 

A lei, santo padre, che ha voluto sceglierci per un servizio più diretto alla Chiesa, chiediamo che ci benedica. 

_________________________ 

[1] Francesco, Enciclica Fratelli tutti, n. 33. 

[2] Concilio Vaticano II, Costituzione dogmatica Lumen Gentium, n. 1. 

[3] Antonio Machado, in un famoso poema, scrive: «Caminante, son tus huellas/ el camino, y nada más;/caminante, no hay camino:/ se hace camino al andar./ Al andar se hace el camino/y al volver la vista atrás/se ve la senda que nunca/ se ha de volver a pisar./ Caminante, no hay camino/ sino estelas en el mar»: «Viandante, sono le tue orme/ la strada e nulla di più;/ viandante, non esiste la strada:/la strada si segna camminando./Camminando si segna la strada/e volgendo indetro lo sguardo/si vede il sentiero che mai/ si deve tornare a percorrere./Viandante, non esiste la strada/ ma una scia nel mare» (Raccolta Campos de Castilla. in Proverbios y cantares, XXIX,1912). Il Salmo 77, facendo memoria della vicenda dell’Esodo, dice: «[O Dio], sul mare passava la tua via/ e le tue orme rimasero invisibili/mentre guidavi il tuo popolo come un gregge/ per mano di Mosè e di Aronne» (Sal 77,20). 

[4] L’apostolo Pietro, rivolgendosi ai cristiani delle prime comunità come ai «pellegrini della diaspora» (1Pt 1,1), i quali risiedono per breve tempo in terra straniera, li invitava a «spendere con timore il tempo del loro pellegrinaggio» (1Pt 1,17). 

[5] In una rilettura della condizione dell’uomo contemporaneo, Duccio Demetrio dice che oggi bisogna «saper esistere nella mutevolezza, nell’imprevedibilità del percorso, persino nel perdere la meta strada facendo. In un defatigante trasformarsi dei cammini, del suolo nel quale confidiamo, delle guide alle quali ci eravamo consegnati. Camminare senza posa è un disporsi continuo ad apprendere»: D. Demetrio, «Metafore del cammino», in Filosofia del camminare, Milano 2005. 

[6] L’invito di papa Francesco, nel discorso in occasione del 50° di istituzione del Sinodo dei vescovi, è stato quello di «camminare insieme»: «Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». 

[7] Cf. soprattutto la lettera di papa Francesco al card. Ouellet, Presidente della Pontificia commissione per l’America Latina (19 marzo 2016). 

[8] Per ciò che intende papa Francesco del sensus fidei, cf. soprattutto Evangelii gaudium 119. 

[9] Francesco, Discorso in occasione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi (17 ottobre 2015). 

[10] Francesco, Discorso nel 50° dell’istituzione del Sinodo

[11] «Il gesuita deve essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto. Ci sono state epoche nella Compagnia nelle quali si e' vissuto un pensiero chiuso, rigido, più istruttivo-ascetico che mistico. No, il gesuita pensa sempre, in continuazione, guardando l'orizzonte verso il quale deve andare avendo Cristo al centro. Questa è la sua vera forza. E questo spinge la Compagnia a essere in ricerca, creativa, generosa»: Intervista in Civiltà Cattolica, 164[2013] vol. 3, 3918,455 «Il buon teologo e filosofo ha un pensiero aperto, cioè incompleto, sempre aperto al maius di Dio e della verità, sempre in sviluppo» [Cost. apost. Veritatis gaudium, 3] 

[12] Concilio Vaticano II, costituzione dogmatica Dei Verbum, n. 8. 

[13] Francesco, costituzione Episcopalis communio sul Sinodo dei Vescovi (15 settembre 2028).

[14] Francesco, Discorso nel 50° dell’istituzione del Sinodo

[15] Cf. Francesco, ssortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 24.

[16] Charles Péguy, I misteri. Il portico della seconda virtù, Milano 1978, 168. 

[17] Francesco, esortazione apostolica Evangelii gaudium, n. 86.

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